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Regione dell'Italia peninsulare bagnata a W e a S
dal Mar Tirreno e delimitata dal Lazio a NW, dal Molise a N, dalla
Puglia a NE e dalla Basilicata a E . Estesa per 13.595 km2, con
5.788.000 ab., è amministrativamente divisa nelle province di
Avellino,
Benevento,
Caserta,
Napoli e
Salerno; capol. regionale è Napoli. Il termine Campania, usato
in età classica a designare la fascia costiera tirrenica a sud del
Lazio, cadde in disuso nel Medioevo, pur conservandosi vivo nell'uso
letterario, e fu ripreso nel secolo scorso come nome ufficiale di
una regione i cui confini interni, se si escludono alcuni tratti
corrispondenti al corso del Garigliano, del Volturno, dell'Ofanto e
del Calore, sono quasi interamente convenzionali.
Morfologia, idrografia e clima
Strutturalmente
la Campania può essere divisa in due zone ben delineate che si
estendono in direzione NW-SE parallelamente alla costa. All'interno
si elevano i rilievi dell'Appennino Campano e dell'Appennino Lucano,
separati dalla sella di Conza e dall'alta valle del Sele; lungo la
costa si dispongono alcuni gruppi montuosi e collinari isolati,
d'origine vulcanica o sedimentaria, separati da poco estese ma
fertili pianure alluvionali; a queste duefasce parallele se ne può
aggiungere una terza, discontinua e assai meno estesa, costituita da
isole costiere di natura vulcanica (Ischia, Procida, Vivara e Nisida)
o calcarea (Capri), che rappresentano il naturale prolungamento dei
rilievi preappenninici, rispettivamente vulcanici (Campi Flegrei) e
calcarei (m. Lattari). L'Appennino è formato in Campania da una
successione irregolare di gruppi montuosi intervallati da conche
intermontane; i principali, costituiti in prevalenza da formazioni
rocciose mesozoiche e cenozoiche, sono il Matese (2050 m del m.
Miletto), il Taburno-Camposauro (1388 m), i m. Picentini (m.
Cervialto, 1809 m), l'Alburno (1742 m) e il Cervati (1899 m). A essi
succede, procedendo verso la costa tirrenica, una fascia di basse
colline spesso terrazzate e di ripiani fluviali, che preludono alle
pianure costiere formate dai depositi alluvionali del Garigliano,
del Volturno, del Sarno e del Sele. Fra queste pianure sono
interposti alcuni gruppi montuosi preappenninici, che si ergono
isolati, quali l'apparato vulcanico, oggi inattivo, di Roccamonfina
(1006 m), la regione vulcanica dei Campi Flegrei, il maestoso cono
del Vesuvio (1279 m) e i rilievi calcarei del Massico, dei m.
Lattari e del Cilento. La costa, il cui andamento rispecchia
chiaramente la successione e la disponibilità delle pianure e dei
rilievi costieri, si presenta articolata in tre grandi aggetti
peninsulari (Campi Flegrei, Lattari e Cilento), i quali insieme con
le isole antistanti delimitano i due golfi di Napoli e di Salerno. I
principali corsi d'acqua sono il Garigliano, al confine con il
Lazio, il Volturno e il Sele, tutti tributari del Tirreno e dal
regime pressoché costante; quasi tutti i minori corsi d'acqua
campani, tributari del Tirreno, hanno invece regime torrentizio e
così pure quei fiumi che nascono in territorio campano e scendono
all'Adriatico, quali il Fortore, il Carapelle e l'Ofanto. Lungo la
fascia costiera e sui bassi rilievi preappenninici il clima è
straordinariamente dolce, con inverni miti e moderatamente piovosi
ed estati relativamente fresche e asciutte . Procedendo verso
l'interno aumentano progressivamente le escursioni termiche fino a
valori che sono tipici dei climi continentali delle basse
latitudini. Le precipitazioni sono in genere modeste nelle pianure
costiere e nelle conche intermontane, assai più cospicue sui
rilievi, specialmente sui gruppi montuosi del Matese, dell'Avella,
del Cervati e dei m. Picentini.
