Le Regioni italiane: la storia, il territorio, l'economia, l'arte, la cultura.

Calabria

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Regione (15.080 km2; 2 milioni 152.000 ab.) dell'Italia peninsulare, la più meridionale della Penisola Italiana. Confina con la Basilicata a N, affacciandosi al Mar Ionio a Est e a Sud e al Mar Tirreno a W ed è separata dalla Sicilia dallo stretto di Messina. Amministrativamente è divisa nelle cinque province di Catanzaro, Cosenza, Crotone, Reggio di Calabria e Vibo Valentia; capol. regionale è Catanzaro. In età classica, allorché la regione era denominata Brutium, il nome Calabria designava il Salento o Penisola Salentina, cioè la parte sud-orientale. dell'attuale Puglia. Nel sec. VII, durante la dominazione bizantina, il termine Calabria fu trasferito dal Salento al Bruzio e designò dapprima l'intera Penisola Calabra a Sud del corso del f. Sinni, poi il territorio a mezzogiorno del massiccio montuoso del Pollino. In età medievale fu divisa amministrativamente in Citeriore e Ulteriore, a loro volta variamente suddivise nei vari momenti storici. I termini Citeriore e Ulteriore restarono in uso fino agli inizi del nostro secolo.

Morfologia

La struttura morfologica della Calabria è piuttosto complessa. I rilievi, che si presentano per lo più sotto l'aspetto di massicci e gruppi isolati, separati da valloni o da selle, sono molto antichi, se si esclude il gruppo calcareo mesozoico del Pollino, e costituiti da formazioni rocciose in massima parte intrusive o sedimentarie, spesso metamorfosate. Al confine con la Basilicata si erge il massiccio del Pollino, che culmina a 2267 m nella Serra Dolcedorme, spingendo a SW le sue propaggini fino all'insellatura del Passo dello Scalone (740 m). Qui si chiude l'Appennino Lucano e ha inizio l'Appennino Calabro con un allineamento di rilievi, la Catena Costiera (detta anche Paolana), che si allunga compatto verso SSE tra la stretta cimosa costiera tirrenica e il profondo Vallo del Crati fino al basso corso del Savuto. Questo vallone, che separa nettamente la Catena Costiera dall'altopiano della Sila, è una profonda fossa longitudinale al sistema appenninico, che il f. Crati percorre a valle di Cosenza in direzione meridiana prima di attraversare l'ampia e terrazzata Piana di Sibari, che si apre tra il Pollino e la Sila. È quest'ultima una vasta regione di alteterre dall'aspetto alpino, rivestite di fitti boschi di latifoglie e aghifoglie che si estendono a Sud fino alla valle del Corace; l'altopiano, che si eleva a un'altitudine media compresa tra i 1200 e i 1400 m, raggiungendo nel m. Botte Donato i 1928 m, presenta pendii scoscesi ai margini e una superficie dolcemente ondulata, attraversata in direzione NW-SE da dorsali e groppe arrotondate. A Sud della Sila la Calabria si restringe, in corrispondenza dei golfi di Sant'Eufemia e di Squillace, in un basso istmo (insellatura di Marcellinara, 251 m); al di là di esso hanno inizio le Serre, che si spingono a SW con un duplice allineamento montuoso fino a congiungersi direttamente con l'Aspromonte. Sul versante tirrenico, tra i golfi di Sant'Eufemia e di Gioia ,si innalza isolato, appena a N della Piana di Gioia Tauro, il gruppo granitico del m. Poro (710 m); a Sud di questa vasta conca, caratterizzata da ampi ripiani digradanti al Tirreno, si erge infine l'acrocoro dell'Aspromonte, che tocca i 1955 m nel Montalto (o Monte Cocuzza), spingendo a raggiera in ogni direzione i suoi boscosi contrafforti terrazzati. Buona parte della Calabria è soggetta a frequenti e a volte disastrosi terremoti, come quelli del 1783 e del 1908 che provocarono danni ingentissimi e la morte di decine di migliaia di persone. Per la forma allungata della penisola e la disposizione dei rilievi, i fiumi non hanno generalmente un notevole sviluppo se si eccettuano il Crati e il Neto. Tributano pure allo Ionio, ma hanno un corso molto più breve, il Trionto, il Tacina e il Corace, che come il Neto scendono dalla Sila; da questo altopiano hanno origine anche il Savuto e il Lamato, i maggiori fiumi del versante tirrenico. Gli altri corsi d'acqua sono assai più brevi, hanno regime torrentizio e scorrono entro alvei ciottolosi, per gran parte dell'anno asciutti. I laghi principali sono quelli di sbarramento artificiale di Cecita, Arvo, Ariamacina e Ampollino, sull'altopiano della Sila. Il clima è mediterraneo nelle fasce costiere, con inverni miti e piovosi ed estati calde e asciutte; procedendo verso l'interno si accentuano progressivamente i caratteri di continentalità, specialmente sui rilievi più elevati, dove comunque a inverni assai freddi si alternano estati piuttosto fresche. Le precipitazioni sono abbondanti nelle aree più elevate, specialmente in quelle del versante tirrenico, ma si riducono sensibilmente fino a valori modesti nelle pianure e nelle cimose costiere.

