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|
Regione (9694 km2; 1.446.751 ab.) dell'Italia
centr., bagnata dal Mar Adriatico a E e a NE e delimitata dalla
Repubblica di San Marino, dall'Emilia-Romagna e dalla Toscana a NW,
dall'Umbria a W, dal Lazio a S e dall'Abruzzo a SE. Capoluogo è
Ancona. Amministrativamente è divisa nelle quattro province di
Ancona,
Ascoli Piceno,
Macerata,
Pesaro e Urbino.
Morfologia
La regione ha la forma di un grande
quadrilatero, i cui lati maggiori però si presentano leggermente
convessi verso NE con una vistosa sporgenza in corrispondenza
dell'aggetto peninsulare del m. Conero; si estende dal crinale
dell'Appennino Umbro-Marchigiano all'Adriatico e tra le valli dei f.
Conca e Tronto. I confini amministrativi però non si identificano
localmente sempre con quelli naturali, che all'interno dovrebbero
coincidere con la maggiore linea spartiacque appenninica: alcuni
fiumi tributari dell'Adriatico infatti, quali il Foglia, il Burano e
specialmente il Tronto, nascono oltre confine, mentre la Nera,
affluente del Tevere, sviluppa il suo corso superiore in territorio
marchigiano. La regione è prevalentemente montuosa, benché i rilievi
in genere non siano molto elevati; la cima più alta è il m. Vettore
(2476 m) nel gruppo dei monti Sibillini, al confine con l'Umbria.
Dal crinale appenninico il rilievo digrada progressivamente verso la
costa adriatica, che si presenta piatta e rettilinea per lunghi
tratti, in altri come una stretta cimosa di sabbia, addossata al
ciglione collinare retrostante, in altri ancora alta e rocciosa e
spesso imponente. Prevalgono le formazioni rocciose mesozoiche e
cenozoiche, principalmente calcari e arenarie. All'interno il
paesaggio montuoso, che è stato interessato da complessi fenomeni
orogenetici, di subsidenza e di assestamento con la formazione di
fratture e di faglie, presenta una grande varietà di forme con
solchi vallivi longitudinali e trasversali al sistema appenninico.
Procedendo verso la costa, le altitudini si abbassano e il rilievo
assume una struttura assai più regolare con dorsali subparallele
orientate a NE e separate da solchi vallivi trasversali alla catena
appenninica e con il fondo ricoperto da materiali alluvionali. I
principali corsi d'acqua, se si esclude, come si è detto, la Nera
che è tributaria del Mar Tirreno, scendono al Mar Adriatico. Per la
vicinanza al mare del crinale appenninico, per la disposizione delle
valli che incidono e per l'irregolarità delle precipitazioni, essi
hanno un corso piuttosto breve, tra i 40 e i 110 km, regime
torrentizio, bacini imbriferi scarsamente sviluppati e non sono
navigabili. I principali sono la Marecchia, il Conca, il Foglia, il
Metauro, il Cesano, l'Esino, il Musone, il Potenza, il Chienti, il
Tenna, l'Aso e il Tronto. Di questi, la Marecchia e il Conca
sviluppano la parte terminale del loro corso in territorio
romagnolo, il Tronto ha la sua alta valle inprevalenza nel Lazio e
segna con il suo corso inferiore il confine amministrativo con
l'Abruzzo.
Il clima
Le caratteristiche climatiche della
regione, per la disposizione dei rilievi, la loro diversa
esposizione e le notevoli differenze di altitudine tra la cimosa
costiera e i più elevati rilievi dell'interno e tra i fondovalle e
le sommità delle dorsali montuose o collinari, sono assai varie sia
per quanto riguarda le temperature e i venti sia per l'intensità e
la distribuzione delle precipitazioni. Lungo la costa prevale un
clima di tipo marittimo con modeste escursioni termiche e moderate
precipitazioni; procedendo verso l'interno si accentuano sempre più
le escursioni termiche e aumentano in misura considerevole le
precipitazioni, che in alcune aree ristrette di alta montagna
raggiungono anche i 2000 mm annui. La neve è frequente nei mesi
invernali, specialmente all'interno. Quanto alla distribuzione delle
piogge nel corso dell'anno, le stagioni più piovose sono in genere
la primaverile e l'autunnale.