Demografia
Dopo la Lombardia, la Campania è la
regione più popolata dell'intero territorio nazionale, mentre è al
primo posto per quanto riguarda la densità, con un valore più che
doppio rispetto alla media italiana: la densità si eleva a 2700 ab.
per km2 in provincia di Napoli e scende al di sotto dei 100 nelle
parti più interne del Beneventano e dell'Avellinese . Nonostante
l'emigrazione, molto intensa per lunghi periodi, la popolazione
campana in poco più di un secolo è quasi raddoppiata e si mantiene
tuttora in costante aumento grazie al saldo naturale, a una
contrazione dell'emigrazione e al nuovo fenomeno dell'immigrazione
di ritorno. A questo enorme sviluppo demografico hanno contribuito
prevalentemente la provincia di Napoli e, in minor misura, quelle di
Caserta e di Salerno, mentre le province interne di Avellino e
Benevento hanno registrato sensibili flessioni. Attualmente la
popolazione risulta distribuita in modo molto ineguale: alla regione
costiera di intensa concentrazione demografica, che si estende tra i
Campi Flegrei e Salerno e che comprende anche larghe propaggini
protese in varie dimensioni verso l'interno, si contrappongono vaste
aree mediocremente popolate che si dispongono alla periferia del
distretto di forte attrazione demografica corrispondente al
Napoletano, dove una serie complessa di fattori favorevoli d'ordine
storico, geografico ed economico ha condizionato un addensamento
demografico eccezionalmente elevato. L'accentramento della
popolazione è quasi dappertutto la norma. Insediamenti umaniI tipi
di insediamento più comuni sono i grossi centri compatti o i piccoli
centri e casali; ma quello più diffuso nella zona di più intenso
popolamento è la “corte”, insieme di edifici intorno a uno spazio
chiuso in tutto o in parte dagli edifici stessi. La maggior parte
dei grossi comuni della pianura campana, scomposti nei loro elementi
costitutivi, si rivelano come caotico affastellamento di “corti”.
Quanto all'urbanesimo, esso è rappresentato innanzi tutto dall'area
metropolitana di Napoli, mentre nel resto della regione non si è
avuto quel processo di sviluppo intensivo e diffuso che ha
interessato altre parti d'Italia e che ha reso possibile la crescita
di centri di taglia demografica intermedia. Infatti, oltre a Napoli,
una sola città, Salerno, supera i 100.000 ab., ed essa è – non a
caso – il centro con struttura economica e attrezzature civili e
culturali più moderne. Le altre maggiori città (Benevento, Avellino,
Caserta, Castellammare di Stabia, Torre del Greco, Casoria, Afragola,
Portici, Nocera Inferiore, ecc.) hanno tutte un carattere meno
pronunciato dal punto di vista urbanistico moderno e un più chiaro
carattere di centri agricoli, salvo quelle che a N della provincia
napoletana e a S di quella casertana sono state più interessate di
recente da significativi episodi di industrializzazione. Altri
centri – pur non raggiungendo grande ampiezza – debbono al turismo
il loro ruolo di cittadine: così Sorrento, Amalfi, Capri. La
Campania è periodicamente colpita da fenomeni di origine endogena:
il bradisismo positivo di Pozzuoli del 1970 e degli anni successivi,
che nel 1988 ha avuto un'escalation con un sollevamento della terra
di oltre un metro, e il sisma di particolare intensità del 23
novembre 1980, che ha interessato gran parte della Campania e molti
comuni della Basilicata . Numerosi sono stati i danni alle persone,
al patrimonio artistico e abitativo e alle infrastrutture sociali e
produttive.
