Piemonte
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Sardegna
|
Regione (17.203 km2; 5.145.763 ab.; capol. Roma)
dell'Italia centrale, affacciata a SW al Mar Tirreno e delimitata
dalla Toscana a NW, dall'Umbria e dalle Marche a N, dall'Abruzzo e
dal Molise a E e dalla Campania a SE; amministrativamente è divisa
nelle province di
Frosinone,
Latina,
Rieti,
Roma e
Viterbo.
Morfologia e Idrografia
Entro i limiti attuali la regione non ha una ben
precisa unità geografica e i confini con le regioni limitrofe sono
quasi interamente artificiali; essa è costituita piuttosto da una
successione irregolare di subregioni, che partecipano sia
dell'Appennino Centrale, sia dell'Antiappennino Tirrenico come pure
della fascia pianeggiante costiera. Procedendo da NW verso SE e
considerando in un secondo momento la regione appenninica
dell'interno, si nota alla destra del Tevere la presenza di tre ben
definiti gruppi montuosi di origine vulcanica: i monti Volsini,
Cimini e Sabatini, i cui crateri principali sono occupati,
rispettivamente, dai laghi di Bolsena, di Vico e di Bracciano.
Questi rilievi digradano mollemente a NE verso la valle del Tevere e
a SW fino a una fascia costiera pianeggiante, più o meno ampia,
denominata Maremma Laziale, interrotta all'altezza di Civitavecchia
dai monti della Tolfa, antico apparato vulcanico ormai smantellato
dall'erosione. Alla Maremma Laziale si allaccia verso SE la Campagna
Romana, vasta zona ondulata e pianeggiante attraversata dal Tevere.
Essa è limitata a SE e a E dai Colli Albani (o Laziali) e dai monti
Prenestini, cui succedono, sempre verso SE, i rilievi calcarei dei
monti Simbruini, Ernici, della Meta e le Mainarde, che fanno parte
dell'Appennino Abruzzese, e i rilievi, pure calcarei,
antiappenninici dei monti Lepini, Ausoni e Aurunci, separati
dall'Appennino vero e proprio dall'ampia vallata longitudinale al
sistema appenninico percorsa dai f. Sacco (Ciociaria) e Liri. Ai
piedi di quest'ultimo allineamento montuoso si stende lungo la costa
una fascia di pianure direttamente collegata alla Campagna Romana:
l'Agro Pontino, un tempo paludoso e ora bonificato, la Piana di
Fondi e la pianura costiera tra Gaeta e il basso corso del f.
Garigliano. Se si risale la valle del Tevere dalla Campagna Romana,
si trapassa nella regione di colline arenacee e marnose della
Sabina. Tra i m. Sabini e i Reatini si apre l'ampia conca di Rieti,
alla quale succedono verso l'interno le altre conche di Leonessa e
di Amatrice e verso SE l'aperta valle del f. Salto (Cicolano). Le
coste sono in prevalenza basse e pianeggianti e presentano lunghe
falcature tese tra alcuni promontori, costituiti da rilievi isolati
un tempo insulari (m. Circeo) o dall'estremità di dorsali montuose o
dal delta stesso del Tevere. Al Lazio appartengono le Isole Ponziane
(prov. di Latina). Neppure dal punto di vista idrografico il Lazio
presenta un'unità regionale. Il suo maggior fiume, il Tevere,
proviene dall'Umbria ed è orientato dapprima verso SE entro una
valle longitudinale al sistema appenninico per poi piegare a SW
attraverso la Campagna Romana. Al Tevere tributano vari corsi
d'acqua, tra i quali il Velino, il Salto e il Turano, tramite la
Nera, e l'Aniene. Un andamento simile a quello del Tevere presentano
pure il Sacco e il Liri, il cui corso si sviluppa entro solchi
vallivi alternativamente longitudinali e trasversali. Altri fiumi
minori infine, quali la Fiora, la Marta e l'Arrone, scendono
direttamente al mare con un corso relativamente breve. La regione
tributa interamente al Tirreno, se si eccettua la conca di Amatrice,
attraversata dal f. Tronto che scende al Mar Adriatico. Tra i bacini
lacustri, oltre ai tre già citati, sono pure da segnalare quelli di
Albano e di Nemi, che occupano i crateri di due vulcani spenti nei
Colli Albani. Il clima è ovunque temperato, ma spesso rilevanti sono
le differenze di temperatura e di umidità tra la fascia costiera,
soggetta agli influssi marittimi, e le zone più elevate
dell'interno, dove più accentuate sono le escursioni termiche e più
abbondanti le precipitazioni, che d'inverno assumono spesso
carattere nevoso.
