Piemonte
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Basilicata
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Sardegna
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Regione dell'Italia sett., affacciata a E al Mar
Adriatico e delimitata dal Veneto a NE, dalla Lombardia a N e a NW,
dal Piemonte e dalla Liguria a W, dalla Toscana a S e a SW, dalle
Marche e dalla Repubblica di San Marino a SE . Capoluogo è Bologna.
Amministrativamente è divisa nelle province di
Bologna,
Ferrara,
Forlì,
Modena,
Parma,
Piacenza,
Ravenna,
Reggio nell'Emilia e
Rimini.
Deve il suo nome alla Via Aemilia, l'arteria romana che
collegava le città di Placentia (Piacenza) e di Ariminum (Rimini).
Il nome Emilia cadde in disuso nell'età medievale e fu ripreso solo
nel XIX sec. Il termine Romagna, che indica il settore sud-orient.
della regione storico-amministrativa compreso tra le Valli di
Comacchio, il corso del Sillaro, la catena appenninica e il mare, fu
aggiunto ufficialmente alla denominazione Emilia solo nel 1947 in
ossequio alla sua individualità storica.
Morfologia
Limitata a N dal corso del Po e a E
dal Mar Adriatico, è costituita da due parti distinte; lungo il
confine con la Liguria, la Toscana e le Marche si innalzano i
rilievi dell'Appennino Tosco-Emiliano, ai piedi del quale si stende
gran parte della Pianura Padana a S del Po e interamente quella
romagnola. La suddivisione amministrativa lascia alla Lombardia l'Oltrepò
Mantovano, alla Liguria, alla Toscana e alle Marche buona parte dei
rilievi posti sulla linea spartiacque e le parti superiori di alcuni
bacini imbriferi, come quelli della Trebbia, del Reno, del Santerno,
del Lamone e della Marecchia. All'Emilia appartiene, seppure non
interamente, il versante padano dell'Appennino Tosco-Emiliano, che
in genere non è molto elevato (m. Cimone, 2165 m). Con direzione
normale alla linea di displuvio si allungano verso la pianura,
digradando progressivamente, lunghe dorsali montuose, separate
nettamente dalle valli trasversali dei corsi d'acqua, più o meno
ampie e profonde secondo la maggiore o minore resistenza dei terreni
attraversati. Dalle estreme propaggini collinari si trapassa alle
ondulazioni dell'alta pianura ciottolosa, formata dalla fusione dei
vari conoidi di deiezione, oltre la quale si stende l'ampia e
fertile pianura alluvionale, percorsa da numerosi corsi d'acqua,
affluenti di destra del Po (Tidone, Trebbia, Nure, Arda, Taro,
Parma, Enza, Secchia e Panaro) o tributari direttamente
dell'Adriatico (Reno, Lamone e Savio). Delle grandi estensioni
paludose, che anticamente caratterizzavano la bassa pianura emiliana
e romagnola, restano le Valli di Comacchio e i vari specchi lacustri
dell'apparato deltizio del Po. Se si eccettua questo fiume, che
scorre al confine sett. della regione, tutti i corsi d'acqua hanno
regime torrentizio con piene autunnali e primaverili e accentuati
minimi nel periodo estivo.
Clima
Il clima dell'Emilia ha caratteristiche subcontinentali, con inverni freddi ed estati calde, mitigate però
dalle brezze marine lungo l'Adriatico. Le precipitazioni , più
copiose in autunno e in primavera, aumentano progressivamente dalla
pianura alle aree montuose, dove raggiungono valori elevati,
superiori anche ai 3000 mm annui. PopolazioneFino al secolo scorso
l'andamento della popolazione ha sempre segnato una crescita molto
lenta ma costante. Negli ultimi decenni il movimento naturale è
entrato in una fase di flessione, divenuta sempre più netta negli
anni Settanta e Ottanta e dovuta a una complessa serie di fattori,
tra cui la maturazione di nuove idee in tema di famiglia e la
consistente presenza della donna nei vari settori di occupazione. E
così la popolazione residente, che aveva registrato un incremento di
ca. il 3% nel decennio 1971-81 grazie al saldo positivo del
movimento migratorio, si è ridotta nel decennio successivo di ca.
