Le Regioni italiane: la storia, il territorio, l'economia, l'arte, la cultura.

Lazio

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Regione (17.203 km2; 5.145.763 ab.; capol. Roma) dell'Italia centrale, affacciata a SW al Mar Tirreno e delimitata dalla Toscana a NW, dall'Umbria e dalle Marche a N, dall'Abruzzo e dal Molise a E e dalla Campania a SE; amministrativamente è divisa nelle province di Frosinone, Latina, Rieti, Roma e Viterbo.

Morfologia e Idrografia

Entro i limiti attuali la regione non ha una ben precisa unità geografica e i confini con le regioni limitrofe sono quasi interamente artificiali; essa è costituita piuttosto da una successione irregolare di subregioni, che partecipano sia dell'Appennino Centrale, sia dell'Antiappennino Tirrenico come pure della fascia pianeggiante costiera. Procedendo da NW verso SE e considerando in un secondo momento la regione appenninica dell'interno, si nota alla destra del Tevere la presenza di tre ben definiti gruppi montuosi di origine vulcanica: i monti Volsini, Cimini e Sabatini, i cui crateri principali sono occupati, rispettivamente, dai laghi di Bolsena, di Vico e di Bracciano. Questi rilievi digradano mollemente a NE verso la valle del Tevere e a SW fino a una fascia costiera pianeggiante, più o meno ampia, denominata Maremma Laziale, interrotta all'altezza di Civitavecchia dai monti della Tolfa, antico apparato vulcanico ormai smantellato dall'erosione. Alla Maremma Laziale si allaccia verso SE la Campagna Romana, vasta zona ondulata e pianeggiante attraversata dal Tevere. Essa è limitata a SE e a E dai Colli Albani (o Laziali) e dai monti Prenestini, cui succedono, sempre verso SE, i rilievi calcarei dei monti Simbruini, Ernici, della Meta e le Mainarde, che fanno parte dell'Appennino Abruzzese, e i rilievi, pure calcarei, antiappenninici dei monti Lepini, Ausoni e Aurunci, separati dall'Appennino vero e proprio dall'ampia vallata longitudinale al sistema appenninico percorsa dai f. Sacco (Ciociaria) e Liri. Ai piedi di quest'ultimo allineamento montuoso si stende lungo la costa una fascia di pianure direttamente collegata alla Campagna Romana: l'Agro Pontino, un tempo paludoso e ora bonificato, la Piana di Fondi e la pianura costiera tra Gaeta e il basso corso del f. Garigliano. Se si risale la valle del Tevere dalla Campagna Romana, si trapassa nella regione di colline arenacee e marnose della Sabina. Tra i m. Sabini e i Reatini si apre l'ampia conca di Rieti, alla quale succedono verso l'interno le altre conche di Leonessa e di Amatrice e verso SE l'aperta valle del f. Salto (Cicolano). Le coste sono in prevalenza basse e pianeggianti e presentano lunghe falcature tese tra alcuni promontori, costituiti da rilievi isolati un tempo insulari (m. Circeo) o dall'estremità di dorsali montuose o dal delta stesso del Tevere. Al Lazio appartengono le Isole Ponziane (prov. di Latina). Neppure dal punto di vista idrografico il Lazio presenta un'unità regionale. Il suo maggior fiume, il Tevere, proviene dall'Umbria ed è orientato dapprima verso SE entro una valle longitudinale al sistema appenninico per poi piegare a SW attraverso la Campagna Romana. Al Tevere tributano vari corsi d'acqua, tra i quali il Velino, il Salto e il Turano, tramite la Nera, e l'Aniene. Un andamento simile a quello del Tevere presentano pure il Sacco e il Liri, il cui corso si sviluppa entro solchi vallivi alternativamente longitudinali e trasversali. Altri fiumi minori infine, quali la Fiora, la Marta e l'Arrone, scendono direttamente al mare con un corso relativamente breve. La regione tributa interamente al Tirreno, se si eccettua la conca di Amatrice, attraversata dal f. Tronto che scende al Mar Adriatico. Tra i bacini lacustri, oltre ai tre già citati, sono pure da segnalare quelli di Albano e di Nemi, che occupano i crateri di due vulcani spenti nei Colli Albani. Il clima è ovunque temperato, ma spesso rilevanti sono le differenze di temperatura e di umidità tra la fascia costiera, soggetta agli influssi marittimi, e le zone più elevate dell'interno, dove più accentuate sono le escursioni termiche e più abbondanti le precipitazioni, che d'inverno assumono spesso carattere nevoso.