Popolazione
Il peso demografico del Lazio rispetto al totale
nazionale si è stabilizzato – a partire dagli anni Settanta –
intorno al 9%. Infatti i ritmi di crescita registrati negli ultimi
due decenni si sono allineati perfettamente alla media italiana: il
movimento naturale è solo di poco positivo (con una natalità del
9,6‰ rispetto a una mortalità dell'8,7‰) e i flussi migratori, in
precedenza assai pronunciati verso l'area metropolitana e verso
quella pontina, sono diminuiti e attualmente rappresentano un
apporto positivo solo dello 0,3% annuo. Con una densità media di 299
ab. per km2 il Lazio si pone al quarto posto tra le regioni italiane
dopo la Campania, la Lombardia e la Liguria; ma il dato rispecchia
solo parzialmente la reale situazione dell'addensamento demografico,
per la presenza squilibrante di Roma, nel cui territorio comunale
(che rappresenta appena l'8,7% della superficie regionale) si
concentrano 2.777.882 ab., pari al 5,5% (1991) dell'intera
popolazione laziale. Tuttavia, negli ultimi anni, la crescita
vertiginosa che aveva caratterizzato l'agglomerazione romana ha
subito un'inversione di tendenza: oggi la capitale (all'interno dei
limiti comunali) ha 4111 ab. in meno rispetto al 1971 e ben 62.377
ab. in meno rispetto al 1981. Per quanto riguarda le altre province
laziali, Viterbo e Rieti (Alto Lazio), dopo un periodo di regresso
demografico si sono assestate – negli anni Settanta – su una
consistenza pari all'8,2% del totale regionale, mentre le province
di Latina e Frosinone (Basso Lazio) continuano ad avere ritmi di
crescita superiori alla media regionale e insieme rappresentano il
18,6% del totale (rispetto al 17% nel 1971).
Economia
Le caratteristiche dell'economia
laziale risentono marcatamente della peculiare evoluzione storico-politica della regione, tendendo a identificarsi con la
forte polarizzazione dello sviluppo indotta dalle tradizionali
funzioni di capitale detenute da Roma all'interno di strutture
statali fortemente centralizzate. Espressione più significativa ne
è, del resto, l'articolazione della rete urbana, in cui, a parte il
capoluogo, non esistono città di medio-grande dimensione: prima
conseguenza è il rilevantissimo squilibrio di peso demografico fra
Roma e i centri di livello immediatamente inferiore (oltre
venticinque volte meno popolosi). Nel quadro della tripartizione
della regione laziale riconducibile alle differenti dinamiche di
crescita realizzate (area metropolitana di Roma; Alto Lazio e
Reatino, a più fitto reticolo insediativo e dalla tradizionale
vocazione agricola; Basso Lazio, partecipe dell'industrializzazione
generata dalla Cassa del Mezzogiorno lungo l'asse Roma-Latina e
nella valle del f. Sacco, verso Frosinone), si è peraltro
consolidato, nel dopoguerra, un fenomeno tipico dell'intera Italia
centro-meridionale. La crescita economica e demografica, oltre che
nella capitale, si è concentrata infatti nelle zone litoranee,
attivando processi migratori dall'entroterra (e dall'intero Sud) che
hanno trovato corrispondenza nell'accentuazione degli squilibri
territoriali: essi riflettono, del resto, la posizione mediana del
Lazio nella realtà nazionale, presentandosi il reddito pro capite in
Roma equiparabile a quelli delle metropoli settentrionali, nelle
aree costiere pianeggianti simile a quelli delle zone meno forti del
Nord (ovvero leggermente superiore alla media italiana) e infine,
nelle aree collinari e montuose analogo a quello umbro, comunque più
elevato rispetto alle zone interne del Meridione. Se negli ultimi
due decenni paiono essersi manifestati segni di inversione di
tendenza, quali il sostanziale blocco della crescita urbana di Roma
e la formazione di alcune piccole isole di sviluppo industriale
nell'interno, oltre che lo sviluppo legato al turismo di alcuni
centri costieri, non sono comunque cambiati i caratteri strutturali
dell'economia regionale, che, nella propria evoluzione, ha
continuato in una certa misura a rispondere a logiche esterne alle
capacità autopropulsive del sistema produttivo locale, confermando
la dipendenza dalle decisioni degli attori pubblici: sintomatica è,
in proposito, la scarsa integrazione nel commercio internazionale,
testimoniata dal sottodimensionamento delle esportazioni (nel 1989:
4% del totale italiano). Connessa a tali prestazioni e alla
peculiarità della storia regionale, la struttura dell'economia
laziale rimane squilibrata nel rapporto di forze fra i diversi
settori, evolutosi verso un rafforzamento abnorme del terziario e
un'ulteriore riduzione di quelli direttamente produttivi, pur con il
recente miglioramento qualitativo del comparto industriale .