Economia
La maggior parte del reddito prodotto
dall'agricoltura campana deriva dalle colture specializzate, con
ampi sbocchi commerciali, della zona costiera: prevalgono ortaggi,
soprattutto pomodori, patate, primizie, frutta (agrumi, albicocche,
prugne, ecc.), uva da vino e da tavola, olive, ecc.; le prov.
interne di Avellino e Benevento, benché siano le più nettamente
agricole d'Italia, danno redditi assai bassi, essendo caratterizzate
da una stentata cerealicoltura (frumento, mais) di montagna e
collina. Rispetto all'agricoltura, importanza assai minore hanno
l'allevamento del bestiame, lo sfruttamento forestale e la pesca.
Per quanto riguarda l'industria, la regione presenta ancora una
volta il marcato squilibrio che la contraddistingue: le imprese sono
infatti concentrate quasi esclusivamente nel Napoletano, e in misura
minore nelle aree a esso più prossime secondo un asse N-S del Salernitano e del Casertano; quest'ultimo, negli anni Settanta, con
una forte crescita dell'industria elettromeccanica e di quella
elettronica ha perso i caratteri di zona essenzialmente agricola.
Accanto all'industrializzazione nei settori di base (siderurgia,
entrata in crisi fino a portare nel 1990 alla cessazione della
produzione a Bagnoli, meccanica pesante, industria petrolifera e del
cemento) e a quella legata all'agricoltura (produzione alimentare,
pelli e cuoio, nell'area di Solofra, ecc.) nonché dei comparti
tradizionali più in generale (calzature, abbigliamento, ecc.;
complessivamente quasi la metà degli addetti), negli ultimi decenni
si è registrato un notevole sviluppo del settore chimico e
soprattutto meccanico, dei mezzi di trasporto ed elettronico (quasi
il 40% degli addetti), dovuto a grandi gruppi esterni (Alfasud e
FIAT, ITALTEL, Olivetti, ecc.) e meglio rappresentato dallo
stabilimento automobilistico di Pomigliano d'Arco. In complesso la
regione si qualifica come una delle più industrializzate del
Meridione, con primato assoluto dell'area metropolitana di Napoli,
malgrado il settore secondario sia ancora lontano dal fornire un
apporto all'economia regionale paragonabile a quello di realtà
dell'Italia settentrionale. Una cospicua fonte di reddito è infine
costituita dal turismo, favorito dalla bellezza del paesaggio e
dalla mitezza del clima . Completa il quadro dell'economia campana
l'attività del porto di Napoli (12 milioni di t annue di merci); la
città è altresì il più importante nodo stradale, autostradale e
ferroviario di tutto il Mezzogiorno. Per il resto il settore
terziario è dominato dal pubblico impiego (ca. 40% degli addetti) e
dal piccolo commercio, essendo pressoché assenti i rami più
avanzati. A esso negli scorsi decenni è stato affidato il
contenimento della disoccupazione, giunta comunque a una quota
elevata (23% nel 1989), testimoniante tutte le difficoltà
dell'economia campana.
Storia
Il nome Campania comparve già in età
antichissima (sec. V-IV a. C.) a designare il fertile territorio
pianeggiante intorno a Capua (ager campanus) bagnato dal mar Tirreno
e delimitato dal monte Massico, dal subappennino e dalla Penisola
Sorrentina. Nel sec. VIII a. C. giunsero i coloni greci sulla costa;
in seguito gli Etruschi, che nel sec. VI si stabilirono
nell'entroterra. Dopo la decisiva sconfitta da questi ultimi subita
a Cuma nel 474 a. C. a opera dei Greci, giunsero i Sanniti, che
assimilarono usi e costumi etruschi. Seguirono i Romani (sec. IV a.
C.), la cui pacifica dominazione durò sette secoli e fu raramente
turbata; a loro si devono importanti opere pubbliche. Nel 90-89 a.