Popolazione

Il peso demografico del Lazio rispetto al totale nazionale si è stabilizzato – a partire dagli anni Settanta – intorno al 9%. Infatti i ritmi di crescita registrati negli ultimi due decenni si sono allineati perfettamente alla media italiana: il movimento naturale è solo di poco positivo (con una natalità del 9,6‰ rispetto a una mortalità dell'8,7‰) e i flussi migratori, in precedenza assai pronunciati verso l'area metropolitana e verso quella pontina, sono diminuiti e attualmente rappresentano un apporto positivo solo dello 0,3% annuo. Con una densità media di 299 ab. per km2 il Lazio si pone al quarto posto tra le regioni italiane dopo la Campania, la Lombardia e la Liguria; ma il dato rispecchia solo parzialmente la reale situazione dell'addensamento demografico, per la presenza squilibrante di Roma, nel cui territorio comunale (che rappresenta appena l'8,7% della superficie regionale) si concentrano 2.777.882 ab., pari al 5,5% (1991) dell'intera popolazione laziale. Tuttavia, negli ultimi anni, la crescita vertiginosa che aveva caratterizzato l'agglomerazione romana ha subito un'inversione di tendenza: oggi la capitale (all'interno dei limiti comunali) ha 4111 ab. in meno rispetto al 1971 e ben 62.377 ab. in meno rispetto al 1981. Per quanto riguarda le altre province laziali, Viterbo e Rieti (Alto Lazio), dopo un periodo di regresso demografico si sono assestate – negli anni Settanta – su una consistenza pari all'8,2% del totale regionale, mentre le province di Latina e Frosinone (Basso Lazio) continuano ad avere ritmi di crescita superiori alla media regionale e insieme rappresentano il 18,6% del totale (rispetto al 17% nel 1971).

