Le Regioni italiane: la storia, il territorio, l'economia, l'arte, la cultura.

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Regione dell'Italia peninsulare bagnata a W e a S dal Mar Tirreno e delimitata dal Lazio a NW, dal Molise a N, dalla Puglia a NE e dalla Basilicata a E . Estesa per 13.595 km2, con 5.788.000 ab., è amministrativamente divisa nelle province di Avellino, Benevento, Caserta, Napoli e Salerno; capol. regionale è Napoli. Il termine Campania, usato in età classica a designare la fascia costiera tirrenica a sud del Lazio, cadde in disuso nel Medioevo, pur conservandosi vivo nell'uso letterario, e fu ripreso nel secolo scorso come nome ufficiale di una regione i cui confini interni, se si escludono alcuni tratti corrispondenti al corso del Garigliano, del Volturno, dell'Ofanto e del Calore, sono quasi interamente convenzionali.

Morfologia, idrografia e clima

Strutturalmente la Campania può essere divisa in due zone ben delineate che si estendono in direzione NW-SE parallelamente alla costa. All'interno si elevano i rilievi dell'Appennino Campano e dell'Appennino Lucano, separati dalla sella di Conza e dall'alta valle del Sele; lungo la costa si dispongono alcuni gruppi montuosi e collinari isolati, d'origine vulcanica o sedimentaria, separati da poco estese ma fertili pianure alluvionali; a queste duefasce parallele se ne può aggiungere una terza, discontinua e assai meno estesa, costituita da isole costiere di natura vulcanica (Ischia, Procida, Vivara e Nisida) o calcarea (Capri), che rappresentano il naturale prolungamento dei rilievi preappenninici, rispettivamente vulcanici (Campi Flegrei) e calcarei (m. Lattari). L'Appennino è formato in Campania da una successione irregolare di gruppi montuosi intervallati da conche intermontane; i principali, costituiti in prevalenza da formazioni rocciose mesozoiche e cenozoiche, sono il Matese (2050 m del m. Miletto), il Taburno-Camposauro (1388 m), i m. Picentini (m. Cervialto, 1809 m), l'Alburno (1742 m) e il Cervati (1899 m). A essi succede, procedendo verso la costa tirrenica, una fascia di basse colline spesso terrazzate e di ripiani fluviali, che preludono alle pianure costiere formate dai depositi alluvionali del Garigliano, del Volturno, del Sarno e del Sele. Fra queste pianure sono interposti alcuni gruppi montuosi preappenninici, che si ergono isolati, quali l'apparato vulcanico, oggi inattivo, di Roccamonfina (1006 m), la regione vulcanica dei Campi Flegrei, il maestoso cono del Vesuvio (1279 m) e i rilievi calcarei del Massico, dei m. Lattari e del Cilento. La costa, il cui andamento rispecchia chiaramente la successione e la disponibilità delle pianure e dei rilievi costieri, si presenta articolata in tre grandi aggetti peninsulari (Campi Flegrei, Lattari e Cilento), i quali insieme con le isole antistanti delimitano i due golfi di Napoli e di Salerno. I principali corsi d'acqua sono il Garigliano, al confine con il Lazio, il Volturno e il Sele, tutti tributari del Tirreno e dal regime pressoché costante; quasi tutti i minori corsi d'acqua campani, tributari del Tirreno, hanno invece regime torrentizio e così pure quei fiumi che nascono in territorio campano e scendono all'Adriatico, quali il Fortore, il Carapelle e l'Ofanto. Lungo la fascia costiera e sui bassi rilievi preappenninici il clima è straordinariamente dolce, con inverni miti e moderatamente piovosi ed estati relativamente fresche e asciutte . Procedendo verso l'interno aumentano progressivamente le escursioni termiche fino a valori che sono tipici dei climi continentali delle basse latitudini. Le precipitazioni sono in genere modeste nelle pianure costiere e nelle conche intermontane, assai più cospicue sui rilievi, specialmente sui gruppi montuosi del Matese, dell'Avella, del Cervati e dei m. Picentini.