La popolazione
Le caratteristiche morfologiche
e pedologiche, cioè la diffusa montuosità e la povertà dei terreni
agricoli, e inoltre l'inadeguato sviluppo industriale e commerciale,
ostacolato dalla scarsità delle vie di comunicazione, dalla mancanza
di importanti materie prime e dalla lontananza dai grandi mercati di
approvvigionamento e di consumo, non consentono un popolamento
intenso. La densità demografica, infatti, è di 149 ab./km2,
sensibilmente inferiore a quella media italiana (189). In
particolare, caratteristica precipua dell'insediamento è la non
concentrazione; la popolazione urbana nei capoluoghi tende a ridursi
rispetto agli altri centri. Ciò è dovuto sia alla diminuita capacità
polarizzatrice dei centri maggiori, sia all'esaurirsi delle
migrazioni interne, che hanno condotto a un progressivo
impoverimento del velo demografico delle aree montane a favore dei
più dinamici centri del fondovalle e costieri. Nel capoluogo risiede
solo il 7% della popolazione regionale. L'incremento demografico,
attestatosi in precedenza su valori annui del 3,6%, ha subito negli
ultimi anni un cospicuo rallentamento a causa del crollo della
natalità e al conseguente saldo naturale negativo: la piccola
crescita registrata è dovuta soltanto al saldo migratorio positivo.
Di conseguenza l'aumento della popolazione è lento e, rispetto al
totale nazionale, il peso della regione (sempre in termini
demografici) tende a diminuire.
Economia: generalità
L'economia marchigiana è
riuscita solo in tempi recenti ad acquisire una struttura
adeguatamente diversificata in cui industria e commercio svolgano un
ruolo proporzionato alle loro potenzialità produttive: la
transizione dalle forme tradizionali di una società agricola che
fino alla II guerra mondiale improntava in misura determinante la
vita locale, soprattutto attraverso la capillare diffusione del
rapporto mezzadrile, non è stata facile, avvenendo al prezzo di una
sensibile emigrazione e dell'intensivo sfruttamento delle capacità
di lavoro della popolazione, ma ha portato infine a raggiungere una
situazione di particolare equilibrio intersettoriale e a garantire
discreti redditi familiari, cresciuti in misura maggiore rispetto a
quelli di altre regioni. Le Marche possono così definirsi anche a
questo riguardo una realtà mediana nel contesto nazionale: tale
collocazione è attestata più in particolare dai livelli del prodotto
regionale lordo pro capite, lievemente superiore alla media
italiana, e del tasso di disoccupazione, più vicino ai dati delle
regioni sett. che di quelle meridionali. Degna di nota è
l'omogeneità della distribuzione della ricchezza fra le varie
province a testimonianza dell'assenza di marcati squilibri
territoriali. Malgrado tali progressi l'economia marchigiana
presenta ancora taluni limiti significativi, evidenziati dalle più
recenti tendenze del commercio internazionale ma, in parte,
associati allo stesso tipo di sviluppo perseguito: essi sono
riassumibili nelle difficoltà di consolidamento e allargamento delle
attività industriali e terziarie, ma anche nella staticità
dell'agricoltura.