Economia

Le caratteristiche dell'economia laziale risentono marcatamente della peculiare evoluzione storico-politica della regione, tendendo a identificarsi con la forte polarizzazione dello sviluppo indotta dalle tradizionali funzioni di capitale detenute da Roma all'interno di strutture statali fortemente centralizzate. Espressione più significativa ne è, del resto, l'articolazione della rete urbana, in cui, a parte il capoluogo, non esistono città di medio-grande dimensione: prima conseguenza è il rilevantissimo squilibrio di peso demografico fra Roma e i centri di livello immediatamente inferiore (oltre venticinque volte meno popolosi). Nel quadro della tripartizione della regione laziale riconducibile alle differenti dinamiche di crescita realizzate (area metropolitana di Roma; Alto Lazio e Reatino, a più fitto reticolo insediativo e dalla tradizionale vocazione agricola; Basso Lazio, partecipe dell'industrializzazione generata dalla Cassa del Mezzogiorno lungo l'asse Roma-Latina e nella valle del f. Sacco, verso Frosinone), si è peraltro consolidato, nel dopoguerra, un fenomeno tipico dell'intera Italia centro-meridionale. La crescita economica e demografica, oltre che nella capitale, si è concentrata infatti nelle zone litoranee, attivando processi migratori dall'entroterra (e dall'intero Sud) che hanno trovato corrispondenza nell'accentuazione degli squilibri territoriali: essi riflettono, del resto, la posizione mediana del Lazio nella realtà nazionale, presentandosi il reddito pro capite in Roma equiparabile a quelli delle metropoli settentrionali, nelle aree costiere pianeggianti simile a quelli delle zone meno forti del Nord (ovvero leggermente superiore alla media italiana) e infine, nelle aree collinari e montuose analogo a quello umbro, comunque più elevato rispetto alle zone interne del Meridione. Se negli ultimi due decenni paiono essersi manifestati segni di inversione di tendenza, quali il sostanziale blocco della crescita urbana di Roma e la formazione di alcune piccole isole di sviluppo industriale nell'interno, oltre che lo sviluppo legato al turismo di alcuni centri costieri, non sono comunque cambiati i caratteri strutturali dell'economia regionale, che, nella propria evoluzione, ha continuato in una certa misura a rispondere a logiche esterne alle capacità autopropulsive del sistema produttivo locale, confermando la dipendenza dalle decisioni degli attori pubblici: sintomatica è, in proposito, la scarsa integrazione nel commercio internazionale, testimoniata dal sottodimensionamento delle esportazioni (nel 1989: 4% del totale italiano). Connessa a tali prestazioni e alla peculiarità della storia regionale, la struttura dell'economia laziale rimane squilibrata nel rapporto di forze fra i diversi settori, evolutosi verso un rafforzamento abnorme del terziario e un'ulteriore riduzione di quelli direttamente produttivi, pur con il recente miglioramento qualitativo del comparto industriale . L'agricoltura, dopo il forte esodo rurale verificatosi dall'immediato dopoguerra, ha continuato a perdere addetti a un ritmo continuo, raggiungendo una percentuale di lavoratori (5,3% del totale) inferiore solo a quelle di Lombardia e Friuli-Venezia Giulia, con una partecipazione alla formazione del reddito ancora più ridotta (2,4%). Malgrado non raggiunga una consistenza paragonabile a quella di tali regioni, essa vanta pur sempre una produttività superiore alla media italiana, presentandosi notevolmente diversificata: nelle zone collinari e montane risulta, in genere, marginale e arretrata, con attività tradizionali esercitate su una base fondiaria frammentata; nelle rimanenti aree pianeggianti, viceversa, è organizzata in forme moderne, delineando ambiti ad alta intensità colturale . Favorita nelle sue componenti più dinamiche dalla presenza del grande mercato romano, da questo viene maggiormente influenzata attorno alla capitale, nella Maremma e nell'Agro Pontino (area di bonifica integrale), dove si concentrano le più estese aziende. Elemento forte rimane la produzione vegetale: colture principali sono il frumento e la vite (Colli Albani, Terracina), da cui si ricavano vini apprezzati, ma valore economico di rilievo ha assunto anche l'ortofrutticoltura (attorno a Roma e nell'Agro Pontino), che si è valsa pure dell'uso di serre; si producono inoltre olive (Sabina) e nocciole (quasi un quarto del raccolto nazionale). L'allevamento ha importanza secondaria ma non irrilevante, originando una notevole produzione di formaggi, nonostante le difficoltà di integrazione fra le varie fasi produttive: in prevalenza di tipo ovino, esso