Demografia

Dopo la Lombardia, la Campania è la regione più popolata dell'intero territorio nazionale, mentre è al primo posto per quanto riguarda la densità, con un valore più che doppio rispetto alla media italiana: la densità si eleva a 2700 ab. per km2 in provincia di Napoli e scende al di sotto dei 100 nelle parti più interne del Beneventano e dell'Avellinese . Nonostante l'emigrazione, molto intensa per lunghi periodi, la popolazione campana in poco più di un secolo è quasi raddoppiata e si mantiene tuttora in costante aumento grazie al saldo naturale, a una contrazione dell'emigrazione e al nuovo fenomeno dell'immigrazione di ritorno. A questo enorme sviluppo demografico hanno contribuito prevalentemente la provincia di Napoli e, in minor misura, quelle di Caserta e di Salerno, mentre le province interne di Avellino e Benevento hanno registrato sensibili flessioni. Attualmente la popolazione risulta distribuita in modo molto ineguale: alla regione costiera di intensa concentrazione demografica, che si estende tra i Campi Flegrei e Salerno e che comprende anche larghe propaggini protese in varie dimensioni verso l'interno, si contrappongono vaste aree mediocremente popolate che si dispongono alla periferia del distretto di forte attrazione demografica corrispondente al Napoletano, dove una serie complessa di fattori favorevoli d'ordine storico, geografico ed economico ha condizionato un addensamento demografico eccezionalmente elevato. L'accentramento della popolazione è quasi dappertutto la norma. Insediamenti umaniI tipi di insediamento più comuni sono i grossi centri compatti o i piccoli centri e casali; ma quello più diffuso nella zona di più intenso popolamento è la “corte”, insieme di edifici intorno a uno spazio chiuso in tutto o in parte dagli edifici stessi. La maggior parte dei grossi comuni della pianura campana, scomposti nei loro elementi costitutivi, si rivelano come caotico affastellamento di “corti”. Quanto all'urbanesimo, esso è rappresentato innanzi tutto dall'area metropolitana di Napoli, mentre nel resto della regione non si è avuto quel processo di sviluppo intensivo e diffuso che ha interessato altre parti d'Italia e che ha reso possibile la crescita di centri di taglia demografica intermedia. Infatti, oltre a Napoli, una sola città, Salerno, supera i 100.000 ab., ed essa è – non a caso – il centro con struttura economica e attrezzature civili e culturali più moderne. Le altre maggiori città (Benevento, Avellino, Caserta, Castellammare di Stabia, Torre del Greco, Casoria, Afragola, Portici, Nocera Inferiore, ecc.) hanno tutte un carattere meno pronunciato dal punto di vista urbanistico moderno e un più chiaro carattere di centri agricoli, salvo quelle che a N della provincia napoletana e a S di quella casertana sono state più interessate di recente da significativi episodi di industrializzazione. Altri centri – pur non raggiungendo grande ampiezza – debbono al turismo il loro ruolo di cittadine: così Sorrento, Amalfi, Capri. La Campania è periodicamente colpita da fenomeni di origine endogena: il bradisismo positivo di Pozzuoli del 1970 e degli anni successivi, che nel 1988 ha avuto un'escalation con un sollevamento della terra di oltre un metro, e il sisma di particolare intensità del 23 novembre 1980, che ha interessato gran parte della Campania e molti comuni della Basilicata . Numerosi sono stati i danni alle persone, al patrimonio artistico e abitativo e alle infrastrutture sociali e produttive.