l'1%. L'andamento demografico è differenziato a seconda delle
province: Forlì, Modena e Reggio vedono aumentare la popolazione
residente, tutte le altre registrano un decremento. Nel contempo si
verifica un aumento nei comuni delle fasce o delle corone suburbane,
mentre perdono abitanti le città, a partire dalle maggiori. Le più
alte concentrazioni demografiche si sono sempre avute lungo il
percorso della via Emilia: nella stretta fascia che l'accompagna si
sono insediate le più qualificate attività industriali e commerciali
e quasi la metà della popolazione emiliana. Nell'ambito di questa
fascia è avvenuto un forte processo di urbanizzazione, che si è
manifestato con la dilatazione delle città fino a formare una specie
di lunga conurbazione lineare. Attualmente tale tendenza si sta
invertendo, e l'obiettivo della pianificazione urbanistica regionale
è quello di portare a uno sviluppo equilibrato del territorio,
favorendo nuovi assi di sviluppo urbano che attenuino lo squilibrio
derivante dall'egemonia della via Emilia.
Economia
Regione un tempo essenzialmente
agricola, l'Emilia si è profondamente trasformata tanto che gli
addetti all'agricoltura sono scesi, in quarant'anni, dal 50 al 10%,
e il prodotto agricolo concorre alla formazione del reddito
regionale solo col 6,4% contro il 36,7% dell'industria e il 56,9%
dei servizi. Tuttavia l'Emilia detiene il primo posto in Italia per
la quantità e il valore della produzione vendibile grazie alla
crescente meccanizzazione e alla produttività delle colture , cui si
accompagna un razionale allevamento. Indicativamente l'Emilia è al
primo posto per il frumento e produce il 62% delle pere, il 37%
delle barbabietole da zucchero, il 48% delle susine e fragole, il
32% delle pesche, il 20% delle mele . Anche per gran parte degli
altri prodotti agricoli è ai primi posti, in particolare per l'uva,
i pomodori, i legumi. Ottima la produzione di vino, latte,
latticini, burro, formaggi, carni (celebri il parmigiano reggiano e
il prosciutto di Parma). Oltre a grandi allevamenti di animali da
cortile, il patrimonio di suini è pari al 24% di quello nazionale,
mentre quello dei bovini supera il 12%. Le aree in cui il settore è
più sviluppato sono quelle facenti capo a Forlì, Bologna, Modena e
Ferrara. In tutta la regione l'agricoltura è basata su alcune grandi
aziende capitalistiche e su numerose piccole e medie aziende unite
in cooperative (oltre 12.000), costituite a diversi livelli, dalla
conduzione alla trasformazione o conservazione dei prodotti, alla
loro commercializzazione ed esportazione. Nonostante la profonda
trasformazione del tessuto produttivo, l'Emilia non presenta quei
forti contrasti che hanno cambiato il volto a molte regioni
italiane. Fatta eccezione per i grandi impianti chimici di Ferrara (Montedison)
e di Ravenna (ANIC), sorti anche grazie alla presenza di importanti
giacimenti metaniferi, la struttura industriale della regione si
basa sulla piccola e media impresa . Questa struttura industriale
dinamica, diversificata e flessibile – che però non è immune dal
lavoro “nero” a domicilio e da una relativa dipendenza dalla grande
industria del Nord e straniera – non solo ha consentito tassi
elevatissimi di crescita ma anche una maggiore capacità di
adattamento alle difficili vicende economiche iniziate a metà degli
anni Settanta. I settori più importanti, oltre a quello tradizionale
di trasformazione dei prodotti agricoli, sono quelli alimentare,
metalmeccanico, tessile, dell'abbigliamento, chimico, vetrario,
farmaceutico, del mobile e dei prodotti per l'edilizia. Particolare
sviluppo hanno raggiunto i settori della meccanica ad alta
tecnologia e dell'elettronica nonché i servizi, coordinati da una
oculata politica regionale e comunale. Le più elevate concentrazioni
industriali gravitano sulla via Emilia, asse dello sviluppo
regionale grazie all'efficiente sistema di collegamenti autostradali
e ferroviari con Milano, Torino, Brescia, Verona, Padova, Genova, La
Spezia, Firenze, Ancona, che permette rapidi interscambi sia interni
sia con l'estero. Il turismo ha nella riviera romagnola la zona
italiana più attiva in termini assoluti, comunque anche il
patrimonio artistico di città come Parma, Modena, Ferrara, oltre il
capol., è fonte di notevole attrazione per il flusso turistico.
Storia
Entrata nell'orbita etrusca, la regione,
dove erano sorti numerosi centri (Cesena, Modena, Parma, Piacenza,
tutti gravitanti intorno a Felsina e al porto di Spina), fino
all'invasione dei Galli Boi (sec. IV a. C.) godette di grande
splendore. Contro le nuove tribù galliche furono costruite (268 a.