conta, nella parte meridionale della regione, anche una discreta concentrazione di bufali (per la produzione di mozzarella). La pesca (porti di Civitavecchia, Anzio, Terracina, Gaeta e Ponza) ha risentito del secolare abbandono della costa e della mancanza di tradizioni, nonché, più di recente, dell'inquinamento marino; unico centro attrezzato per l'attività in alto mare è Gaeta. Il settore secondario partecipa all'economia laziale in proporzione ridotta, superiore solo a quella della realtà calabrese. Esso presenta caratteristiche di relativa arretratezza, origine recente ed accentuata polarizzazione: a parte la significativa incidenza dell'edilizia e una certa specializzazione interregionale in un'industria tradizionale come quella della carta (Frusinate), nelle branche manifatturiere più moderne ha infatti preso consistenza solo con gli anni Cinquanta, in buona parte da risorse esterne e attraverso interventi delle grandi società parastatali, fino ad arrivare oggi a contare in Roma (terzo comune industriale d'Italia) e nella fascia sudorientale verso Latina (Nettuno, Anzio, Pomezia, Aprilia) più del 70% delle imprese e quasi l'80% degli addetti. Risultano prevalenti le aziende di piccole e medie dimensioni, che operano nei settori metalmeccanico, chimico, alimentare, tessile, dell'abbigliamento, del legno e dei materiali da costruzione. Aziende più grandi e tecnologicamente avanzate (elettronica, meccanica di precisione, indotto del polo aeronautico, ecc.) si sono localizzate per settori piuttosto omogenei e recentemente consolidate, pure sotto lo stimolo delle commesse pubbliche, nella capitale, in particolare sulla Tiburtina, e nell'area di Pomezia. Editoria e industria cinematografica sono attività che hanno assunto in Roma rilevanza nazionale, nel secondo campo concentrandosi anzi la maggior parte della produzione italiana. Il terziario, nel confronto intersettoriale, ha un peso superiore che in ogni altra regione italiana, sia in termini di addetti (75%, con un vantaggio di oltre 10 punti), sia di partecipazione alla formazione del reddito (ben 78%): il legame con le funzioni della capitale, già rilevato per i comparti industriali di punta, manifesta in questo campo tutto il proprio significato, assorbendo la pubblica amministrazione centrale e locale un quarto circa dell'occupazione regionale. Pure la struttura delle attività commerciali riflette gli squilibri territoriali, presentandosi esse attive e modernamente organizzate nell'area metropolitana (con rilevante specializzazione) e, al contrario, arretrate e disarticolate nella maggiore parte degli altri centri. Rilevanti dimensioni ha assunto il settore bancario e assicurativo; in crescita sono le attività di servizi alle imprese (consulenza, marketing, informatica, ecc.), e in particolare quelle del ramo pubblicitario (un quarto del volume italiano, ma in parte dipendente da Milano), che hanno permesso alla capitale di inserirsi a pieno titolo fra i poli del terziario innovativo privato. Tradizionale elemento di forza è, infine, il turismo. Roma, dotata di una solida struttura ricettiva (due terzi di quella regionale) e ricca di rilevantissimi motivi di interesse storico-artistico, assorbe infatti parte significativa del movimento nazionale, e ancor più internazionale, sottraendolo tuttavia a pur meritevoli località dell'interno; un turismo balneare di interesse regionale ha comunque riguardato alcuni centri più facilmente raggiungibili dal capol., mentre quello montano ha avuto qualche sviluppo nella zona del Terminillo. Il sistema delle comunicazioni si basa sulle autostrade A1 (Roma-Firenze) e A2 (Roma-Napoli), che costituiscono la direttrice dell'“Autosole”, inoltre, sulla A24 (Roma-L'Aquila, da cui si dirama, subito fuori del confine laziale, la A25 per Pescara) e sulla A12 (che unisce la capitale a Civitavecchia, maggiore porto commerciale e, soprattutto, terminale dei collegamenti per traghetto con la Sardegna). Un'importante funzione distributiva del traffico stradale svolge il Grande Raccordo Anulare, che circonda l'agglomerazione romana e, pertanto, è gravato da flussi veicolari particolarmente intensi. Tendenzialmente obsoleta, viceversa, è la rete ferroviaria, a eccezione della “direttissima” Roma-Firenze, la sola (insieme al tronco Roma-Formia-Napoli) percorribile da convogli ad alta velocità. Per i collegamenti internazionali (ma anche interni, particolarmente con Milano e le isole), nodo fondamentale è l'aeroporto “Leonardo da Vinci” di Roma-Fiumicino, raggiungibile dal centro urbano mediante un'apposita autostrada e, ora, anche con un moderno treno-navetta.