L'agricoltura, dopo il forte esodo rurale verificatosi
dall'immediato dopoguerra, ha continuato a perdere addetti a un
ritmo continuo, raggiungendo una percentuale di lavoratori (5,3% del
totale) inferiore solo a quelle di Lombardia e Friuli-Venezia
Giulia, con una partecipazione alla formazione del reddito ancora
più ridotta (2,4%). Malgrado non raggiunga una consistenza
paragonabile a quella di tali regioni, essa vanta pur sempre una
produttività superiore alla media italiana, presentandosi
notevolmente diversificata: nelle zone collinari e montane risulta,
in genere, marginale e arretrata, con attività tradizionali
esercitate su una base fondiaria frammentata; nelle rimanenti aree
pianeggianti, viceversa, è organizzata in forme moderne, delineando
ambiti ad alta intensità colturale . Favorita nelle sue componenti
più dinamiche dalla presenza del grande mercato romano, da questo
viene maggiormente influenzata attorno alla capitale, nella Maremma
e nell'Agro Pontino (area di bonifica integrale), dove si
concentrano le più estese aziende. Elemento forte rimane la
produzione vegetale: colture principali sono il frumento e la vite
(Colli Albani, Terracina), da cui si ricavano vini apprezzati, ma
valore economico di rilievo ha assunto anche l'ortofrutticoltura
(attorno a Roma e nell'Agro Pontino), che si è valsa pure dell'uso
di serre; si producono inoltre olive (Sabina) e nocciole (quasi un
quarto del raccolto nazionale). L'allevamento ha importanza
secondaria ma non irrilevante, originando una notevole produzione di
formaggi, nonostante le difficoltà di integrazione fra le varie fasi
produttive: in prevalenza di tipo ovino, esso conta, nella parte
meridionale della regione, anche una discreta concentrazione di
bufali (per la produzione di mozzarella). La pesca (porti di
Civitavecchia, Anzio, Terracina, Gaeta e Ponza) ha risentito del
secolare abbandono della costa e della mancanza di tradizioni,
nonché, più di recente, dell'inquinamento marino; unico centro
attrezzato per l'attività in alto mare è Gaeta. Il settore
secondario partecipa all'economia laziale in proporzione ridotta,
superiore solo a quella della realtà calabrese. Esso presenta
caratteristiche di relativa arretratezza, origine recente ed
accentuata polarizzazione: a parte la significativa incidenza
dell'edilizia e una certa specializzazione interregionale in
un'industria tradizionale come quella della carta (Frusinate), nelle
branche manifatturiere più moderne ha infatti preso consistenza solo
con gli anni Cinquanta, in buona parte da risorse esterne e
attraverso interventi delle grandi società parastatali, fino ad
arrivare oggi a contare in Roma (terzo comune industriale d'Italia)
e nella fascia sudorientale verso Latina (Nettuno, Anzio, Pomezia,
Aprilia) più del 70% delle imprese e quasi l'80% degli addetti.
Risultano prevalenti le aziende di piccole e medie dimensioni, che
operano nei settori metalmeccanico, chimico, alimentare, tessile,
dell'abbigliamento, del legno e dei materiali da costruzione.
Aziende più grandi e tecnologicamente avanzate (elettronica,
meccanica di precisione, indotto del polo aeronautico, ecc.) si sono
localizzate per settori piuttosto omogenei e recentemente
consolidate, pure sotto lo stimolo delle commesse pubbliche, nella
capitale, in particolare sulla Tiburtina, e nell'area di Pomezia.