Economia

La maggior parte del reddito prodotto dall'agricoltura campana deriva dalle colture specializzate, con ampi sbocchi commerciali, della zona costiera: prevalgono ortaggi, soprattutto pomodori, patate, primizie, frutta (agrumi, albicocche, prugne, ecc.), uva da vino e da tavola, olive, ecc.; le prov. interne di Avellino e Benevento, benché siano le più nettamente agricole d'Italia, danno redditi assai bassi, essendo caratterizzate da una stentata cerealicoltura (frumento, mais) di montagna e collina. Rispetto all'agricoltura, importanza assai minore hanno l'allevamento del bestiame, lo sfruttamento forestale e la pesca. Per quanto riguarda l'industria, la regione presenta ancora una volta il marcato squilibrio che la contraddistingue: le imprese sono infatti concentrate quasi esclusivamente nel Napoletano, e in misura minore nelle aree a esso più prossime secondo un asse N-S del Salernitano e del Casertano; quest'ultimo, negli anni Settanta, con una forte crescita dell'industria elettromeccanica e di quella elettronica ha perso i caratteri di zona essenzialmente agricola. Accanto all'industrializzazione nei settori di base (siderurgia, entrata in crisi fino a portare nel 1990 alla cessazione della produzione a Bagnoli, meccanica pesante, industria petrolifera e del cemento) e a quella legata all'agricoltura (produzione alimentare, pelli e cuoio, nell'area di Solofra, ecc.) nonché dei comparti tradizionali più in generale (calzature, abbigliamento, ecc.; complessivamente quasi la metà degli addetti), negli ultimi decenni si è registrato un notevole sviluppo del settore chimico e soprattutto meccanico, dei mezzi di trasporto ed elettronico (quasi il 40% degli addetti), dovuto a grandi gruppi esterni (Alfasud e FIAT, ITALTEL, Olivetti, ecc.) e meglio rappresentato dallo stabilimento automobilistico di Pomigliano d'Arco. In complesso la regione si qualifica come una delle più industrializzate del Meridione, con primato assoluto dell'area metropolitana di Napoli, malgrado il settore secondario sia ancora lontano dal fornire un apporto all'economia regionale paragonabile a quello di realtà dell'Italia settentrionale. Una cospicua fonte di reddito è infine costituita dal turismo, favorito dalla bellezza del paesaggio e dalla mitezza del clima . Completa il quadro dell'economia campana l'attività del porto di Napoli (12 milioni di t annue di merci); la città è altresì il più importante nodo stradale, autostradale e ferroviario di tutto il Mezzogiorno. Per il resto il settore terziario è dominato dal pubblico impiego (ca. 40% degli addetti) e dal piccolo commercio, essendo pressoché assenti i rami più avanzati. A esso negli scorsi decenni è stato affidato il contenimento della disoccupazione, giunta comunque a una quota elevata (23% nel 1989), testimoniante tutte le difficoltà dell'economia campana.

Storia

Il nome Campania comparve già in età antichissima (sec. V-IV a. C.) a designare il fertile territorio pianeggiante intorno a Capua (ager campanus) bagnato dal mar Tirreno e delimitato dal monte Massico, dal subappennino e dalla Penisola Sorrentina. Nel sec. VIII a. C. giunsero i coloni greci sulla costa; in seguito gli Etruschi, che nel sec. VI si stabilirono nell'entroterra. Dopo la decisiva sconfitta da questi ultimi subita a Cuma nel 474 a. C. a opera dei Greci, giunsero i Sanniti, che assimilarono usi e costumi etruschi. Seguirono i Romani (sec. IV a. C.), la cui pacifica dominazione durò sette secoli e fu raramente turbata; a loro si devono importanti opere pubbliche. Nel 90-89 a. C. fu concessa la cittadinanza romana. Nell'ordinamento augusteo la Campania felix fu compresa nella prima regione che, col nome di Latium