Artigianato

Una certa attività artigianale sopravvive tuttora nella produzione di ceramiche, in centri del Frusinate come Pontecorvo (brocche, con decorazioni in rosso e nero, che ricordano antichi modelli greci) e Pignataro di Broccostella (pentole e tegami) e in altri del Viterbese come Civita Castellana e Vasanello, e nella lavorazione del rame a Palestrina (brocche) e, ancora nel Frusinate, a Sora, Atina e Pietrafitta di Settefrati. Tipica di Palestrina è anche la confezione di ricami, mentre orecchini d'oro e di corallo si producono soprattutto a Veroli. Alla tradizionale attività agricola si ricollega, nella Tolfa, la lavorazione del cuoio e delle pelli. Preziose testimonianze di architettura spontanea si riscontrano negli innumerevoli borghi di fondazione medievale, nei casali della Campagna Romana e nelle case cubiche di impronta araba, bianchissime, con volte a cupola o a botte, poste nella fascia litoranea di Gaeta e Formia e nelle Isole Ponziane.

Storia

Il nome, documentato a cominciare dal sec. VI a. C., indicò in un primo tempo l'area compresa tra il corso terminale del Tevere e il promontorio del Circeo con a E le pendici degli Appennini e il corso del Trero (odierno Sacco). Gli antichi chiamavano tale area Latium vetus per distinguerla dal Latium adjectum, comprendente anche i territori, a SE della precedente zona, via via conquistati dai Romani fino al Liri. Nella divisione che Augusto fece dell'Italia in 11 regioni, il Lazio venne incluso nella prima regione assieme alla Campania, nome quest'ultimo che venne a prevalere dalla fine del sec. III d. C. e perciò il Lazio è tuttora chiamato Campagna Romana. Verso il 1000 a. C., all'avvento dell'Età del Ferro, comparve nel Lazio una nuova popolazione documentata dai sepolcreti a incinerazione scavati in gran numero sui Colli Albani: si tratta dei Latini i quali ebbero peso determinante nelle vicende del Lazio prima e dopo l'avvento di Roma (v. Latini). Lo sviluppo di tali gruppi etnici fu favorito dai ricchi pascoli della pianura ondulata dai Colli Albani alle ex Paludi Pontine, in cui anche l'agricoltura progredì rapidamente grazie ai canali di drenaggio sotterraneo scavati in epoca preromana. Lungo la fascia costiera nacquero centri notevoli, Lavinio, Ardea, Anzio, che intrecciarono rapporti con la più evoluta civiltà del mondo egeo-anatolico grazie alle imbarcazioni che vi approdavano. La prosperità del Lazio tra i sec. VII e VI a. C. è ben testimoniata dalle tombe di Praeneste. In tale tempo si fece sentire nel Lazio la presenza degli Etruschi, che però durò poco perché sul finire del sec. VI a. C. una coalizione di città latine che avevano il loro centro sacrale nel culto reso a Giove sulla vetta del Massiccio Albano li ricacciò a N del Tevere. I Latini collaborarono successivamente, nel sec. V a. C., con i Romani nella difesa del Lazio da attacchi di Sabini, Equi e Volsci. Quando nella prima metà del sec. IV a. C. tali attacchi vennero meno, i Romani presero man mano il sopravvento nel Lazio: alla fine della guerra latina, nel 338 a. C., inglobarono nel proprio territorio le città dei Latini e da allora la storia del Lazio si fuse con la storia di Roma. L'azione centripeta della città causò da allora un processo di graduale spopolamento del Lazio e il formarsi del latifondo con conseguente diffusione della malaria: molte delle antiche città scomparvero, altre sulle alture (Praeneste e Tivoli) o sulla costa (Anzio) divennero in età imperiale luoghi rinomati con ville lussuose. Nella pianura la pastorizia finì col prevalere del tutto dando al Lazio quell'aspetto desolato rimasto tipico della Campagna Romana fino ai tempi recenti. Con la caduta dell'Impero romano d'Occidente, teoricamente il Lazio dipese dall'imperatore d'Oriente. In realtà l'autorità del lontano governo era molto debole, cosicché la tutela degli abitanti non di rado fu assunta dalla Chiesa, che possedeva nella regione alcuni patrimoni. Allorché le “donazioni” o “restituzioni” di Liutprando e di Pipino il Breve (sec. VIII) instaurarono anche di diritto il potere temporale della Chiesa, il Lazio formò il territorio principale dello Stato e ne seguì le vicende; ma, specialmente nei primi secoli, fu turbato dalle contese tra alcune potenti famiglie che spadroneggiavano nelle città, la nuova aristocrazia agraria e più tardi i comuni. Su tutti il papa cercava di dominare, appoggiandosi ora agli uni ora agli altri, ma specialmente alla nobiltà terriera e, durante le lotte per le investiture, alle forze cittadine. Tuttavia non trovò sempre docili alleati. Tra le più gravi fu la rivolta di Roma del 1143 che, con la renovatio senatus, creò un governo laico, sostenuto dalla calda oratoria di Arnaldo da Brescia. Per circa un cinquantennio il comune romano rivendicò a sé il diritto di reggere la città in nome del popolo, inserendosi e complicando le lotte tra i papi e gli imperatori. Più o meno in tutto il Lazio si risvegliarono forze autonome, rappresentate nelle campagne dai feudatari e nelle città dai comuni. Verso la fine del sec. XII Clemente III riuscì a ottenere un accordo con il Senato romano che gli garantì la fedeltà del comune, ma solo Innocenzo III ristabilì la piena sovranità papale su tutto il territorio, imponendo il rispetto dei vincoli di sudditanza: i feudatari e le città laziali gli giurarono fedeltà e Roma rinunciò alla propria autonomia affidandogli la nomina della più alta autorità laica, il “senatore di Roma”. Un tentativo di riprendere il terreno perduto e instaurare il potere comunale (1234), inserendosi nelle lotte tra Gregorio IX e Federico II, non riuscì. Più tardi Gregorio X divise la regione in province sottoposte a un rettore sorvegliato dal Parlamento. Essendo riservato al papa il diritto di intervenire quale ultimo arbitro, l'autonomia degli organi laici andò spegnendosi sotto l'autorità della Chiesa, aiutata, in questa opera di assoggettamento, dalle rivalità della provincia laziale nei riguardi di Roma. Se ancora restavano degli antagonisti al potere pontificio nelle grandi famiglie romane (Colonna, Orsini, Frangipane, Savelli, ecc.), il Lazio, come forza autonoma, aveva ormai poco vigore. Un grave colpo gli fu inferto dalla forte personalità di Bonifacio VIII e dalla riorganizzazione che questi impose alle terre dipendenti dalla curia. Il periodo di “cattività babilonese” ad Avignone (1309-77) si esaurì in lotte tra la nobiltà e il popolo (tribunato di Cola di Rienzo), per cui Roma non riuscì a porsi a capo di uno Stato autonomo, e il cardinale Albornoz, inviato da Innocenzo VI nel 1353, poté riassoggettare alla Chiesa il Lazio e gli altri possedimenti pontifici. Le riforme che seguirono il ritorno dei papi, finirono col togliere alla regione carattere e funzioni specifiche nella vita politica. Anche nel sec. XIX, durante il Risorgimento, il suo apporto fu piuttosto limitato.