C. fu concessa la cittadinanza romana. Nell'ordinamento augusteo la
Campania felix fu compresa nella prima regione che, col nome di
Latium Campania, abbracciava anche il Sannio occid., il paese dei
Picentini e il territorio dal Garigliano al Tevere. La Campania fu
sconvolta dagli avvenimenti che seguirono la caduta dell'Impero
Romano d'Occidente (476 d. C.), con le successive occupazioni da
parte degli Eruli prima, dei Goti e dei Bizantini poi, conservando
tuttavia l'unità amministrativa ereditata dai Romani. Seguirono i
Longobardi (sec. VI), i ducati di Salerno, Benevento e Capua,
trasformati più tardi in principati. Napoli intanto, sottrattasi
all'influenza bizantina, sotto la dinastia dei Sergi (sec. IX)
raggiunse una posizione di notevole prestigio. La vita politica e la
fiorente attività economica e commerciale si spostarono verso la
Sicilia con l'arrivo dei Normanni che tendevano a espandersi verso
l'Oriente (periodo delle Crociate). La Campania, divisa nei
giustizierati di Terra di Lavoro, Ducato di Amalfi e Principato di
Salerno, perse oltre alla sua unità anche autonomia e prestigio
entrando nel sistema amministrativo generale dell'Italia
meridionale. Solo Salerno e Napoli conservarono alcuni privilegi con
le concessioni di Tancredi (sec. XII). Sia i Normanni sia gli Svevi
(subentrati a questi nel 1194) lottarono contro ogni interferenza
del papato, i grandi feudatari e le velleità autonomistiche delle
città. Essi costituirono uno Stato che per ordinamenti e concezioni
fu uno dei più moderni del tempo. Con la morte di Federico II di
Svevia, lotte sanguinose infransero tragicamente il sogno di dominio
dei suoi eredi. Nelle battaglie di Benevento (1266) e di Tagliacozzo
(1268) , Manfredi e Corradino furono sconfitti a opera di Carlo d'Angiò,
capostipite degli Angioini, che portò la capitale da Palermo a
Napoli nel 1282. Con i suoi eredi, la Campania conobbe un periodo di
benessere, fino alle lotte tra Angioini e Aragonesi, che dominarono
dal 1443 al 1504. La discesa di Carlo VIII e l'intervento di
Ferdinando d'Aragona fecero della Terra di Lavoro il teatro di
continue battaglie, finché la Spagna con la conquista di Napoli nel
1503 rimase padrona del regno, che a partire dall'anno seguente fu
affidato al governo di un viceré. La situazione interna, prospera
all'inizio, peggiorò a poco a poco con l'indebolimento della Spagna
dovuto alle continue guerre da essa sostenute; il regno oberato di
balzelli andò impoverendosi, generando malcontento negli strati
popolari, la cui manifestazione più clamorosa fu la rivolta del
luglio 1647, guidata da Masaniello. La situazione migliorò quando,
dopo venti anni di dominio austriaco, la corona passò a Carlo di
Borbone (1734) i cui discendenti regnarono fino al 1860, salvo le
due interruzioni del 1799 (Repubblica Partenopea) e del 1806-15
(regni di Giuseppe Bonaparte e di Gioacchino Murat ). L'azione
riformatrice di Carlo III (1734-59) e del Tanucci durante la
minorità di Ferdinando IV giovarono soprattutto alla Campania, sede
della capitale, che beneficiò anche delle grandiose opere pubbliche
innalzate. Caduto Murat, i Borbone esuli in Sicilia tornarono: essi
non seppero comprendere lo spirito dei tempi nuovi e generarono
malcontento. Sorse la Carboneria, che in Campania trovò ampia
diffusione; da Nola partì la rivoluzione del 1820; nel Cilento si
ebbero i moti del 1828 e anche nel 1848 fu Napoli la prima città di
terraferma che insorse e obbligò Ferdinando II a concedere la
Costituzione, che però ebbe breve vita. La spedizione dei Mille vide
la Campania accogliere trionfalmente Garibaldi, la cui vittoria
nella battaglia del Volturno (ottobre 1860) segnò la fine della
dinastia borbonica. Durante la II guerra mondiale gli Alleati
utilizzarono la Campania come loro massima base logistica in Italia
anche dopo che si erano aperti la via di Roma.