C.) Ariminum (Rimini), la prima colonia di diritto latino in
territorio emiliano, e la roccaforte di Sarsina. Nel 187 a. C. il
console M. Emilio Lepido diede il proprio nome alla colonia e vi
fece costruire la Via Emilia; Augusto la inserì nel proprio
ordinamento come VIII regione. Durante la dominazione romana,
Bologna fu il principale centro della regione, ma, a partire dal
sec. V d. C., il predominio passò a Ravenna che era stata scelta da
Onorio come dimora imperiale e sede dell'Esarcato ed era stata
teatro della vittoria di Teodorico su Onorio. Con la discesa dei
Longobardi in Italia (568) la regione fu divisa in Emilia
propriamente detta (Modena, Parma, Piacenza e Reggio), dove si
stabilirono i Longobardi, e in Romagna, cioè in quell'area compresa
tra Ravenna e Bologna che rimase romano-bizantina. Nel 751 i
Longobardi conquistarono anche Ravenna e l'Esarcato: i papi chiesero
allora l'intervento dei Franchi (754-756) e Pipino, dopo aver
conquistato la Romagna, ne fece donazione al pontefice. L'autorità
papale fu riconosciuta dagli imperatori medievali solo nel sec. XIII
con le rinunce di Ottone IV (1201) e di Federico II (1213). L'età
comunale vide le città in lotta fra di loro, alcune guelfe, altre
ghibelline, alcune unite alla Lega Lombarda altre strette all'impero
e ciò favorì l'avvento delle signorie: nel sec. XIII a Ferrara
presero il potere i Salinguerra prima e gli Estensi poi, a Forlì si
affermarono gli Ordelaffi, a Parma i da Gente, a Piacenza i
Pallavicino e solo Bologna restò ancora a lungo legata agli istituti
comunali. Nel 1278 Rodolfo I d'Asburgo, imperatore del Sacro Romano
Impero, riconobbe la sovranità papale sulla Romagna e i signori
locali ebbero il titolo di vicari pontifici. Gli anni seguenti
furono caratterizzati da continue lotte tra i papi e i signori e dai
tentativi espansionistici di Firenze e Venezia (contro la quale nel
1509 fu stretta la Lega di Cambrai) in Romagna. Con la Pace di
Cateau-Cambrésis (1559) la re gione fu divisa tra i Farnese, duchi
di Parma e Piacenza, gli Estensi, duchi di Ferrara, Modena e Reggio
e lo Stato Pontificio che occupò saldamente la Romagna. La
situazione parve cristallizzarsi fino al 1731, quando il Ducato di
Parma passò per eredità a Don Carlos di Borbone, che nel 1738 lo
cedette all'Austria; Parma ridivenne indipendente nel 1748 con
Filippo di Borbone, genero di Luigi XV di Francia. A Modena invece
nel 1751 Francesco III d'Este diede in sposa a un figlio di Maria
Teresa d'Austria la propria figlia ed erede. Nel periodo napoleonico
Modena, Reggio, Bologna e Ferrara furono annesse alla Repubblica
Cispadana e poi a quella Cisalpina, mentre Parma e Piacenza vennero
unite alla Francia (1802). Il Congresso di Vienna restaurò il
governo pontificio a Bologna, Ravenna e Ferrara, diede a Francesco
IV di Lorena-Este il Ducato di Modena e a Maria Luigia d'Austria
quello di Parma. Dopo il 1821 e soprattutto nei territori papali, la
regione fu teatro di numerosi moti insurrezionali; basti ricordare
quelli di Ciro Menotti (1831), di Pasquale Muratori (1843), del
Renzi e del Pasi (1844), la rivolta di Rimini (1845), l'uccisione
del duca Carlo III di Borbone a Parma (1854). Il 18 marzo 1860
l'Emilia e la Romagna entrarono a far parte del Regno d'Italia. Le
pesanti condizioni del lavoro agricolo e la diffusione delle idee
socialiste propagandate da Andrea Costa portarono nel 1890 alle
prime agitazioni contadine e al moltiplicarsi delle leghe e delle
cooperative e nel 1907-08 al grande sciopero agrario nel Ferrarese,
nel Bolognese e nel Parmense. Tenace fu l'opposizione della regione
al fascismo specie dopo il 1943. I partigiani emiliani a fianco
delle truppe alleate superarono le difese nemiche presso Argenta e
liberarono Bologna, Modena e Ferrara, contribuendo a imporre ai
Tedeschi la resa definitiva sul fronte italiano nella primavera del
1945.ArcheologiaNei musei di Bologna e di altre città della regione
si conservano numerose suppellettili di tombe villanoviane e
caratteristiche stele figurate e altri monumenti etruschi. A Ferrara
il Museo di Spina è noto per le raccolte di bronzi etruschi e di
ceramiche figurate importate nel sec. V a. C. dalla Grecia. Presso
Marzabotto sono i resti di una città etrusca dall'impianto
regolarissimo, forse l'antica Misa. La civiltà romana ha lasciato
numerose testimonianze, soprattutto dal sec. I a. C. al II d. C., in
tutti i più importanti centri della regione. La città che conserva i
monumenti romani più notevoli è Rimini (arco di Augusto, ponte di
Tiberio , anfiteatro). Importanti anche la zona archeologica di
Velleia (Piacenza), con il foro porticato e altri edifici, nonché
statue e iscrizioni oggi al Museo di Parma; la villa romana di Russi
(Ravenna) di età augustea; i resti del porto e della necropoli di
Classe presso Ravenna. Da diverse necropoli provengono grandi e
belle stele lapidee con serie di ritratti; notevoli i ricchi
mausolei funerari della necropoli di Sarsina.