Archeologia

In età storica, nel Lazio a nord del Tevere sorgevano importanti centri etruschi: tra essi Veio, da cui provengono le famose sculture fittili del tempio di Apollo attribuite a Vulca; Tarquinia con le sue tombe dipinte; Cerveteri con le sue necropoli monumentali; e inoltre Blera, Vulci, Tuscania, Pyrgi. Le antichità di Lavinio e Ardea sono da collegare alla più antica storia di Roma e dei Latini; la fondazione di Ostia si fa ascrivere all'età regia. Delle città italiche del Lazio merid. sono rimaste grandiose mura ciclopiche in opera poligonale a Segni, Arpino, Norba, Aquino, Alatri, Ferentino. L'età ellenistica e il predominio di Roma su tutto il Lazio portarono a una maggiore uniformità di forme artistiche, favorita anche dalla costruzione o regolarizzazione delle strade che da Roma raggiungono le altre regioni italiane attraversando il Lazio (Appia, Aurelia, Flaminia, Cassia) e dallo sviluppo delle colonie romane (Anzio, Terracina, Minturno) e latine (Segni, Norma, Sezze). I monumenti romani del Lazio sono, insieme a quelli di Roma, essenziali per la comprensione del sorgere e dell'affermarsi dell'arte romana, in particolare dell'architettura. Tra i centri romani che, a parte Roma, sono più ricchi di monumenti antichi, si può ricordare anzitutto Ostia con i vicini porti di Claudio (sull'area dell'aeroporto di Fiumicino) e di Traiano, e quindi Anzio, Tivoli, Gabi, Lucus Feroniae, Palestrina, a breve distanza da Roma; Ferento d'Etruria, Faleri Novi, Civitavecchia, nel Lazio sett.; Cassino, Terracina, Cori, Minturno nel Lazio merid. Molti monumenti, come i grandiosi santuari della Fortuna Primigenia a Palestrina e di Giove Anxur a Terracina, sono ancora di età repubblicana. Resti di insediamenti antichi sono sparsi in tutto il territorio e monumenti sepolcrali fiancheggiano le antiche strade (via Appia) soprattutto in prossimità dei centri antichi, o sorgono isolati (mausoleo di Munazio Planco a Gaeta). Molto numerosi sono gli avanzi di antiche ville, di età repubblicana e imperiale, specialmente nei dintorni immediati di Roma, nelle zone di Tivoli, sui laghi (Albano, Castelgandolfo, Bracciano), sulla riva del mare ad Anzio, al Circeo, a Gaeta, a Scauri; le sculture della villa di Sperlonga costituiscono un capitolo importante dell'arte ellenistica; la grandiosa Villa Adriana a Tivoli è fondamentale per la comprensione dell'architettura romana.