Popolazione

La popolazione vive in prevalenza (oltre l'85%) accentrata nelle aree pianeggianti e di mezza montagna, dove più favorevoli sono le condizioni di vita, specialmente nel Vallo del Crati, sul versante tirrenico della Catena Costiera, nell'istmo tra la Sila e le Serre, nella Piana di Gioia Tauro, sulla cimosa costiera dello stretto di Messina e ai margini del Poro e delle Serre. L'incremento naturale della popolazione presenta valori positivi; il numero degli abitanti nel periodo 1981-1989 è aumentato di 90.237 unità, soprattutto a causa del positivo movimento naturale.

Economia

Complessi fattori storici e geografici hanno ostacolato in passato e rallentano tuttora lo sviluppo armonico dell'economia calabrese che, nonostante i recenti massicci interventi dello Stato, specialmente tramite la Cassa per il Mezzogiorno, è fra le più arretrate, anche se considerata in rapporto con le altre regioni dell'Italia meridionale. L'emigrazione si è notevolmente ridotta negli ultimi anni ed è diretta verso le regioni più favorite dell'Italia nord-occid. e verso i Paesi industriali dell'Europa centrale. Nel quadro dell'economia calabra l'agricoltura, favorita negli scorsi decenni dall'introduzione di colture più redditizie e dall'impiego sempre maggiore di macchine e di fertilizzanti chimici, ha un ruolo abbastanza importante, impiegando ancora il 20% della forza lavoro; l'arretrata organizzazione aziendale e la lontananza dai grandi mercati ne limitano però la redditività. Si producono in prevalenza cereali, ortaggi, uva da vino, olive, agrumi (fra cui il bergamotto e la limetta), patate e barbabietole da zucchero. Un certo interesse ha lo sfruttamento boschivo , mentre la pesca e l'allevamento del bestiame rivestono un ruolo secondario. L'industria costituisce settore di particolare debolezza, testimoniata dalla più bassa quota relativa di addetti a livello nazionale (16,9% nel 1989): la riconversione attuata nelle poche aziende presenti (riconducibili alle Partecipazioni statali) ha prodotto inoltre un notevole calo dell'occupazione (37% fra il 1982 e il 1988), senza che si siano verificati nuovi insediamenti di qualche rilievo. I rami maggiormente rappresentati sono l'alimentare e in minor misura il chimico, il metalmeccanico e il cartario, con impianti ubicati per lo più nei centri urbani (Crotone, Reggio di Calabria e Vibo Valentia). Il settore terziario contribuisce più di ogni altro alla formazione della ricchezza, in una percentuale inferiore solo a quella campana e laziale: dominanti risultano, però, la pubblica amministrazione e il piccolo commercio, protagonisti della distorta crescita occupazionale degli ultimi decenni. Carente rimane il ramo finanziario; incerto e modesto si è manifestato lo sviluppo del turismo, ostacolato dalla posizione periferica della regione e dall'insufficienza delle vie di comunicazione, nonostante la costruzione dell'autostrada Salerno-Reggio di Calabria. Per di più i flussi turistici, che nella grande varietà di ambienti, nelle risorse paesaggistiche dell'entroterra e nel patrimonio storico-culturale potrebbero trovare motivi diversificati di stimolo, tendono invece a concentrarsi in località costiere e a organizzarsi in modi dannosi all'integrità dell'ambiente naturale, con fenomeni di abusivismo e di incontrollata proliferazione edilizia.