Arte
Con il trasferimento della capitale
dell'Impero di Occidente da Milano a Ravenna (404), iniziò in questa
città una fioritura artistica eccezionale. Alla prima metà del
secolo risalgono il battistero degli Ortodossi e il mausoleo di
Galla Placidia, entrambi rivestiti internamente di mosaici. Dopo un
periodo di relativa stasi corrispondente alla dominazione dei Goti
(mausoleo di Teodorico , mosaici più antichi di S. Apollinare Nuovo)
e con la conquista della città da parte di Bisanzio (540) sorsero S.
Vitale e S. Apollinare in Classe e si rinnovò la decorazione musiva
di S. Apollinare Nuovo. L'arte bizantina di Ravenna (detta anche “esarcale”)
continuò a influenzare l'architettura lungo le coste dell'Adriatico
sett., fino alle soglie del romanico (la celebre abbazia di Pomposa;
l'originario S. Marco di Venezia; Torcello, Caorle, ecc.). Nel
periodo romanico l'architettura emiliana presenta caratteri ben
differenziati rispetto alle altre scuole dell'area padana. Dal
prototipo della cattedrale di Modena (dell'architetto Lanfranco,
iniziata nel 1099) derivano fra l'altro le cattedrali di Ferrara
(1135) e Cremona (1107), la chiesa abbaziale di Nonantola (1121);
invece nelle cattedrali di Parma e di Piacenza si fondono elementi
emiliani e lombardi. Nel campo della scultura la scuola emiliana è
la più importante del periodo romanico in Italia. Nel cantiere di
Modena operò il grande Wiligelmo, oltre a un gruppo di artisti
anonimi (Maestro delle Metope, Maestro della Verità e della Frode,
Maestro di Re Artù) che risentono direttamente dell'influenza
borgognona. Nel secondo quarto del secolo, Maestro Niccolò continuò
la tradizione di Wiligelmo. Successivamente divennero evidenti gli
influssi del classicismo provenzale con i Maestri Campionesi
(pontile di Modena, ca. 1160-75) e soprattutto con Benedetto
Antelami. L'Antelami, che fu pure l'architetto del battistero, si
muove decisamente verso lo stile gotico per influenza dell'arte
francese dell'Île-de-France. In scultura il suo linguaggio domina
gran parte dell'Italia sett. e centr. fino al rinnovamento operato
da Nicola Pisano (presente a Bologna nel 1265-67 con l'Arca di S.
Domenico, eseguita dai suoi scolari). In Emilia sorsero nel
Due-Trecento alcuni edifici che sono tra i più interessanti del
gotico italiano. Il centro più importante divenne in questo periodo
Bologna, dove, dopo l'episodio francesizzante del S. Francesco (metà
del Duecento), si affermò un'architettura locale assai pittoresca
(S. Petronio, 1390, e Palazzo della Mercanzia, 1384, di Antonio di
Vincenzo). Nella pittura, l'influenza bizantina prevale nel sec.