Arte

L'Editto di Costantino (313) segnò il punto di partenza della fioritura dell'arte paleocristiana (sec. IV-V); numerosi sorsero a Roma gli edifici sacri (basiliche di S. Giovanni in Laterano, di S. Maria Maggiore, di S. Sabina, mausoleo di S. Costanza). La tradizione paleocristiana si spense però quando Roma divenne sede di ducato bizantino (metà sec. VI-metà VIII), per il prevalere di influenze orientali di origine costantinopolitana, evidenti sia nell'architettura (le basiliche di Onorio I) sia nella pittura (mosaico absidale di S. Agnese e affreschi di S. Maria Antiqua a Roma). Soltanto dopo la metà del sec. VIII, con l'indipendenza del papato, si verificò un ritorno deciso ai modelli paleocristiani. In pittura si distingue tra un filone aulico ancora bizantineggiante (mosaici absidali di S. Maria in Domnica e di S. Prassede a Roma) e una tendenza già occidentale che rivela legami con l'arte carolingia (Ascensione e Discesa al limbo nella chiesa inferiore di S. Clemente a Roma, 847-855). Nel periodo romanico, nel Lazio è particolarmente sensibile l'influenza dell'architettura lombarda (Tuscania; S. Maria di Castello a Tarquinia; duomo di Anagni; S. Flaviano di Montefiascone) e nella stessa Roma (tipici campanili a più ordini), dove tuttavia appare prevalente la tradizione paleocristiana (S. Clemente, S. Maria in Trastevere). A partire dagli inizi del sec. XII a tutto il XIII si affermò nel Lazio l'attività dei marmorari (i Cosmati, i Vassalletto), autori di pulpiti, pavimenti, candelabri pasquali, plutei, ecc. a tarsie geometriche, e in qualche caso anche architetti di solenne classicismo (atrio del duomo di Civita Castellana, 1210). Fiorente fu anche la contemporanea attività costruttiva dei cistercensi, che eressero chiese e conventi in puro stile romanico borgognone, caratterizzato da un precoce goticismo (abbazie di Fossanova, 1179-1208; Casamari, consacrazione 1217; S. Martino al Cimino, fondata nel 1207). Nell'ambito della pittura, tra i primi esempi di volgare pittorico italiano vanno annoverati gli affreschi con Storie di S. Clemente nella chiesa inferiore di S. Clemente a Roma (dopo il 1084) e quelli della basilica di S. Elia presso Nepi. Ma nel sec. XII tornò a prevalere uno stile più legato alla tradizione paleocristiana e bizantina (mosaici absidali di S. Clemente e di S. Maria in Trastevere a Roma; affreschi della badia di S. Pietro a Ferentillo, 1191-98; Trittico del Redentore nel duomo di Tivoli), rinforzata alla fine del secolo e agli inizi del successivo dall'arrivo di mosaicisti veneziani. Alla tradizione bizantina appaiono ancora legati gli affreschi della cripta del duomo di Anagni (sec. XIII). Se la scultura figurata in pietra appare pressoché assente, assai diffusa è la scultura in legno policromato, di ascendenza antelamica (Deposizione nel duomo di Tivoli, Madonna di Costantinopoli in S. Maria Maggiore ad Alatri). Nella seconda metà del sec. XIII il Lazio fu uno dei centri più importanti dell'elaborazione del linguaggio gotico italiano. Basti ricordare l'attività di Arnolfo di Cambio per l'architettura e la scultura, dei maestri romani (P. Cavallini, I. Torriti, i Rusuti) e di Giotto per la pittura. Questa fioritura cessò con il trasferimento della corte papale ad Avignone (1309); solo nel Lazio sett. (Viterbo, Bolsena, Montefiascone) continuò un'arte gotica strettamente legata a Siena. Dopo il ritorno da Avignone (1377), i papi fissarono stabilmente la loro sede a Roma, che divenne il centro artistico e culturale della regione, determinandone i successivi orientamenti stilistici.

Folclore

Affidate alla letteratura e all'arte le immagini di una Roma godereccia e dall'animo pagano, poco rimane delle antiche feste rusticane, coronate da pranzi a base di fettuccine, abbacchio, porchetta e vino dei Castelli. Sono così dileguate nella sprovincializzazione della metropoli e nel week-end di massa anche le celebrazioni del “generone”, la media borghesia che andava a passeggiare a Villa Borghese, e delle “minenti”, le più belle donne dell'agiato ceto popolare che concludevano il pellegrinaggio al Santuario del Divino Amore, presso la via Ardeatina, con una sfilata in carrozzella, mentre le sagre dell'uva ai Castelli sopravvivono per esigenze turistiche. Manifestazioni di questa vivacità popolaresca si riscontrano oggi nelle feste di fine d'anno e di saluto all'anno nuovo; nella ricorrenza del Natale, che reca la tradizione degli zampognari e del cenone (con l'immancabile capitone) e che, a Roma, si arricchisce di una tradizione costituita dall'arrivo di lettere infantili da tutto il mondo alla statua del Santo Bambino presso la chiesa di S. Maria d'Aracoeli; nell'animata festa romanesca della Befana a piazza Navona; nel carnevale (a Frosinone, a Ronciglione, ecc.), nelle processioni quaresimali (Civitavecchia, Tolfa, Alatri, Gaeta, Formia) e nella celebrazione della Pasqua (che a Roma culmina nella tradizionale benedizione papale in piazza S. Pietro); nelle innumerevoli feste patronali che costellano tutto l'arco dell'anno (a Civitavecchia, dove la processione si prolunga sul mare; a Segni dove si tiene una “giostra del maialetto”; a Viterbo, dove si porta in processione la celeberrima macchina di Santa Rosa; a Tolfa e ad Allumiere, dove si svolgono corse di cavalli al fantino; a Roma per la colorita festa della Madonna del Carmine in Trastevere). Riti agresti e pagani sopravvivono in varie feste della Chiesa cattolica (come quella dell'Inchinata a Tivoli); nello stesso calendario hanno particolare rilievo le celebrazioni del Corpus Domini a Bolsena, a ricordo del “miracolo del Corporale”, e a Genzano, dove una strada del paese si adorna della celebre “infiorata”; i pellegrinaggi, fra cui quello che si conclude, dopo una lunghissima marcia, con il “pianto delle zitelle” presso il santuario della Trinità, a 1337 m sulle pendici orient. del m. Autore, e i numerosi che hanno per meta i luoghi francescani del Reatino. Tra le manifestazioni tipiche dei momenti più solenni della vita individuale ricordiamo quanto rimane, in una fascia che va da Tivoli e dal Sublacense alla Ciociaria e ai monti Lepini, dell'usanza di ravvivare il convito nuziale con brindisi accompagnati da stornelli (meglio se lascivi) e di dedicare una specie di antiserenata (scampaniata) a chi dei due promessi è vedovo in seconde nozze. In Ciociaria, al termine delle esequie parenti lontani e amici intimi della famiglia del defunto offrono un pranzo (reconsulo).