Storia

Anticamente abitata da gente di stirpe ligure-iberica, fu successivamente sede di una fiorentissima civiltà originata dalla migrazione greca che vi si diresse a partire dal sec. VIII a. C. fondando ricche e prospere colonie . Conquistata poi dai Romani (sec. II a. C.) e passata ad Annibale nel corso della II guerra punica, dopo la battaglia di Zama fu nuovamente sottomessa. Presidiata da colonie romane (Crotone e Tempsa, 194 a. C.; Ipporno, 192 a. C.) e attraversata dalla strada Capua-Reggio, che avrebbe dovuto più facilmente legarla alla capitale, fu nuovamente sconvolta dall'insurrezione di Spartaco che vi si rifugiò nel 71 a. C. e la percorse in lungo e in largo arruolando seguaci dappertutto. Prostrata poi dalla malaria e da una profonda crisi economica aggravatasi alla fine dell'impero, la regione trovò qualche tranquillità e benessere solo ai tempi di Teodorico (494-526) e di Cassiodoro, che con Vivarium diede origine a uno dei primi centri monastici dell'Occidente. Passata quindi ai Bizantini (guerra greco-gotica, 535-553) e parzialmente occupata dai Longobardi di Benevento e di Salerno (sec. IX), ritornò tutta in mano ai Greci per opera di Niceforo Foca, il quale insieme ai Longobardi scacciò dalla regione anche i Saraceni che a partire dall'840 vi avevano stabilito numerose basi lungo la costa (Siberene, l'odierna Santa Severina, Tropea, Amantea, ecc.). Tuttavia il dominio bizantino, dopo essere stato vanamente attaccato da Ottone II (982), cadde facilmente sotto i colpi dei Normanni che ne portarono a termine la conquista in soli dieci anni (1050-60). Il loro governo ordinato e sicuro, la riapertura dei traffici marittimi e terrestri, l'appoggio alla latinizzazione del clero e al monachesimo benedettino favorirono una notevole ripresa della regione che continuò poi anche sotto gli Svevi (1214-66) grazie soprattutto a Federico II. La dominazione degli Angioini segnò invece un periodo di grande depressione per il diffondersi del latifondo di tipo feudale e di esose tassazioni che furono continuate e inacerbite anche sotto gli Aragonesi. Di qui, perciò, le numerose rivolte fra cui soprattutto famose quella guidata da Antonio Centiglia (1458-59) e ferocemente repressa da Ferdinando I d'Aragona e quelle, posteriori, di T. Campanella (1599) e di Masaniello (1647). Sotto il governo spagnolo, infatti, a causa del crescente strapotere dei baroni locali, la situazione economica e politica andò peggiorando e aumentò perciò il malcontento del popolo. Non venne però mai meno la fede quasi mistica nel re (visto appunto come supremo difensore nei confronti dei baroni) e fu probabilmente a essa che in gran parte si dovette il notevole contributo che i Calabresi diedero alle bande legittimiste del cardinale Ruffo contro le forze della Repubblica Partenopea (1799) e dei fratelli Bandiera (1844). Notevole, d'altra parte, fu il contributo della regione all'organizzazione carbonara e alle lotte del Risorgimento: nel 1848 divampò infatti un'ennesima anche se vana rivolta contadina, a cui tennero poi dietro i moti scoppiati nel 1860 allo sbarco di Garibaldi a Melito di Porto Salvo che segnò la rapida caduta di tutta la regione e la sua annessione all'Italia. Successivamente teatro della sfortunata spedizione garibaldina dell'Aspromonte (1862) e della spietata repressione del brigantaggio (1861-66), la Calabria dovette sopportare a lungo, dopo l'unità, una triste condizione di arretratezza e di povertà che per la complessità delle sue cause è ben lontana ancora dall'essere stata completamente superata.