Editoria e industria cinematografica sono attività che hanno assunto
in Roma rilevanza nazionale, nel secondo campo concentrandosi anzi
la maggior parte della produzione italiana. Il terziario, nel
confronto intersettoriale, ha un peso superiore che in ogni altra
regione italiana, sia in termini di addetti (75%, con un vantaggio
di oltre 10 punti), sia di partecipazione alla formazione del
reddito (ben 78%): il legame con le funzioni della capitale, già
rilevato per i comparti industriali di punta, manifesta in questo
campo tutto il proprio significato, assorbendo la pubblica
amministrazione centrale e locale un quarto circa dell'occupazione
regionale. Pure la struttura delle attività commerciali riflette gli
squilibri territoriali, presentandosi esse attive e modernamente
organizzate nell'area metropolitana (con rilevante specializzazione)
e, al contrario, arretrate e disarticolate nella maggiore parte
degli altri centri. Rilevanti dimensioni ha assunto il settore
bancario e assicurativo; in crescita sono le attività di servizi
alle imprese (consulenza, marketing, informatica, ecc.), e in
particolare quelle del ramo pubblicitario (un quarto del volume
italiano, ma in parte dipendente da Milano), che hanno permesso alla
capitale di inserirsi a pieno titolo fra i poli del terziario
innovativo privato. Tradizionale elemento di forza è, infine, il
turismo. Roma, dotata di una solida struttura ricettiva (due terzi
di quella regionale) e ricca di rilevantissimi motivi di interesse
storico-artistico, assorbe infatti parte significativa del movimento
nazionale, e ancor più internazionale, sottraendolo tuttavia a pur
meritevoli località dell'interno; un turismo balneare di interesse
regionale ha comunque riguardato alcuni centri più facilmente
raggiungibili dal capol., mentre quello montano ha avuto qualche
sviluppo nella zona del Terminillo. Il sistema delle comunicazioni
si basa sulle autostrade A1 (Roma-Firenze) e A2 (Roma-Napoli), che
costituiscono la direttrice dell'“Autosole”, inoltre, sulla A24 (Roma-L'Aquila,
da cui si dirama, subito fuori del confine laziale, la A25 per
Pescara) e sulla A12 (che unisce la capitale a Civitavecchia,
maggiore porto commerciale e, soprattutto, terminale dei
collegamenti per traghetto con la Sardegna). Un'importante funzione
distributiva del traffico stradale svolge il Grande Raccordo
Anulare, che circonda l'agglomerazione romana e, pertanto, è gravato
da flussi veicolari particolarmente intensi. Tendenzialmente
obsoleta, viceversa, è la rete ferroviaria, a eccezione della
“direttissima” Roma-Firenze, la sola (insieme al tronco
Roma-Formia-Napoli) percorribile da convogli ad alta velocità. Per i
collegamenti internazionali (ma anche interni, particolarmente con
Milano e le isole), nodo fondamentale è l'aeroporto “Leonardo da
Vinci” di Roma-Fiumicino, raggiungibile dal centro urbano mediante
un'apposita autostrada e, ora, anche con un moderno treno-navetta.
Artigianato
Una certa attività
artigianale sopravvive tuttora nella produzione di ceramiche, in
centri del Frusinate come Pontecorvo (brocche, con decorazioni in
rosso e nero, che ricordano antichi modelli greci) e Pignataro di
Broccostella (pentole e tegami) e in altri del Viterbese come Civita
Castellana e Vasanello, e nella lavorazione del rame a Palestrina
(brocche) e, ancora nel Frusinate, a Sora, Atina e Pietrafitta di
Settefrati. Tipica di Palestrina è anche la confezione di ricami,
mentre orecchini d'oro e di corallo si producono soprattutto a
Veroli. Alla tradizionale attività agricola si ricollega, nella
Tolfa, la lavorazione del cuoio e delle pelli. Preziose
testimonianze di architettura spontanea si riscontrano negli
innumerevoli borghi di fondazione medievale, nei casali della
Campagna Romana e nelle case cubiche di impronta araba,
bianchissime, con volte a cupola o a botte, poste nella fascia
litoranea di Gaeta e Formia e nelle Isole Ponziane.
Storia
Il nome, documentato a cominciare dal
sec. VI a. C., indicò in un primo tempo l'area compresa tra il corso
terminale del Tevere e il promontorio del Circeo con a E le pendici
degli Appennini e il corso del Trero (odierno Sacco). Gli antichi
chiamavano tale area Latium vetus per distinguerla dal Latium
adjectum, comprendente anche i territori, a SE della precedente
zona, via via conquistati dai Romani fino al Liri. Nella divisione
che Augusto fece dell'Italia in 11 regioni, il Lazio venne incluso
nella prima regione assieme alla Campania, nome quest'ultimo che
venne a prevalere dalla fine del sec. III d. C. e perciò il Lazio è
tuttora chiamato Campagna Romana. Verso il 1000 a. C., all'avvento
dell'Età del Ferro, comparve nel Lazio una nuova popolazione
documentata dai sepolcreti a incinerazione scavati in gran numero
sui Colli Albani: si tratta dei Latini i quali ebbero peso
determinante nelle vicende del Lazio prima e dopo l'avvento di Roma
(v. Latini). Lo sviluppo di tali gruppi etnici fu favorito dai
ricchi pascoli della pianura ondulata dai Colli Albani alle ex
Paludi Pontine, in cui anche l'agricoltura progredì rapidamente
grazie ai canali di drenaggio sotterraneo scavati in epoca preromana.