Campania, abbracciava anche il Sannio occid., il paese dei Picentini e il territorio dal Garigliano al Tevere. La Campania fu sconvolta dagli avvenimenti che seguirono la caduta dell'Impero Romano d'Occidente (476 d. C.), con le successive occupazioni da parte degli Eruli prima, dei Goti e dei Bizantini poi, conservando tuttavia l'unità amministrativa ereditata dai Romani. Seguirono i Longobardi (sec. VI), i ducati di Salerno, Benevento e Capua, trasformati più tardi in principati. Napoli intanto, sottrattasi all'influenza bizantina, sotto la dinastia dei Sergi (sec. IX) raggiunse una posizione di notevole prestigio. La vita politica e la fiorente attività economica e commerciale si spostarono verso la Sicilia con l'arrivo dei Normanni che tendevano a espandersi verso l'Oriente (periodo delle Crociate). La Campania, divisa nei giustizierati di Terra di Lavoro, Ducato di Amalfi e Principato di Salerno, perse oltre alla sua unità anche autonomia e prestigio entrando nel sistema amministrativo generale dell'Italia meridionale. Solo Salerno e Napoli conservarono alcuni privilegi con le concessioni di Tancredi (sec. XII). Sia i Normanni sia gli Svevi (subentrati a questi nel 1194) lottarono contro ogni interferenza del papato, i grandi feudatari e le velleità autonomistiche delle città. Essi costituirono uno Stato che per ordinamenti e concezioni fu uno dei più moderni del tempo. Con la morte di Federico II di Svevia, lotte sanguinose infransero tragicamente il sogno di dominio dei suoi eredi. Nelle battaglie di Benevento (1266) e di Tagliacozzo (1268) , Manfredi e Corradino furono sconfitti a opera di Carlo d'Angiò, capostipite degli Angioini, che portò la capitale da Palermo a Napoli nel 1282. Con i suoi eredi, la Campania conobbe un periodo di benessere, fino alle lotte tra Angioini e Aragonesi, che dominarono dal 1443 al 1504. La discesa di Carlo VIII e l'intervento di Ferdinando d'Aragona fecero della Terra di Lavoro il teatro di continue battaglie, finché la Spagna con la conquista di Napoli nel 1503 rimase padrona del regno, che a partire dall'anno seguente fu affidato al governo di un viceré. La situazione interna, prospera all'inizio, peggiorò a poco a poco con l'indebolimento della Spagna dovuto alle continue guerre da essa sostenute; il regno oberato di balzelli andò impoverendosi, generando malcontento negli strati popolari, la cui manifestazione più clamorosa fu la rivolta del luglio 1647, guidata da Masaniello. La situazione migliorò quando, dopo venti anni di dominio austriaco, la corona passò a Carlo di Borbone (1734) i cui discendenti regnarono fino al 1860, salvo le due interruzioni del 1799 (Repubblica Partenopea) e del 1806-15 (regni di Giuseppe Bonaparte e di Gioacchino Murat ). L'azione riformatrice di Carlo III (1734-59) e del Tanucci durante la minorità di Ferdinando IV giovarono soprattutto alla Campania, sede della capitale, che beneficiò anche delle grandiose opere pubbliche innalzate. Caduto Murat, i Borbone esuli in Sicilia tornarono: essi non seppero comprendere lo spirito dei tempi nuovi e generarono malcontento. Sorse la Carboneria, che in Campania trovò ampia diffusione; da Nola partì la rivoluzione del 1820; nel Cilento si ebbero i moti del 1828 e anche nel 1848 fu Napoli la prima città di terraferma che insorse e obbligò Ferdinando II a concedere la Costituzione, che però ebbe breve vita. La spedizione dei Mille vide la Campania accogliere trionfalmente Garibaldi, la cui vittoria nella battaglia del Volturno (ottobre 1860) segnò la fine della dinastia borbonica. Durante la II guerra mondiale gli Alleati utilizzarono la Campania come loro massima base logistica in Italia anche dopo che si erano aperti la via di Roma.