XIII nei mosaici del battistero di Parma, mentre nel sec. XIV
l'esempio di Giotto e dei senesi diede vita a floride scuole locali:
la riminese, la bolognese e infine, derivata da questa, la scuola di
Modena, che preparò il gusto tardogotico. Meno originale la scultura
emiliana, che si avvale di apporti stranieri, soprattutto lombardi e
veneti nel Trecento e toscani nel Quattrocento. In architettura,
dopo una serie di esempi ibridi toscano-padani, si affermò il
linguaggio rinascimentale che fiorì anche nella pittura, specie a
Ferrara, sede della corte estense . Dai soggiorni ferraresi di
Pisanello (1431-48), Jacopo Bellini (1441) e soprattutto Mantegna,
Rogier van der Weyden e Piero della Francesca (ca. 1449-51) traggono
stimoli i grandi ferraresi del Quattrocento, Cosmè Tura, Cossa ed
Ercole de' Roberti, che avviarono la città a diventare uno dei
maggiori centri pittorici d'Italia. Verso il 1470 la scuola
ferrarese si trasferì a Bologna, dove tra Quattro e Cinquecento si
formò una scuola legata all'idealismo umbro-veneto (F. Francia), con
influenza sul resto dell'Emilia (Cotignola). Nella prima metà del
sec. XVI, mentre a Ferrara Dosso Dossi risentiva direttamente
dell'esempio giorgionesco, a Parma il Correggio innestava la
tradizione illusionistica del Mantegna sugli esempi romani,
anticipando il barocco, e il Parmigianino, di ritorno da Roma dopo
il sacco del 1527, realizzava una delle esperienze basilari del
manierismo. Bruciata rapidamente l'esperienza manieristica
(Pellegrini, Primaticcio e Niccolò dell'Abate a Bologna; Lelio Orsi
a Reggio, ecc.), verso il 1580 i bolognesi Agostino, Annibale e
Ludovico Carracci, con la fondazione dell'Accademia bolognese,
avviarono il superamento dell'eclettismo e del manierismo e posero
le basi della pittura barocca. Da questo momento la storia della
scuola emiliana si fonde con quella della scuola bolognese.
Folclore
Per le vaste pianure, per il facile
accesso al mare, nella regione confluirono, per lunghi secoli, genti
non solo d'Italia, ma di molti Paesi d'Europa lasciando un retaggio
di usi e costumi, molti dei quali ormai dimenticati, molti
gelosamente tramandati. Più ricco forse il triangolo romagnolo che
non il resto della regione, dove una certa unità culturale e
celebrativa trova le sue radici nell'agricoltura e nella religione.
Simbolo del comune vincolo agricolo è il plaustro, grande carro a
quattro ruote, raramente a due. Dipinto a fiori con colori
vivacissimi in Romagna e con immagini sacre (Sant'Antonio, la
Madonna del Fuoco venerata a Forlì, San Giorgio che uccide il
drago), è invece prevalentemente scolpito nell'Emilia, dove la
Madonna di San Luca, venerata a Bologna, trionfa nella parte
anteriore del carro. Esemplari di plaustri si trovano nel ricco
Museo etnografico di Forlì; ve ne sono di vario tipo, tutti
estremamente vivaci, a due e a quattro ruote, con il fondo piatto
oppure a fuso o a culla. Le celebrazioni religiose e pagane sono
numerosissime e sarebbe difficile ricordarle tutte. Famosa nei
giorni dell'Ascensione la festa della Madonna di San Luca, con
l'esposizione della statua della Vergine nella cattedrale e in S.
Petronio prima di riportarla al santuario a 3 km da Bologna. Se
questa è la principale celebrazione del cuore dell'Emilia, per la
Romagna si può far riferimento alla grande tradizione dei fuochi. Il
4 febbraio migliaia di fugarèn si accendono in tutta la campagna e
l'antica usanza pagana propiziatoria è intesa, da secoli ormai, come
celebrazione in onore della Madonna. Famoso, un tempo, il carnevale
di Bologna, tra i più squillanti della penisola, per la vasta
partecipazione popolare, la gaiezza, la malizia, la spregiudicata,
sapida vena delle sue maschere, dal cittadino dottor Balanzone, al
villereccio Narciso, che con le sue narzisèt bollava il malcostume,
si burlava delle donne e dava l'imbeccata al Marsaro cui spettava il
compito di tirar fendenti sui politici, sui potenti, sulle donne.
Carnevale oggi meno sentito e meno dissacrante, ma ancor vivo nel
gusto della burla, nell'icastico commento, nella satira feroce e
folgorante, che esplode sulla bocca dell'emiliano e del romagnolo in
un commento sintetico, distruttivo. Tra le tante sagre di origine
antica va ricordata quella della Segavecchia, che si celebra a metà
Quaresima a Cotignola e a Forlimpopoli dove un fantoccio, al culmine
della celebrazione, viene tagliato a metà per lasciar cadere a
profusione, come da una cornucopia, dolciumi e frutta secca. Tra le
celebrazioni romagnole più tipiche è la festa dell'ospitalità che in
settembre a Bertinoro (Forlì) fa rivivere costumanze medievali.