Lungo la fascia costiera nacquero centri notevoli, Lavinio, Ardea,
Anzio, che intrecciarono rapporti con la più evoluta civiltà del
mondo egeo-anatolico grazie alle imbarcazioni che vi approdavano. La
prosperità del Lazio tra i sec. VII e VI a. C. è ben testimoniata
dalle tombe di Praeneste. In tale tempo si fece sentire nel Lazio la
presenza degli Etruschi, che però durò poco perché sul finire del
sec. VI a. C. una coalizione di città latine che avevano il loro
centro sacrale nel culto reso a Giove sulla vetta del Massiccio
Albano li ricacciò a N del Tevere. I Latini collaborarono
successivamente, nel sec. V a. C., con i Romani nella difesa del
Lazio da attacchi di Sabini, Equi e Volsci. Quando nella prima metà
del sec. IV a. C. tali attacchi vennero meno, i Romani presero man
mano il sopravvento nel Lazio: alla fine della guerra latina, nel
338 a. C., inglobarono nel proprio territorio le città dei Latini e
da allora la storia del Lazio si fuse con la storia di Roma.
L'azione centripeta della città causò da allora un processo di
graduale spopolamento del Lazio e il formarsi del latifondo con
conseguente diffusione della malaria: molte delle antiche città
scomparvero, altre sulle alture (Praeneste e Tivoli) o sulla costa
(Anzio) divennero in età imperiale luoghi rinomati con ville
lussuose. Nella pianura la pastorizia finì col prevalere del tutto
dando al Lazio quell'aspetto desolato rimasto tipico della Campagna
Romana fino ai tempi recenti. Con la caduta dell'Impero romano
d'Occidente, teoricamente il Lazio dipese dall'imperatore d'Oriente.
In realtà l'autorità del lontano governo era molto debole, cosicché
la tutela degli abitanti non di rado fu assunta dalla Chiesa, che
possedeva nella regione alcuni patrimoni. Allorché le “donazioni” o
“restituzioni” di Liutprando e di Pipino il Breve (sec. VIII)
instaurarono anche di diritto il potere temporale della Chiesa, il
Lazio formò il territorio principale dello Stato e ne seguì le
vicende; ma, specialmente nei primi secoli, fu turbato dalle contese
tra alcune potenti famiglie che spadroneggiavano nelle città, la
nuova aristocrazia agraria e più tardi i comuni. Su tutti il papa
cercava di dominare, appoggiandosi ora agli uni ora agli altri, ma
specialmente alla nobiltà terriera e, durante le lotte per le
investiture, alle forze cittadine. Tuttavia non trovò sempre docili
alleati. Tra le più gravi fu la rivolta di Roma del 1143 che, con la
renovatio senatus, creò un governo laico, sostenuto dalla calda
oratoria di Arnaldo da Brescia. Per circa un cinquantennio il comune
romano rivendicò a sé il diritto di reggere la città in nome del
popolo, inserendosi e complicando le lotte tra i papi e gli
imperatori. Più o meno in tutto il Lazio si risvegliarono forze
autonome, rappresentate nelle campagne dai feudatari e nelle città
dai comuni. Verso la fine del sec. XII Clemente III riuscì a
ottenere un accordo con il Senato romano che gli garantì la fedeltà
del comune, ma solo Innocenzo III ristabilì la piena sovranità
papale su tutto il territorio, imponendo il rispetto dei vincoli di
sudditanza: i feudatari e le città laziali gli giurarono fedeltà e
Roma rinunciò alla propria autonomia affidandogli la nomina della
più alta autorità laica, il “senatore di Roma”. Un tentativo di
riprendere il terreno perduto e instaurare il potere comunale
(1234), inserendosi nelle lotte tra Gregorio IX e Federico II, non
riuscì. Più tardi Gregorio X divise la regione in province
sottoposte a un rettore sorvegliato dal Parlamento. Essendo
riservato al papa il diritto di intervenire quale ultimo arbitro,
l'autonomia degli organi laici andò spegnendosi sotto l'autorità
della Chiesa, aiutata, in questa opera di assoggettamento, dalle
rivalità della provincia laziale nei riguardi di Roma. Se ancora
restavano degli antagonisti al potere pontificio nelle grandi
famiglie romane (Colonna, Orsini, Frangipane, Savelli, ecc.), il
Lazio, come forza autonoma, aveva ormai poco vigore. Un grave colpo
gli fu inferto dalla forte personalità di Bonifacio VIII e dalla
riorganizzazione che questi impose alle terre dipendenti dalla
curia. Il periodo di “cattività babilonese” ad Avignone (1309-77) si
esaurì in lotte tra la nobiltà e il popolo (tribunato di Cola di
Rienzo), per cui Roma non riuscì a porsi a capo di uno Stato
autonomo, e il cardinale Albornoz, inviato da Innocenzo VI nel 1353,
poté riassoggettare alla Chiesa il Lazio e gli altri possedimenti
pontifici. Le riforme che seguirono il ritorno dei papi, finirono
col togliere alla regione carattere e funzioni specifiche nella vita
politica. Anche nel sec. XIX, durante il Risorgimento, il suo
apporto fu piuttosto limitato.