Arte

La Campania è una delle regioni italiane più ricche di testimonianze archeologiche, che documentano le varie fasi di sviluppo e di civiltà dalla sua preistoria alle colonizzazioni succedutesi dei Greci, degli Etruschi, dei Romani. Il passaggio di queste civiltà è attestato in vari centri, specie quelli che furono sepolti dall'eruzione del Vesuvio nel 79 d. C. (Ercolano, Pompei ), dove meglio si sono conservate le testimonianze. Le vestigia dell'arte classica sono documentate in numerosi altri centri, quali Paestum, che, oltre ai celebri monumenti architettonici, nel 1968 e nel 1972 ha rivelato importanti opere di pittura greca del V e III sec. a. C., Napoli, Capua, Cuma, Stabia, Baia, Nola, ecc. Nell'ambito dell'arte paleocristiana spicca il complesso della “città santa”, di Cimitile presso Nola, che comprende 4 basilichette del sec. IV, tra cui quella di S. Felice, absidata con quadriportico, e la “Basilica nova” fondata da Paolino, a tre navate con abside triconca. In pittura, i mosaici del battistero di Soter a Napoli e della volta della Cappella di S. Matrona nella chiesa di S. Prisco a Santa Maria Capua Vetere documentano un'interpretazione provinciale dei motivi classici. Durante la dominazione longobarda (sec. VII-XI) l'attività edilizia, certo intensa, è però scarsamente documentata. Del periodo più antico, corrispondente alla fondazione dei monasteri di S. Vincenzo al Volturno e di S. Pietro a Benevento e al rifacimento di Montecassino (sec. VIII), l'edificio superstite più interessante è S. Sofia di Benevento (completata nel 762), dall'inconsueta pianta stellare. Per trovare nuove testimonianze architettoniche bisogna arrivare alle tre basiliche di S. Giovanni a Corte, S. Salvatore Maggiore a Corte e S. Michele a Corte a Capua (sec. X-XI), che si riallacciano alla tradizione paleocristiana. Più autonoma la pittura, che negli affreschi di S. Sofia di Benevento (sec. IX-X) e in quelli della cripta di S. Vincenzo al Volturno nel Molise (sec. IX), caratterizzati da una grande vivacità di movimento, attesta la presenza di un gusto estraneo alla tradizione locale e vicino alle forme della pittura carolingia. Assai ricca è la fioritura artistica nel periodo compreso tra l'invasione normanna e il regno di Federico II (sec. XI-XIII). In architettura domina la tradizione basilicale in edifici a tre navate su colonne di spoglio, con atrio e tre absidi semicircolari, il cui prototipo è la chiesa abbaziale di Montecassino nel rifacimento dell'abate Desiderio, e da cui dipendono la chiesa del monastero benedettino di S. Angelo in Formis (pure ricostruita da Desiderio, 1073), le cattedrali di Salerno (eretta da Roberto il Guiscardo nel 1076-85), di Sessa Aurunca (1103-1113), di Ravello, di Caserta Vecchia , di Carinola e tutte le maggiori chiese fino al sec. XIII. All'impianto basilicale e all'esibizione di colonne, portali classici e frammenti antichi si uniscono, soprattutto in un secondo tempo, apporti arabo-normanni di origine sicula, come gli archetti intrecciati e gli archi a ferro di cavallo che si diffondonosoprattutto dalla costiera amalfitana (chiostri del duomo e dei Cappuccini ad Amalfi, di S. Domenico a Salerno e di S. Francesco a Sorrento; cortile di palazzo Rufolo a Ravello). Da S. Angelo in Formis deriva il modello dei campanili locali, che nel sec. XIII si arricchiscono di terminazioni a torricine cilindriche cupolate di derivazione siciliana (campanili di Caserta Vecchia, Amalfi, Gaeta). L'influenza musulmana, sovrapposta a quella bizantino-cassinese, è evidente anche nelle decorazioni musive e a tarsie marmoree di pulpiti, amboni, pavimenti. La decorazione plastica è invece decisamente classicheggiante, sia per l'imitazione dei modelli tardoromani, sia per influenza del classicismo ottoniano-bizantino, sia, dalla seconda metà del sec. XII, per legami col classicismo provenzale (paliotto eburneo del duomo di Salerno, sec. XI o XII; amboni del duomo di Salerno, 1175 e 1181; porta bronzea del duomo di Benevento; plutei di S. Restituta a Napoli; sculture della cattedrale di Sessa Aurunca). Ma la tendenza classicheggiante campana culmina nel classicismo federiciano della prima metà del Duecento (sculture del Museo Campano di Capua). L'influenza bizantina è invece esclusiva nel campo della pittura; ne è centro, dal sec. XI, Montecassino. Gli affreschi delle lunette nell'atrio della chiesa di S. Angelo in Formis sono opera di un artista bizantino, mentre l'imponente decorazione pittorica dell'interno, eseguita da maestranze locali, traduce l'aulico linguaggio bizantino in forme popolareggianti (fine del sec. XI o, secondo altri, sec. XII inoltrato). Nelle porte bronzee, dapprima eseguite a Bisanzio (Montecassino, Amalfi), poi in Italia su schemi bizantini (porte di Ravello, di Barisano da Trani, 1179), si afferma alla fine un autonomo linguaggio classicheggiante (porte del duomo di Benevento, inizi del sec. XIII). L'avvento della dinastia angioina e il diffondersi degli ordini francescano e domenicano aprono la strada alle influenze gotiche italiane e francesi, mentre l'attività artistica si accentra sempre di più a Napoli. A partire dal Trecento, la Campania è ormai una provincia artistica del capoluogo.