Arte
La Campania è una delle regioni italiane
più ricche di testimonianze archeologiche, che documentano le varie
fasi di sviluppo e di civiltà dalla sua preistoria alle
colonizzazioni succedutesi dei Greci, degli Etruschi, dei Romani. Il
passaggio di queste civiltà è attestato in vari centri, specie
quelli che furono sepolti dall'eruzione del Vesuvio nel 79 d. C. (Ercolano,
Pompei ), dove meglio si sono conservate le testimonianze. Le
vestigia dell'arte classica sono documentate in numerosi altri
centri, quali Paestum, che, oltre ai celebri monumenti
architettonici, nel 1968 e nel 1972 ha rivelato importanti opere di
pittura greca del V e III sec. a. C., Napoli, Capua, Cuma, Stabia,
Baia, Nola, ecc. Nell'ambito dell'arte paleocristiana spicca il
complesso della “città santa”, di Cimitile presso Nola, che
comprende 4 basilichette del sec. IV, tra cui quella di S. Felice,
absidata con quadriportico, e la “Basilica nova” fondata da Paolino,
a tre navate con abside triconca. In pittura, i mosaici del
battistero di Soter a Napoli e della volta della Cappella di S.
Matrona nella chiesa di S. Prisco a Santa Maria Capua Vetere
documentano un'interpretazione provinciale dei motivi classici.
Durante la dominazione longobarda (sec. VII-XI) l'attività edilizia,
certo intensa, è però scarsamente documentata. Del periodo più
antico, corrispondente alla fondazione dei monasteri di S. Vincenzo
al Volturno e di S. Pietro a Benevento e al rifacimento di
Montecassino (sec. VIII), l'edificio superstite più interessante è
S. Sofia di Benevento (completata nel 762), dall'inconsueta pianta
stellare. Per trovare nuove testimonianze architettoniche bisogna
arrivare alle tre basiliche di S. Giovanni a Corte, S. Salvatore
Maggiore a Corte e S. Michele a Corte a Capua (sec. X-XI), che si
riallacciano alla tradizione paleocristiana. Più autonoma la
pittura, che negli affreschi di S. Sofia di Benevento (sec. IX-X) e
in quelli della cripta di S. Vincenzo al Volturno nel Molise (sec.
IX), caratterizzati da una grande vivacità di movimento, attesta la
presenza di un gusto estraneo alla tradizione locale e vicino alle
forme della pittura carolingia. Assai ricca è la fioritura artistica
nel periodo compreso tra l'invasione normanna e il regno di Federico
II (sec. XI-XIII). In architettura domina la tradizione basilicale
in edifici a tre navate su colonne di spoglio, con atrio e tre
absidi semicircolari, il cui prototipo è la chiesa abbaziale di
Montecassino nel rifacimento dell'abate Desiderio, e da cui
dipendono la chiesa del monastero benedettino di S. Angelo in Formis
(pure ricostruita da Desiderio, 1073), le cattedrali di Salerno
(eretta da Roberto il Guiscardo nel 1076-85), di Sessa Aurunca
(1103-1113), di Ravello, di Caserta Vecchia , di Carinola e tutte le
maggiori chiese fino al sec. XIII. All'impianto basilicale e
all'esibizione di colonne, portali classici e frammenti antichi si
uniscono, soprattutto in un secondo tempo, apporti arabo-normanni di
origine sicula, come gli archetti intrecciati e gli archi a ferro di
cavallo che si diffondonosoprattutto dalla costiera amalfitana
(chiostri del duomo e dei Cappuccini ad Amalfi, di S. Domenico a
Salerno e di S. Francesco a Sorrento; cortile di palazzo Rufolo a
Ravello). Da S. Angelo in Formis deriva il modello dei campanili
locali, che nel sec. XIII si arricchiscono di terminazioni a
torricine cilindriche cupolate di derivazione siciliana (campanili
di Caserta Vecchia, Amalfi, Gaeta). L'influenza musulmana,
sovrapposta a quella bizantino-cassinese, è evidente anche nelle
decorazioni musive e a tarsie marmoree di pulpiti, amboni,