Archeologia
In età storica, nel Lazio a nord
del Tevere sorgevano importanti centri etruschi: tra essi Veio, da
cui provengono le famose sculture fittili del tempio di Apollo
attribuite a Vulca; Tarquinia con le sue tombe dipinte; Cerveteri
con le sue necropoli monumentali; e inoltre Blera, Vulci, Tuscania,
Pyrgi. Le antichità di Lavinio e Ardea sono da collegare alla più
antica storia di Roma e dei Latini; la fondazione di Ostia si fa
ascrivere all'età regia. Delle città italiche del Lazio merid. sono
rimaste grandiose mura ciclopiche in opera poligonale a Segni,
Arpino, Norba, Aquino, Alatri, Ferentino. L'età ellenistica e il
predominio di Roma su tutto il Lazio portarono a una maggiore
uniformità di forme artistiche, favorita anche dalla costruzione o
regolarizzazione delle strade che da Roma raggiungono le altre
regioni italiane attraversando il Lazio (Appia, Aurelia, Flaminia,
Cassia) e dallo sviluppo delle colonie romane (Anzio, Terracina,
Minturno) e latine (Segni, Norma, Sezze). I monumenti romani del
Lazio sono, insieme a quelli di Roma, essenziali per la comprensione
del sorgere e dell'affermarsi dell'arte romana, in particolare
dell'architettura. Tra i centri romani che, a parte Roma, sono più
ricchi di monumenti antichi, si può ricordare anzitutto Ostia con i
vicini porti di Claudio (sull'area dell'aeroporto di Fiumicino) e di
Traiano, e quindi Anzio, Tivoli, Gabi, Lucus Feroniae, Palestrina, a
breve distanza da Roma; Ferento d'Etruria, Faleri Novi,
Civitavecchia, nel Lazio sett.; Cassino, Terracina, Cori, Minturno
nel Lazio merid. Molti monumenti, come i grandiosi santuari della
Fortuna Primigenia a Palestrina e di Giove Anxur a Terracina, sono
ancora di età repubblicana. Resti di insediamenti antichi sono
sparsi in tutto il territorio e monumenti sepolcrali fiancheggiano
le antiche strade (via Appia) soprattutto in prossimità dei centri
antichi, o sorgono isolati (mausoleo di Munazio Planco a Gaeta).
Molto numerosi sono gli avanzi di antiche ville, di età repubblicana
e imperiale, specialmente nei dintorni immediati di Roma, nelle zone
di Tivoli, sui laghi (Albano, Castelgandolfo, Bracciano), sulla riva
del mare ad Anzio, al Circeo, a Gaeta, a Scauri; le sculture della
villa di Sperlonga costituiscono un capitolo importante dell'arte
ellenistica; la grandiosa Villa Adriana a Tivoli è fondamentale per
la comprensione dell'architettura romana.
Arte
L'Editto di Costantino (313) segnò il
punto di partenza della fioritura dell'arte paleocristiana (sec. IV-V); numerosi sorsero a Roma gli edifici sacri (basiliche di S.
Giovanni in Laterano, di S. Maria Maggiore, di S. Sabina, mausoleo
di S. Costanza). La tradizione paleocristiana si spense però quando
Roma divenne sede di ducato bizantino (metà sec. VI-metà VIII), per
il prevalere di influenze orientali di origine costantinopolitana,
evidenti sia nell'architettura (le basiliche di Onorio I) sia nella
pittura (mosaico absidale di S. Agnese e affreschi di S. Maria
Antiqua a Roma). Soltanto dopo la metà del sec. VIII, con
l'indipendenza del papato, si verificò un ritorno deciso ai modelli
paleocristiani. In pittura si distingue tra un filone aulico ancora
bizantineggiante (mosaici absidali di S. Maria in Domnica e di S.