Folclore

Napoli rappresenta il vero centro del folclore regionale e porta all'estremo, in una dimensione quasi sempre corale, le varie componenti che lo caratterizzano. Passionalità, malinconia, linguaggio colorito e quasi teatrale, mimica, canto soprattutto, danza e superstizione si intrecciano variamente in tutti gli aspetti del folclore partenopeo. Tipiche espressioni di questo mondo, al quale hanno attinto ampiamente letteratura, teatro e cinema, sono certe figure popolari della città: p. es., il famoso “pazzariello” (banditore di negozi alimentari) o i numerosi venditori girovaghi, con i loro musicali richiami e i loro inviti all'acquisto. Permangono poi alcune figure dell'artigianato tradizionale (lavoratori di coralli, di maioliche, di tessuti rustici e prodotti in paglia). Dominante, in ogni espressione della vita popolare, è l'aspetto religioso: una costante rintracciabile in tutta la regione, sebbene le cinque province presentino elementi di differenziazione. La religiosità vivace e a volte con tinte paganeggianti del partenopeo si sfoga in vivacissime feste in gran parte dedicate al culto di numerosi patroni o di santi venerati in ampie zone (celeberrima la devozione per San Gennaro, che raggiunge punte di esaltazione in occasione dell'annuale liquefazione del suo sangue nel duomo napoletano stipatissimo di fedeli). Numerosi sono nella regione i santuari, meta di pellegrinaggi e feste religiose spesso concluse da danze (celebre è la tarantella). Sussistono pure residuidi sacre rappresentazioni (a Sorrento, al Vomero Vecchio, a Procida, ad Amalfi, a Sant'Agata dei Goti) o processioni tipiche che le richiamano e durante le quali sfilano le confraternite (alcune di antichissima origine). Tra le forme di manifestazione religiosa a carattere spettacolare vanno ricordate la processione dei Gigli a Nola (sono portate in processione il giorno di San Paolino, in giugno, colonne di legno lavorato alte fino a 30 m) e la cosiddetta 'ndrezzata, specie di ballo in cui vengono mimati gli antichi scontri con i Saraceni. Immancabile in queste manifestazioni è il corredo di “botti”, fuochi d'artificio e falò (una vera e propria festa dei falò si svolge a Baiano in onore di Santo Stefano). Altri aspetti interessanti del folclore religioso partenopeo sono dati dalla sopravvivenza delle preghiere tradizionali in dialetto, che assumono a volte valore di opera poetica (come a Teano e a Benevento), e, durante la ricorrenza del Natale, dalla consuetudine del presepe, le cui figurine furono raccolte in passato in gruppi scultorei di elevato livello artistico. Poche le feste schiettamente profane, come p. es. la “zeza”, ancora in auge ad Avellino l'ultimo giorno di Carnevale. Nel settore della medicina popolare sopravvivono, specie nelle campagne e nei centri minori, forme di magia e terapie arcaiche. Da tali manifestazioni di etnoiatria e magia alla superstizione il passo è breve, e infatti il napoletano è notoriamente considerato un tenace credente nell'esistenza del malocchio e un convinto praticante di scongiuri (numerosi sono gli oggetti usati come talismani e portafortuna); alla cabala e alla smorfia si fa tuttora ricorso per il popolarissimo gioco del lotto. Il folclore napoletano, e campano in genere, è da tempo oggetto di studi (si tratta forse del folclore più studiato in Italia); in vari centri campani si pubblicano riviste dedicate all'argomento, nelle quali si raccolgono documenti di letteratura popolare. Esigenze di promozione turistica si affiancano all'opera di conservazione delle tradizioni, a recupero o a sostegno di grosse manifestazioni, come quelle canore (celeberrima era la fiera di Piedigrotta, tenuta annualmente il 1º settembre dal 1835 fin quasi ai giorni nostri e comprendente un concorso di canzoni in vernacolo). Costumi e danze sono più spesso ripresi in varie occasioni religiose.

Gastronomia

La cucina della Campania si identifica con quella napoletana, che ha praticamente soppiantato ovunque le antiche ricette locali. Nel suo insieme la cucina campana è semplice, ricca di odori: in primo luogo si consumano le verdure e la frutta, ma anche le carni, il formaggio, il pesce e i frutti di mare. Napoli e la Campania vantano anche una pregiata produzione di paste alimentari: anche se gli spaghetti non sono originari di Napoli, col nome di napoletani si sono diffusi in tutto il mondo, così come la pizza. Non mancano i piatti dalla preparazione complessa o dalla cottura prolungata, come il ragù, il fritto misto, il celebre sartù, la zuppa di soffritto, i caniscioni di verdura, il pignato maretato. Caratterizzano la cucina campana, oltre alle squisite verdure, soprattutto i formaggi e i dolci. I formaggi più usati, a pasta filata, entrano nella composizione di molti piatti: mozzarella, burielli, scamorze, provolone, provole e caciocavallo. Tra i dolci sono da ricordare la pastiera, i babà, le sfogliatelle, i taralli, le zeppole, i rococò. Notevole è la produzione vinicola: tra i vini bianchi più conosciuti si possono ricordare il capri, l'ischia, il Lacrima Christi, l'asprino, il ravello, il greco di tufo; tra quelli rossi o rosati molto apprezzati sono il falerno, il gragnano, il ravello, il taurasi, l'aglianico.