pavimenti. La decorazione plastica è invece decisamente
classicheggiante, sia per l'imitazione dei modelli tardoromani, sia
per influenza del classicismo ottoniano-bizantino, sia, dalla
seconda metà del sec. XII, per legami col classicismo provenzale
(paliotto eburneo del duomo di Salerno, sec. XI o XII; amboni del
duomo di Salerno, 1175 e 1181; porta bronzea del duomo di Benevento;
plutei di S. Restituta a Napoli; sculture della cattedrale di Sessa
Aurunca). Ma la tendenza classicheggiante campana culmina nel
classicismo federiciano della prima metà del Duecento (sculture del
Museo Campano di Capua). L'influenza bizantina è invece esclusiva
nel campo della pittura; ne è centro, dal sec. XI, Montecassino. Gli
affreschi delle lunette nell'atrio della chiesa di S. Angelo in
Formis sono opera di un artista bizantino, mentre l'imponente
decorazione pittorica dell'interno, eseguita da maestranze locali,
traduce l'aulico linguaggio bizantino in forme popolareggianti (fine
del sec. XI o, secondo altri, sec. XII inoltrato). Nelle porte
bronzee, dapprima eseguite a Bisanzio (Montecassino, Amalfi), poi in
Italia su schemi bizantini (porte di Ravello, di Barisano da Trani,
1179), si afferma alla fine un autonomo linguaggio classicheggiante
(porte del duomo di Benevento, inizi del sec. XIII). L'avvento della
dinastia angioina e il diffondersi degli ordini francescano e
domenicano aprono la strada alle influenze gotiche italiane e
francesi, mentre l'attività artistica si accentra sempre di più a
Napoli. A partire dal Trecento, la Campania è ormai una provincia
artistica del capoluogo.
Folclore
Napoli rappresenta il vero centro del
folclore regionale e porta all'estremo, in una dimensione quasi
sempre corale, le varie componenti che lo caratterizzano.
Passionalità, malinconia, linguaggio colorito e quasi teatrale,
mimica, canto soprattutto, danza e superstizione si intrecciano
variamente in tutti gli aspetti del folclore partenopeo. Tipiche
espressioni di questo mondo, al quale hanno attinto ampiamente
letteratura, teatro e cinema, sono certe figure popolari della
città: p. es., il famoso “pazzariello” (banditore di negozi
alimentari) o i numerosi venditori girovaghi, con i loro musicali
richiami e i loro inviti all'acquisto. Permangono poi alcune figure
dell'artigianato tradizionale (lavoratori di coralli, di maioliche,
di tessuti rustici e prodotti in paglia). Dominante, in ogni
espressione della vita popolare, è l'aspetto religioso: una costante
rintracciabile in tutta la regione, sebbene le cinque province
presentino elementi di differenziazione. La religiosità vivace e a
volte con tinte paganeggianti del partenopeo si sfoga in vivacissime
feste in gran parte dedicate al culto di numerosi patroni o di santi
venerati in ampie zone (celeberrima la devozione per San Gennaro,
che raggiunge punte di esaltazione in occasione dell'annuale
liquefazione del suo sangue nel duomo napoletano stipatissimo di
fedeli). Numerosi sono nella regione i santuari, meta di
pellegrinaggi e feste religiose spesso concluse da danze (celebre è
la tarantella). Sussistono pure residuidi sacre rappresentazioni (a
Sorrento, al Vomero Vecchio, a Procida, ad Amalfi, a Sant'Agata dei
Goti) o processioni tipiche che le richiamano e durante le quali
sfilano le confraternite (alcune di antichissima origine). Tra le
forme di manifestazione religiosa a carattere spettacolare vanno
ricordate la processione dei Gigli a Nola (sono portate in
processione il giorno di San Paolino, in giugno, colonne di legno
lavorato alte fino a 30 m) e la cosiddetta 'ndrezzata, specie di
ballo in cui vengono mimati gli antichi scontri con i Saraceni.