Prassede a Roma) e una tendenza già occidentale che rivela legami
con l'arte carolingia (Ascensione e Discesa al limbo nella chiesa
inferiore di S. Clemente a Roma, 847-855). Nel periodo romanico, nel
Lazio è particolarmente sensibile l'influenza dell'architettura
lombarda (Tuscania; S. Maria di Castello a Tarquinia; duomo di
Anagni; S. Flaviano di Montefiascone) e nella stessa Roma (tipici
campanili a più ordini), dove tuttavia appare prevalente la
tradizione paleocristiana (S. Clemente, S. Maria in Trastevere). A
partire dagli inizi del sec. XII a tutto il XIII si affermò nel
Lazio l'attività dei marmorari (i Cosmati, i Vassalletto), autori di
pulpiti, pavimenti, candelabri pasquali, plutei, ecc. a tarsie
geometriche, e in qualche caso anche architetti di solenne
classicismo (atrio del duomo di Civita Castellana, 1210). Fiorente
fu anche la contemporanea attività costruttiva dei cistercensi, che
eressero chiese e conventi in puro stile romanico borgognone,
caratterizzato da un precoce goticismo (abbazie di Fossanova,
1179-1208; Casamari, consacrazione 1217; S. Martino al Cimino,
fondata nel 1207). Nell'ambito della pittura, tra i primi esempi di
volgare pittorico italiano vanno annoverati gli affreschi con Storie
di S. Clemente nella chiesa inferiore di S. Clemente a Roma (dopo il
1084) e quelli della basilica di S. Elia presso Nepi. Ma nel sec.
XII tornò a prevalere uno stile più legato alla tradizione
paleocristiana e bizantina (mosaici absidali di S. Clemente e di S.
Maria in Trastevere a Roma; affreschi della badia di S. Pietro a
Ferentillo, 1191-98; Trittico del Redentore nel duomo di Tivoli),
rinforzata alla fine del secolo e agli inizi del successivo
dall'arrivo di mosaicisti veneziani. Alla tradizione bizantina
appaiono ancora legati gli affreschi della cripta del duomo di
Anagni (sec. XIII). Se la scultura figurata in pietra appare
pressoché assente, assai diffusa è la scultura in legno policromato,
di ascendenza antelamica (Deposizione nel duomo di Tivoli, Madonna
di Costantinopoli in S. Maria Maggiore ad Alatri). Nella seconda
metà del sec. XIII il Lazio fu uno dei centri più importanti
dell'elaborazione del linguaggio gotico italiano. Basti ricordare
l'attività di Arnolfo di Cambio per l'architettura e la scultura,
dei maestri romani (P. Cavallini, I. Torriti, i Rusuti) e di Giotto
per la pittura. Questa fioritura cessò con il trasferimento della
corte papale ad Avignone (1309); solo nel Lazio sett. (Viterbo,
Bolsena, Montefiascone) continuò un'arte gotica strettamente legata
a Siena. Dopo il ritorno da Avignone (1377), i papi fissarono
stabilmente la loro sede a Roma, che divenne il centro artistico e
culturale della regione, determinandone i successivi orientamenti
stilistici.
Folclore
Affidate alla letteratura e all'arte
le immagini di una Roma godereccia e dall'animo pagano, poco rimane
delle antiche feste rusticane, coronate da pranzi a base di
fettuccine, abbacchio, porchetta e vino dei Castelli. Sono così
dileguate nella sprovincializzazione della metropoli e nel week-end
di massa anche le celebrazioni del “generone”, la media borghesia
che andava a passeggiare a Villa Borghese, e delle “minenti”, le più
belle donne dell'agiato ceto popolare che concludevano il
pellegrinaggio al Santuario del Divino Amore, presso la via
Ardeatina, con una sfilata in carrozzella, mentre le sagre dell'uva
ai Castelli sopravvivono per esigenze turistiche. Manifestazioni di
questa vivacità popolaresca si riscontrano oggi nelle feste di fine
d'anno e di saluto all'anno nuovo; nella ricorrenza del Natale, che
reca la tradizione degli zampognari e del cenone (con l'immancabile
capitone) e che, a Roma, si arricchisce di una tradizione costituita
dall'arrivo di lettere infantili da tutto il mondo alla statua del
Santo Bambino presso la chiesa di S. Maria d'Aracoeli; nell'animata
festa romanesca della Befana a piazza Navona; nel carnevale (a
Frosinone, a Ronciglione, ecc.), nelle processioni quaresimali (Civitavecchia,
Tolfa, Alatri, Gaeta, Formia) e nella celebrazione della Pasqua (che
a Roma culmina nella tradizionale benedizione papale in piazza S.