Arte

In C., dove erano sempre stati intensi i rapporti con l'Oriente greco (statua del Buon Pastore di Tropea; Codex purpureus del Museo Diocesano di Rossano, del sec. VI ), durante l'ultimo periodo della dominazione bizantina (metà del sec. X-metà dell'XI) si diffusero gli eremitaggi (laure) e i monasteri basiliani. Si costruirono chiesette a una navata con una o tre absidi, chiese a pianta basilicale (quella di Gerace, consacrata nel 1045) e a croce libera e, soprattutto, piccole chiese in mattoni, tipiche dell'architettura bizantina del periodo macedone, con pianta quadrata, tre absidi e cinque cupolette, di cui la centrale sorretta da quattro colonne o pilastri (S. Marco di Rossano, Cattolica di Stilo , S. Giorgio a San Luca di Aspromonte). Dopo la metà del sec. XI, gli invasori normanni eressero imponenti torri cilindriche isolate (San Marco Argentano) e diffusero forme dell'architettura romanica cluniacense in chiese basilicali a una o tre navate con transetti absidati e molto sporgenti e presbiterio concluso da un'abside semicircolare (parte absidale della cattedrale di Gerace; chiese di S. Maria della Roccella, di S. Giovanni Vecchio a Stilo e di S. Domenico a Fiumefreddo Bruzio, tutte a una navata e tre absidi e pianta a T). Ma anche in epoca normanna si continuarono a erigere chiese di impianto bizantino (S. Filomena a Santa Severina, rettangolare con cupolette, abside semicircolare e due absidiole ricavate nel muro). Esternamente è frequente la decorazione arabo-normanna a stelle entro cerchi, archi intrecciati, ecc. (S. Maria del Pathirion presso Rossano; S. Maria di Tridetti; S. Severina) e non mancano influssi pugliesi nei portali e nelle finestre. L'influenza bizantina, sempre dominante in pittura, è evidente anche in alcune belle decorazioni pavimentali a opus sectile raffiguranti animali reali o fantastici, come nelle chiese di S. Adriano a San Demetrio Corone (fine del sec. XI) e di S. Maria del Pathirion (metà del sec. XII). Insieme si incontrano decorazioni a stucco di tipo arabo (Museo di Reggio, da Santa Maria di Terreti) e rozzi rilievi romanici fortemente schiacciati (resti del protiro a San Demetrio Corone, fonte battesimale da Brienza, al Museo di Reggio). Nel primo Duecento le forme dell'architettura gotica cistercense si diffusero attraverso le fondazioni abbaziali di quest'ordine, di cui la più antica è l'abbazia della Sambucina, affiliata a Casamari (1196) e da cui a sua volta dipende S. Maria della Matina (dal 1222). Nell'ambito dell'architettura cistercense rientrano anche l'abbazia di San Giovanni in Fiore, iniziata da S. Gioacchino da Fiore (fondatore della regola florense derivata da quella cistercense) e costruzioni secolari come la cattedrale di Cosenza (prima metà del sec. XIII). Vi sono poi le fortezze federiciane (Rocca Imperiale). Con la dominazione angioina (1266) si diffuse in scultura e in architettura il gotico angioino, il cui maggiore esempio è la chiesa di S. Maria della Consolazione di Altomonte (finita nel 1380). Frequenti sono anche le opere scultoree dei seguaci di Tino da Camaino, mentre in pittura ai modi bizantini tradizionali si affiancano opere alla maniera di Simone Martini e di Bernardo Daddi (Altomonte). Nel Quattrocento e nel Cinquecento l'architettura appare legata alla tradizione locale oppure al gotico durazzesco, mentre il Rinascimento compare sporadicamente in qualche castello aragonese (Castrovillari, 1490; Reggio), nelle torri costiere (Praia a Mare), in rare chiese (S. Michele di Vibo Valentia, 1519) e palazzi (Palazzo Cosentini di Aieta). Più vario e interessante il panorama della pittura per la presenza di opere di Antonello da Messina (al Museo di Reggio) e del nipote Antonello da Saliba, di dipinti veneziani o di area veneta (polittici di Bartolomeo Vivarini a Morano Calabro e Zumpano), toscani, napoletani, catalani, ecc., mentre in scultura prevale sugli altri l'apporto siciliano attraverso l'attività dei Gagini e della loro scuola, operosa fino al Cinquecento inoltrato. Dal Cinquecento l'influenza napoletana divenne dominante in tutta la produzione artistica, sia locale sia di importazione. Alla scuola napoletana appartiene il grande pittore calabrese del Seicento Mattia Preti . Abbastanza vivace è nel periodo barocco l'attività edilizia, soprattutto religiosa. Va infine ricordata l'esistenza di chiese di tipo tardobizantino, derivate dall'architettura del Monte Áthos, nelle colonie albanesi fondate nel periodo aragonese (1442-1505), come la chiesetta di S. Pietro nel comune di Frascineto, con absidi a trifoglio e cupola (tardo Cinquecento).FolcloreComune, nella maggior parte, a quello di tutta l'Italia merid., il patrimonio folcloristico della C., che trae le sue origini dall'intreccio delle manifestazioni magico-religiose delle antiche culture dei Bruzii e della Magna Grecia, si distingue per alcune manifestazioni tipiche. Ricchissimo è il numero delle feste religiose, fra cui eccellono quelle dedicate all'Assunta o più in generale collegate al culto della Madonna e celebrate, specie in maggio, agosto e settembre, in molti santuari; quelle dedicate al Crocifisso e quelle patronali che onorano in particolare S. Francesco di Paola, S. Rocco, Sant'Eufemia, i Santi Cosma e Damiano. Il repertorio dei festeggiamenti comprende, fra l'altro, l'immancabile concerto della banda musicale e gli spettacoli di fuochi artificiali, spesso grandiosi e di altissimo costo, ma è qualificato talvolta da manifestazioni singolari, come: le danze di coloratissimi “giganti” di cartapesta; la “danza dei ceri” di Plataci, eseguita portando sul capo ceste (cinte) sormontate da una corona di candele; la processione degli spini a Palmi, nella quale uomini a torso nudo, piedi scalzi e mani giunte incedono sotto una cappa di spini (una corona per le donne); il “ballo dell'asino” a Roghudi. Molto sentite sono pure le grandi feste annuali: la Pasqua, con processioni cui a volte partecipano i vattienti coronati di spine, i quali alla maniera dei flagellanti medievali si torturano con spilli e punte di vetro infissi in un pezzo di sughero, e il Natale. Anche il Carnevale vive la sua rituale kermesse, con la simbolica rappresentazione in costume dei mesi e del Capodanno a San Sosti. Nel ciclo della vita umana spiccano taluni residui di usanze legate al fidanzamento e al matrimonio (una scapellata o strappo del fazzoletto dal capo della ragazza prescelta in sposa fungeva da simbolico atto compromissorio, così come compromissorio e risolutivo è il rapimento fisico della futura sposa).