Immancabile in queste manifestazioni è il corredo di “botti”, fuochi
d'artificio e falò (una vera e propria festa dei falò si svolge a
Baiano in onore di Santo Stefano). Altri aspetti interessanti del
folclore religioso partenopeo sono dati dalla sopravvivenza delle
preghiere tradizionali in dialetto, che assumono a volte valore di
opera poetica (come a Teano e a Benevento), e, durante la ricorrenza
del Natale, dalla consuetudine del presepe, le cui figurine furono
raccolte in passato in gruppi scultorei di elevato livello
artistico. Poche le feste schiettamente profane, come p. es. la “zeza”,
ancora in auge ad Avellino l'ultimo giorno di Carnevale. Nel settore
della medicina popolare sopravvivono, specie nelle campagne e nei
centri minori, forme di magia e terapie arcaiche. Da tali
manifestazioni di etnoiatria e magia alla superstizione il passo è
breve, e infatti il napoletano è notoriamente considerato un tenace
credente nell'esistenza del malocchio e un convinto praticante di
scongiuri (numerosi sono gli oggetti usati come talismani e
portafortuna); alla cabala e alla smorfia si fa tuttora ricorso per
il popolarissimo gioco del lotto. Il folclore napoletano, e campano
in genere, è da tempo oggetto di studi (si tratta forse del folclore
più studiato in Italia); in vari centri campani si pubblicano
riviste dedicate all'argomento, nelle quali si raccolgono documenti
di letteratura popolare. Esigenze di promozione turistica si
affiancano all'opera di conservazione delle tradizioni, a recupero o
a sostegno di grosse manifestazioni, come quelle canore (celeberrima
era la fiera di Piedigrotta, tenuta annualmente il 1º settembre dal
1835 fin quasi ai giorni nostri e comprendente un concorso di
canzoni in vernacolo). Costumi e danze sono più spesso ripresi in
varie occasioni religiose.
Gastronomia La cucina della Campania si
identifica con quella napoletana, che ha praticamente soppiantato
ovunque le antiche ricette locali. Nel suo insieme la cucina campana
è semplice, ricca di odori: in primo luogo si consumano le verdure e
la frutta, ma anche le carni, il formaggio, il pesce e i frutti di
mare. Napoli e la Campania vantano anche una pregiata produzione di
paste alimentari: anche se gli spaghetti non sono originari di
Napoli, col nome di napoletani si sono diffusi in tutto il mondo,
così come la pizza. Non mancano i piatti dalla preparazione
complessa o dalla cottura prolungata, come il ragù, il fritto misto,
il celebre sartù, la zuppa di soffritto, i caniscioni di verdura, il
pignato maretato. Caratterizzano la cucina campana, oltre alle
squisite verdure, soprattutto i formaggi e i dolci. I formaggi più
usati, a pasta filata, entrano nella composizione di molti piatti:
mozzarella, burielli, scamorze, provolone, provole e caciocavallo.
Tra i dolci sono da ricordare la pastiera, i babà, le sfogliatelle,
i taralli, le zeppole, i rococò. Notevole è la produzione vinicola:
tra i vini bianchi più conosciuti si possono ricordare il capri, l'ischia,
il Lacrima Christi, l'asprino, il ravello, il greco di tufo; tra
quelli rossi o rosati molto apprezzati sono il falerno, il gragnano,
il ravello, il taurasi, l'aglianico. |