Economia: il settore primario
Largamente
prevalente fino agli anni Cinquanta, il settore primario continua a
esser elemento di un certo rilievo, almeno nella considerazione
occupazionale (10% della forza lavoro contro il 6% del Centro-Nord)
se non in quella del contributo alla formazione del reddito (5%):
limitata nelle proprie potenzialità già dalla scarsa fertilità del
suolo e dalla conformazione del territorio, l'agricoltura registra
una produttività inferiore a quella della maggior parte delle altre
regioni, non avendo attuato un rinnovamento neppure dopo
l'abolizione della mezzadria, molto diffusa nei secoli passati. Aree
a orientamenti colturali specializzati sono le valli del Metauro,
dell'Esino, del Tronto e dell'Aso, oltre che gli spazi pianeggianti
costieri. Principali prodotti sono il frumento (con prevalenza del
grano duro; interessa oltre il 50% del coltivo), la barbabietola da
zucchero (seconda produzione a livello nazionale), gli ortaggi
(cavolfiore, finocchio), la frutta (soprattutto susine) e il tipico
girasole; la viticoltura, a esclusiva specializzazione vinicola
(rosso piceno e verdicchio), mostra capacità di tenuta (grazie a una
vasta riqualificazione) al contrario dell'olivicoltura. Anche la
zootecnia ha subito un notevole arretramento, riducendosi ad
attività marginale (ca. 90.000 capi di bovini da carne contro i
600.000 degli anni Sessanta); una certa crescita hanno espresso i
comparti suino e avicunicolo. La pesca ha dimensioni notevoli,
fornendo il terzo prodotto regionale italiano (anche se problemi di
conservazione del patrimonio ittico hanno determinato l'adozione di
periodi di fermo biologico); suoi centri più importanti sono Pesaro,
Fano, Senigallia, Ancona, Civitanova Marche, San Benedetto del
Tronto e Porto San Giorgio.
Economia: il settore secondario
Il settore
secondario vanta oggi un ruolo preminente nell'economia locale,
assorbendo una percentuale di occupati superiore a quella della
maggior parte delle regioni sett. e partecipando significativamente
alla formazione del reddito. Affermatasi nel dopoguerra, risultando
la più dinamica in Italia, l'industria marchigiana ha trovato forza
trainante nelle imprese manifatturiere di piccola e media
dimensione, attive in comparti tradizionali, con frequente ricorso
al lavoro nero a domicilio e nate dalle diffuse abilità artigianali
presenti. Esse anche per i legami mantenuti con il settore agricolo,
sia riguardo alle materie prime sia alla forza lavoro impiegata,
hanno costituito l'elemento caratterizzante di un modo di sviluppo
particolare, comune alla sezione centrale della penisola e distinto
da quelli delle altre due. Queste imprese, protagoniste insieme al
settore turistico della trasformazione socio-economica verificatasi
nel dopoguerra, oggi dimostrano però un affievolimento delle
potenzialità di crescita connesso, oltre che allo scarso contenuto
tecnologico, alle insufficienti capacità di coordinamento e di
gestione che già ne hanno in parte determinato la dipendenza da
centri decisionali esterni. Particolare è la sua organizzazione per
distretti specializzati monoproduttivi: l'industria storica della
carta a Fabriano (dal sec. XIII), quelle con radici ottocentesche
degli strumenti musicali (con applicazione dell'elettronica) a
Castelfidardo, delle calzature a Fermo, della pelle a Tolentino e
infine le più recenti della meccanica a Fabriano e Jesi e del mobile
nei pressi di Pesaro. Più diffusa è quella dell'abbigliamento.
Stesse strutture aziendali presenta il polo produttivamente
differenziato della valle del Tronto, cresciuto con il sostegno
della Cassa del Mezzogiorno; industrie di grandi dimensioni invece
sono localizzate essenzialmente sulla costa, ad Ancona
(cantieristica) e Falconara (petrolchimica).