Pietro); nelle innumerevoli feste patronali che costellano tutto
l'arco dell'anno (a Civitavecchia, dove la processione si prolunga
sul mare; a Segni dove si tiene una “giostra del maialetto”; a
Viterbo, dove si porta in processione la celeberrima macchina di
Santa Rosa; a Tolfa e ad Allumiere, dove si svolgono corse di
cavalli al fantino; a Roma per la colorita festa della Madonna del
Carmine in Trastevere). Riti agresti e pagani sopravvivono in varie
feste della Chiesa cattolica (come quella dell'Inchinata a Tivoli);
nello stesso calendario hanno particolare rilievo le celebrazioni
del Corpus Domini a Bolsena, a ricordo del “miracolo del Corporale”,
e a Genzano, dove una strada del paese si adorna della celebre
“infiorata”; i pellegrinaggi, fra cui quello che si conclude, dopo
una lunghissima marcia, con il “pianto delle zitelle” presso il
santuario della Trinità, a 1337 m sulle pendici orient. del m.
Autore, e i numerosi che hanno per meta i luoghi francescani del
Reatino. Tra le manifestazioni tipiche dei momenti più solenni della
vita individuale ricordiamo quanto rimane, in una fascia che va da
Tivoli e dal Sublacense alla Ciociaria e ai monti Lepini,
dell'usanza di ravvivare il convito nuziale con brindisi
accompagnati da stornelli (meglio se lascivi) e di dedicare una
specie di antiserenata (scampaniata) a chi dei due promessi è vedovo
in seconde nozze. In Ciociaria, al termine delle esequie parenti
lontani e amici intimi della famiglia del defunto offrono un pranzo
(reconsulo).
Letteratura popolare
La letteratura popolare,
nelle forme della poesia amorosa (stornelli, rispetti e strambotti)
o religiosa (dalle agiografie di santi come Alessio, Antonio,
Barbara e Caterina alle preghiere di invocazione e di scongiuro, ai
canti di Quaresima), vanta una solida tradizione nell'intera
regione, ma soprattutto in Sabina, nelle zone di Tivoli, di Subiaco
e dei Castelli Romani e in Ciociaria (dove dei canti popolari si ha
una ricca trascrizione curata da L. Colacicchi nel 1936).
Competizioni di poeti a braccio richiamano abilissimi improvvisatori
di rime a Tolfa e ad Allumiere per la festa di Sant'Antonio abate,
così come ad Accumoli e ad Amatrice nella Sabina, e una singolare
forma di sacra rappresentazione è riproposta annualmente a fine
luglio nei Misteri di Bolsena, animata ricostruzione di scene del
martirio di Santa Cristina. Quasi abbandonate le danze popolari, fra
cui primeggiava il saltarello.CostumePressoché scomparso è
l'abbigliamento tradizionale, caratterizzato nella versione
femminile da una gonna per lo più di vivaci colori (nera nel
Cassinese) e da un grembiule, da un rigido busto d'obbligo in tutta
la regione, da uno scialle, da un fazzoletto inamidato fissato sul
capo con uno spillone e, ai piedi, dalle ciocie, calzate in una
vasta area che va dal Sublacense alle Mainarde, comprendendo la
Ciociaria che proprio da queste ha preso il nome. Collane di corallo
e orecchini pendenti completavano l'ornamento. La versione maschile
si componeva, in prevalenza, di una lunga giacca, sopra camicia e
gilè, di pantaloni stretti in vita da una fascia e lunghi fino al
ginocchio, di un cappello di feltro nero e di calze colorate e a
righe. Eccezione di gusto saraceno è l'abito femminile di Nettuno,
ora indossato in rari esemplari e occasioni, di colore rosso e
argento, aperto sul petto, senza maniche, ricco di pieghe nella
parte inferiore, con trine e merletti d'oro e d'argento.
Gastronomia A eccezione di qualche specialità
propria delle regioni limitrofe, la cucina laziale si identifica con
quella della capitale. Il condimento essenziale è lo strutto, cui
seguono il lardo, il guanciale e la ventresca, che servono per il
cosiddetto “battuto”; l'olio si adopera soprattutto per condire (in
pinzimonio) le verdure crude di cui i Laziali fanno grande uso. Le
verdure sono molto usate anche nella preparazione delle minestre: la
pasta si unisce ai fagioli, alle patate, ai piselli, ai ceci, ai
broccoli. Celebri le paste asciutte: fettuccine alla romana,
rigatoni con la pagliata, spaghetti all'amatriciana, alla carbonara,
a cacio e pepe, con alici, col tonno, con aglio e olio. Il cibo
prediletto dei Laziali è l'abbacchio: arrosto, alla cacciatora,
brodettato, “a scottadito”. Prelibate preparazioni sono pure la
porchetta, la coda di manzo alla vaccinara, i saltimbocca e, fra le
verdure cotte, i famosi carciofi alla giudia. I formaggi,
prevalentemente basati sull'impiego del latte di pecora, hanno
specialità notissime: la ricotta, la provatura, la mozzarella e il
pecorino. Il Lazio è tra le regioni vinicole più famose d'Italia.
Celebrati i vini dei Castelli Romani. |