Profondamente sentita è la manifestazione del lutto: prima attraverso le lamentazioni delle prefiche, il cui pianto funebre (rèpitu) spesso attinge ad alto livello poetico, e con l'annuale lamento ripetuto dagli stessi familiari sulla tomba del morto il giorno di commemorazione dei defunti. L'artigianato presenta tuttora aspetti di vivo interesse folcloristico ed è ampiamente documentato nel Museo di etnologia e folclore calabrese di Palmi. Famosi i tappeti di San Giovanni in Fiore e di Longobucco, i tessuti di lana e di seta (come le pezzare del Cosentino e il vancale, o scialle, di Tiriolo) e le ceramiche (anfore, orcioli, piatti, ecc., specie nella zona di Seminara). Conocchie intagliate secondo forme di antica ascendenza mediterranea, posate e altri utensili di legno sono i prodotti di un'ormai pressoché scomparsa arte dei pastori. Di eccezionale interesse, sebbene molto in disuso, sono i costumi tradizionali , soprattutto quelli femminili, di cui una preziosa raccolta è al Museo Nazionale delle Arti e delle Tradizioni Popolari di Roma. Essi sono tuttora indossati anche nei giorni di lavoro dalle pacchiane (la contadina o la donna di modeste condizioni), soprattutto nell'area silana, nella fascia che va da Sant'Eufemia Lamezia a Nicastro e Tiriolo, nelle aree di Luzzi e di Bagnara. Tuttora identici ai modelli importati dai Paesi d'origine sono i costumi in uso nei centri fondati o ripopolati fra il Quattrocento e il Cinquecento da colonie di profughi albanesi (Spezzano Albanese, San Martino di Finita, Lungro, ecc.), dove sopravvivono anche canti, danze e altri usi originari, e i costumi, soprattutto femminili, dell'isola etnico-linguistica valdese di Guardia Piemontese, dove sussistono, portati dagli antichi profughi piemontesi, il dialetto gallo-italico e varie manifestazioni di poesia popolare.

Gastronomia

La Calabria, sobria e austera, offre alla gastronomia nazionale pochi prodotti, ma tutti di antica qualità: dagli insaccati di maiale (in particolare il capocollo, le salsicce di fegato e le soppressate lagrumuse) alle verdure (peperoni, melanzane, cipolle, olive), alla frutta (agrumi, meloni, fichi), ai pesci (celebri il pesce spada e le trote dei laghetti silani), ai formaggi (butirro rinusu, tuma, impanata, caciocavallo), ai funghi. La cucina calabrese si basa anch'essa su metodi semplici; le cotture sono essenzialmente alla griglia, allo spiedo, al forno. Piatti tipici sono la minestra di fave detta fave a macco, le paste alimentari fatte in casa con l'ausilio di un ferro detto firriettu, il riso in tortiera, le lasagne ripiene o sagne chine, la parmigiana di melanzane, la pitta o pizza ripiena, il morseddu; le carni impiegate sono essenzialmente l'agnello, il capretto e il maiale. Particolarmente numerosi e vari i dolci, confezionati specialmente in occasione delle feste, che conservano le più antiche tradizioni calabre, arabe e greche: le scalille o scaledde, le zeppole di S. Giuseppe, la cuddura di Capodanno, il ciccio e la pignolata per Pasqua e inoltre cicirata, turtiddi, vecchiarelle, mostacciuoli, taralli, ecc. Non molti i vini, ma generosi: tra i bianchi il greco, il melissa e il melitino, tra i rossi il cerasuolo, il savuto, il pollino e il cirò.