Economia: il terziario
Il settore terziario non
possiede attività di rango molto elevato: principale ramo ne è il
turismo. Cresciuto in particolare negli anni Sessanta per traboccamento della conurbazione romagnola e quindi agevolato dal
completamento dell'autostrada adriatica (1973), esso ha una
struttura ricettiva fondata sull'impresa familiare e dominante
carattere balneare, non riuscendo a valorizzare adeguatamente i
centri pur ricchi di interesse storico e artistico dell'interno (a
eccezione di Urbino). Località di villeggiatura sono quelle di
Pesaro, Fano, Senigallia, Numana, Porto Recanati, Civitanova Marche,
Porto Sant'Elpidio, Porto San Giorgio e San Benedetto del Tronto.
Penalizzato dal sistema delle comunicazioni (insufficienti
collegamenti viari e ferroviari) è il settore dei trasporti, che
vede in Ancona-Falconara il nodo più importante (interconnessione
dell'asse adriatico con quello transappenninico); ruolo piuttosto
rilevante ha il porto del capoluogo regionale, con una relativa
specializzazione nel traffico passeggeri (movimento turistico con
l'opposta sponda adriatica).
Storia
Il territorio delle Marche, anticamente
abitato dai Piceni, una popolazione di origine sabina, nel sec. IV
a. C. fu invaso dai Galli. Alleatosi a Roma, il Piceno fu da essa
sottomesso nel 268 e piùtardi (207 a. C.) fu teatro di importanti
avvenimenti della II guerra punica. Eretto da Augusto in regione (la
V del suo ordinamento), il territorio, frazionatosi durante le
invasioni barbariche e la dominazione longobarda in un gran numero
di proprietà in mano ai conventi e ai vescovi, nel 752 fu donato da
Pipino alla Chiesa, donazione rinnovata da Carlo Magno nel 774.
Durante il feudalesimo, col sorgere delle marche di Camerino, Fano e
Ancona, la regione cominciò ad assumere una certa fisionomia e a
essere appunto denominata Marche. In età comunale Ancona si
contrappose a Venezia e nel 1167 poté resistere all'assedio postole
da Federico Barbarossa. Successivamente il territorio marchigiano,
le cui leggi furono unificate nel 1357 con le Costituzioni Egidiane
che rimasero in vigore fino al 1816, vide fiorire ricchissime
signorie: i Malatesta a Fano e a Pesaro; i Montefeltro e i Della
Rovere a Urbino, Cagli, Fossombrone e poi Pesaro; i Varano a
Camerino; i Chiavelli a Fabriano. Tra il 1443 e il 1444 quasi tutta
la regione cadde in mano a Francesco Sforza, ma già nella seconda
metà del sec. XV cominciò ad affermarsi su di essa il dominio
pontificio in definitiva favorito dallo stesso tentativo di dominio
personale di Cesare Borgia: nel 1444 tornò alla Chiesa Fabriano, nel
1447 Jesi, nel 1455 Macerata, nel 1532 Ancona, nel 1545 Camerino,
nel 1550 Fermo; nel 1631 anche Urbino fu ceduta alla Chiesa, che
riunì così sotto di sé tutta la regione. Il 19 febbraio 1797
Napoleone, col Trattato di Tolentino, ottenne dai rappresentanti di
Pio VI il diritto di occupare Ancona che con altri centri si eresse
a repubblica ed entrò a far parte della Repubblica Romana (1798-99).
Aggregate al Regno d'Italia nel 1808, con la Restaurazione le Marche
ritornarono al papato, ma parteciparono attivamente ai moti del
1831, del 1848-49 e del 1859. Nel 1860 furono occupate dalle truppe
piemontesi. Durante la II guerra mondiale, in particolare nella zona
di Visso e sulle montagne dell'Appennino, operarono le formazioni
partigiane. ArcheologiaGli oggetti di produzione locale si uniscono
spesso, nelle tombe, ai bronzi etruschi e ai preziosi vasi figurati
greci e, più tardi, apuli. Nel sec. IV a. C. alle necropoli picene
si aggiunsero quelle galliche (Osimo, Montefortino). La notevole
importanza della regione in età romana è attestata soprattutto dai
monumenti delle sue numerose città, spesso edificate lungo il
percorso delle vie consolari Flaminia e Salaria. Cospicui resti
romani hanno Ascoli, Ancona (che conserva anche avanzi del villaggio
piceno e della fondazione greca del sec. IV a. C.), Urbisaglia,
Pesaro, Fano, Piane di Falerone, Villa Potenza.