Letteratura popolare

La letteratura popolare, nelle forme della poesia amorosa (stornelli, rispetti e strambotti) o religiosa (dalle agiografie di santi come Alessio, Antonio, Barbara e Caterina alle preghiere di invocazione e di scongiuro, ai canti di Quaresima), vanta una solida tradizione nell'intera regione, ma soprattutto in Sabina, nelle zone di Tivoli, di Subiaco e dei Castelli Romani e in Ciociaria (dove dei canti popolari si ha una ricca trascrizione curata da L. Colacicchi nel 1936). Competizioni di poeti a braccio richiamano abilissimi improvvisatori di rime a Tolfa e ad Allumiere per la festa di Sant'Antonio abate, così come ad Accumoli e ad Amatrice nella Sabina, e una singolare forma di sacra rappresentazione è riproposta annualmente a fine luglio nei Misteri di Bolsena, animata ricostruzione di scene del martirio di Santa Cristina. Quasi abbandonate le danze popolari, fra cui primeggiava il saltarello.CostumePressoché scomparso è l'abbigliamento tradizionale, caratterizzato nella versione femminile da una gonna per lo più di vivaci colori (nera nel Cassinese) e da un grembiule, da un rigido busto d'obbligo in tutta la regione, da uno scialle, da un fazzoletto inamidato fissato sul capo con uno spillone e, ai piedi, dalle ciocie, calzate in una vasta area che va dal Sublacense alle Mainarde, comprendendo la Ciociaria che proprio da queste ha preso il nome. Collane di corallo e orecchini pendenti completavano l'ornamento. La versione maschile si componeva, in prevalenza, di una lunga giacca, sopra camicia e gilè, di pantaloni stretti in vita da una fascia e lunghi fino al ginocchio, di un cappello di feltro nero e di calze colorate e a righe. Eccezione di gusto saraceno è l'abito femminile di Nettuno, ora indossato in rari esemplari e occasioni, di colore rosso e argento, aperto sul petto, senza maniche, ricco di pieghe nella parte inferiore, con trine e merletti d'oro e d'argento.

Gastronomia

A eccezione di qualche specialità propria delle regioni limitrofe, la cucina laziale si identifica con quella della capitale. Il condimento essenziale è lo strutto, cui seguono il lardo, il guanciale e la ventresca, che servono per il cosiddetto “battuto”; l'olio si adopera soprattutto per condire (in pinzimonio) le verdure crude di cui i Laziali fanno grande uso. Le verdure sono molto usate anche nella preparazione delle minestre: la pasta si unisce ai fagioli, alle patate, ai piselli, ai ceci, ai broccoli. Celebri le paste asciutte: fettuccine alla romana, rigatoni con la pagliata, spaghetti all'amatriciana, alla carbonara, a cacio e pepe, con alici, col tonno, con aglio e olio. Il cibo prediletto dei Laziali è l'abbacchio: arrosto, alla cacciatora, brodettato, “a scottadito”. Prelibate preparazioni sono pure la porchetta, la coda di manzo alla vaccinara, i saltimbocca e, fra le verdure cotte, i famosi carciofi alla giudia. I formaggi, prevalentemente basati sull'impiego del latte di pecora, hanno specialità notissime: la ricotta, la provatura, la mozzarella e il pecorino. Il Lazio è tra le regioni vinicole più famose d'Italia. Celebrati i vini dei Castelli Romani.