Processioni notturne, con fiaccole e canti, hanno luogo un po'
ovunque, specie nel Parmense e nel Modenese. Così dicasi per le
feste legate alla mostra e alla benedizione degli animali: specie
nel giorno di S. Antonio (17 gennaio) e per le fiere, come quella di
Faenza (29 giugno) che segna contemporaneamente l'inizio della
stagione teatrale, con l'interessante rievocazione del palio del
Niballo in costumi rinascimentali e un torneo, tra i rappresentanti
dei cinque rioni, che si svolge dal 12 giugno al 10 luglio. Ricca di
significato anche la celebrazione del 13 settembre che si svolge
ogni anno a Ravenna, con l'offerta per la lampada votiva del
monumento funebre di Dante dell'olio delle colline toscane recato
dal sindaco di Firenze e dai valletti comunali in costume,
ricambiando la visita del sindaco di Ravenna a Firenze della fine di
maggio, mese in cui nacque il poeta. Spettacolo e letteraturaTeatro
e letteratura popolare meritano un accenno particolare. Basti far
riferimento ai “maggi” drammatici, di origine probabilmente
reggiana, ancor oggi vivi in certe zone montane confinanti con la
Toscana e con la Liguria. Nati come balli notturni propiziatori
attorno a grandi falò, si sono trasformati, con canti e recitazione,
in evocazione di episodi epici (la rotta di Roncisvalle, le imprese
dei paladini) o di misteri sacri (famosissima la Via Crucis
celebrata ogni tre anni a Frassinoro, Modena). In Romagna, dove è
ancor viva la tradizione (studiata, con gli altri aspetti del
folclore, dalla rivista etnografica La Pié) dell'urazion, di
soggetto sacro, delle canzoni epico-liriche, dei canti a la stesa, a
la rastladora e a la sfuiadora a celebrazione del lavoro dei campi
(rastrellatura, sfogliatura, ecc.), si è sviluppato sullo scorcio
del sec. XIX un teatro dialettale locale, con un repertorio autonomo
presentato anche in teatri regolari da compagnie di filodrammatici.
Vi hanno contribuito autori come il faentino G. Cantagalli, i
ravennati P. Poletti ed E. Guberti, il forlivese Icilio Missiroli e,
infine, Euclide di Bargamen (pseudonimo di V. Majoli), attivo dagli
anni Trenta agli anni Cinquanta. Per quanto si riferisce invece alla
commedia bolognese si veda alla voce Bologna.
Gastronomia
Il piatto comune della regione è la
pasta, anzi la sfoglia, che le massaie usano preparare a mano
lavorando a lungo farina di grano e uova. Viene poi ridotta in
tagliatelle, maltagliati, tagliolini per paste in brodo o asciutte;
e in quadratini, quadratoni e losanghe che si farciscono con ripieno
grasso o magro, assumendo, secondo il formato, il tipo di ripieno,
ecc., i nomi di anulen (Parma e Piacenza), cappelletti (Ferrara,
Ravenna e Forlì), tortellini e lasagne (Bologna), ravioli (Modena),
ecc. L'Emilia è inoltre famosa per i salumi, fra cui la coppa di
Piacenza, il fiorettino e lo zucco di Reggio, lo zampone di Modena;
Bologna vanta il petto di tacchino farcito e la mortadella, Parma il
prosciutto e il culatello. Il formaggio grana è un altro vanto
dell'Emilia che Parma e Reggio si contendono. La Romagna sfrutta
invece i più semplici prodotti dell'Appennino e del mare: pesce,
frutti di mare, pollo, selvaggina, salsicce e verdure.
Caratteristica la piada, che si cuoce al fuoco di legna su lastra
refrattaria: è una schiacciata di pane azzimo che accompagna
l'affettato e i saporiti formaggi di montagna. Il pesce è tuttavia
il protagonista della cucina romagnola: dal brodetto alla zuppa di
cozze, dalle anguille di Comacchio ai fritti di calamaretti, seppie
e triglie. Fra i dolci tipici, la ciambella di Bologna, le sfrappe e
le piade dei morti. I vini locali sono il lambrusco, il sangiovese e
l'albana.
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