Arte
Le manifestazioni artistiche della regione
riflettono i caratteri delle diverse tradizioni culturali che vi
confluirono e segnarono il succedersi dei vari periodi dell'arte,
secondo alcune direttrici di influenza che informarono gli sviluppi
della cultura figurativa marchigiana. Alle poche testimonianze
paleocristiane e preromaniche (Ancona, Osimo, Fermo, San Leo) fa
riscontro la rigogliosa fioritura dell'arte romanica alimentata da
forti apporti lombardi e da influenze adriatiche e bizantine, nonché
da elementi pugliesi, pisani e d'oltralpe. Monumenti importanti di
questo periodo sono ad Ancona (duomo di S. Ciriaco, sec. XI-XIII;
chiesa di S. Maria della Piazza, sec. XII), ad Ascoli Piceno (SS.
Vincenzo e Anastasio, sec. XII-XIV; S. Tommaso, sec. XIII; S. Pietro
in Castello, sec. XII-XIII; battistero, sec. XII), a Cagli (S.
Francesco, sec. XIII), a Camerino (chiesa di S. Francesco e il
ricostruito duomo), a Fano (duomo, sec. XII), a Jesi (nei pressi,
chiesa di S. Urbano, badia di S. Elena, sec. XII-XIII), a San
Severino (chiesa di S. Lorenzo in Doliolo, sec. XI). Non mancano
esempi di pittura e di scultura lignea, di derivazione umbra o
laziale. L'arte gotica, annunciata presto nelle Marche attraverso i
centri monastici cistercensi (abbazie di Chiaravalle di Castagnola e
di Chiaravalle di Fiastra, sec. XII-XIII), ebbe grande sviluppo
soprattutto nell'architettura religiosa che reca influenze venete e
umbre (chiese di S. Francesco a Fermo; di S. Francesco e di S.
Pietro Martire ad Ascoli Piceno; di S. Marco a Jesi; di S. Domenico
a Fabriano, ecc.). In quest'epoca la pittura risente delle
irradiazioni giottesche provenienti da Assisi (affreschi di S.
Biagio in Caprile a Campodonico). Rispetto alla produzione locale,
più consistente appare la presenza di artisti d'altre scuole (Pietro
e Giuliano da Rimini, Andrea da Bologna e soprattutto numerosi
rappresentanti della tradizione veneta tuttora impregnata di
suggestioni bizantine). Tardi rappresentanti del gusto narrativo del
gotico internazionale furono i fratelli Salimbeni (Lorenzo e Jacopo)
da Sanseverino; mentre ben diversa fu l'eleganza cortese svolta
altrove da Gentile da Fabriano, che influenzò l'arte di Arcangelo di
Cola da Camerino, costantemente volto ai modi tardogotici,
persistenti anche nell'attività di altri artisti del tempo (Pietro
da Montepulciano, Giacomo da Recanati, Antonio da Pesaro, ecc.).
Interessanti esperienze nella scultura furono compiute da Giorgio da
Sebenico e dal fiorentino Nanni di Bartolo (portale di S. Nicolò a
Tolentino). Nella seconda metà del Quattrocento la pittura nelle
Marche si rinnovò per nuovi e più fecondi contatti con l'arte
toscana e veneta. L'influenza del Crivelli, giunto da Venezia nel
1468 col suo bagaglio di esperienze maturate nell'ambiente padovano,
ebbe vasta diffusione (Francesco di Gentile, Girolamo di Giovanni da
Camerino, Lorenzo d'Alessandro da Sanseverino; modi crivelleschi
furono assunti anche dall'Alunno e da Pietro Alemanno). Il
rinnovamento dell'arte marchigiana si attuò in quest'epoca
attraverso l'attività umanistica svolta dalla corte dei Montefeltro
a Urbino, centro di cultura rinascimentale e di cui il Palazzo
Ducale è l'espressione più alta. Alla realizzazione del palazzo
convennero nelle Marche i maggiori esponenti di diverse tradizioni,
da Piero della Francesca e Luciano Laurana, a Melozzo da Forlì,
Francesco Laurana, Francesco di Giorgio Martini, Rogier van der
Weiden, Giusto di Gand e quindi Giuliano da Maiano, Luca della
Robbia, Pedro Berruguete, oltre a moltissimi altri. Da questo clima
presero avvio le grandi personalità di Bramante e di Raffaello,
destinati a portare le loro grandiose imprese lontano dalla terra
natia. Lo sviluppo della cultura rinascimentale nelle Marche ebbe
importante svolgimento e vaste conseguenze a Loreto, al cui
santuario furono attivi numerosi artisti, specie dopo le modifiche
apportate da Bramante sull'originaria fabbrica del 1468 quale si era
andata sviluppando sotto Marino di Marco Cedino, Giuliano da Maiano,
B. Pontelli, Giuliano da Sangallo. Alle soluzioni bramantesche
seguirono gli apporti di Antonio da Sangallo il Giovane, di Andrea
Sansovino e altri. A Loreto svolse la sua ultima attività il Lotto
portando nelle Marche i caratteri nuovi della sua pittura. In questo
periodo furono attivi Cola dell'Amatrice e Girolamo Genga; quest'ultimo
contribuì con le sue suggestioni raffaellesche al gusto e ai
caratteri della maiolica marchigiana. Le manifestazioni della
pittura del Seicento, realizzate soprattutto nell'ambito delle
scuole bolognese e romana, ebbero esitilocali attraverso l'opera di
Giovanni Francesco da Fossombrone, Simone Contarini, Salvi di
Sassoferrato, Carlo Maratta. Il caravaggismo vi fu introdotto
dall'arte di Orazio Gentileschi. Non sono molti i monumenti notevoli
dell'architettura barocca (Cagli, Camerino, Fano, Fermo e altrove),
mentre maggiore esplicazione ebbe il classicismo di L. Vanvitelli
(specie ad Ancona), rimasto tuttavia senza particolari sviluppi. §
Fin dal Medioevo nella regione si sviluppò inoltre l'arte delle
maioliche, tuttora fiorente, che ebbe i suoi centri principali a
Pesaro, a Casteldurante e soprattutto a Urbino (dove furono attivi
N. Pellipario, il Durantino, i Fontana, Francesco Xanto Avelli),
l'unico centro ceramico italiano in grado di competere nel sec. XVI
con Faenza.
Folclore
Nelle manifestazioni della cultura
popolare dell'area marchigiana, aperta agli scambi e agli influssi
delle forti tradizioni romagnole a nord, del folclore laziale nella
sezione merid. e, in qualche caso, di usanze derivate dall'opposta
Dalmazia nella fascia costiera, gli studiosi hanno voluto
identificare, in assenza di elementi particolarmente
caratterizzanti, «un valore medio dell'unità geografica ed etnica di
tutta la penisola italiana» (Porena). Alla sopravvivenza di
un'attività agricola e, sulla costa adriatica, di un'attività
peschereccia tuttora alquanto rilevanti si accompagna, infatti, un
senso spiccato delle tradizioni, per cui, sia pure in tono sommesso,
abitudini e antiche credenze qualificano gli avvenimenti che segnano
lo svolgersi della vita individuale e del calendario annuale. Può
avvenire pertanto, nel primo caso, che trovino tuttora udienza norme
residue comportamentali o di medicina popolare (come, p. es., nella
valle dell'Esino, la prescrizione di una dieta di pollo alla
puerpera) e, nel secondo, che gesti o azioni di cui si è perduta la
motivazione ripropongano antiche forme di propiziazione (come, p. es.,
l'uso di indossare a Natale un indumento nuovo o di gettare le cose
vecchie nella notte di S. Silvestro e il ricorso a cibi tradizionali
in occasione di particolari ricorrenze del calendario religioso:
ceci, maccheroni con le noci, anguille, sedano per il cenone
natalizio; lenticchie e uva – perché portano soldi – a Capodanno;
frittelle per S. Giuseppe; uova sode, pizza e agnello per Pasqua;
lumache per S. Giovanni, ecc.). Nell'arco del calendario agricolo
due celebrazioni si citano fra quante, mescolando arcaici riti
terragni e sentimento cattolico, coronano il compimento del
raccolto: la festa delle Canestrelle a Macerata, dove un corteo di
carri infiorati (e oggi anche di automobili) reca in omaggio alla
basilica della Misericordia sacchi e ceste di grano, e la festa del
“Covo” a Candia, dove la processione segue un tempietto innalzato
con legno, spighe e paglia sopra un biroccio (il classico biroccio
marchigiano, dalle alte ruote, dipinto a figure e fiori vivaci e con
l'immagine d'obbligo di S. Antonio abate). Nell'arco del calendario
cattolico spiccano le superstiti celebrazioni della Settimana Santa
con le processioni del Cristo morto a Cagli e a Pioraco; le varie
tradizioni legate al Natale (il ceppo) e all'Epifania (il canto
delle “pasquelle”); le innumerevoli feste patronali (come quella di
S. Emidio, ad Ascoli Piceno, durante la quale si ripete secondo
norme codificate nel 1378 la giostra cavalleresca della Quintana);
le sagre marinare (con processioni di barche pavesate) di Pesaro e
di Santa Maria di Portonovo e le molte feste legate a leggende e
fatti miracolosi, fra cui è notissima quella che si tiene il 9
dicembre al santuario di Loreto con una fiaccolata notturna e in
tutta la regione con l'accensione di falò a commemorazione della
“venuta”, cioè della miracolosa traslazione dalla Palestina, per
mano di angeli, della casa di Nazareth in cui visse la Sacra
Famiglia (la Madonna nera che vi si venera è stata eletta patrona
dell'aviazione). Tra gli altri fatti leggendari la cui memoria si
rinnova in una pietas popolare di invocazioni e di pellegrinaggi,
particolare interesse rivestono le storie di S. Leone e S. Marino,
santi tagliapietre che si scambiavano gli attrezzi scagliandoseli
dai due luoghi rupestri, tra Montefeltro e Romagna, che adesso
recano i loro nomi; le storie dei Crocifissi di Sirolo (a Numana) e
di Castel di Mezzo, arrivati avventurosamente dal mare, il primo con
tali peripezie che vi è coinvolto anche Carlo Magno; la storia di S.
Ciriaco, il patrono di Ancona, il cui corpo martirizzato arrivò pure
dal mare e fu tratto a riva altrettanto prodigiosamente da S.
Floriano, altro singolare personaggio che con l'aratro tracciò poi
l'orrido solco della gola della Rossa, nella valle dell'Esino, e
che, una volta deceduto, fu disputato dai monaci di Fabriano e di
Ravenna e fu portato nella prima città da una mula cieca, che
sciolse così la contesa; storie di fonti miracolose come quelle di
Mondolfo, di Ascoli Piceno (fatta scaturire da S. Emidio) e di vari
luoghi del Montefeltro percorso da S. Francesco. Fra i
pellegrinaggi, grandioso quello al Monte dell'Ascensione, sopra
Ascoli Piceno, che si svolge nel giorno dell'Ascensione e che
riassume i motivi di varie tradizioni, fra cui la leggenda della
romana Polisia, evangelizzata da S. Emidio e perita sul monte, e la
vicenda della poco ortodossa comunità dei “Sacconi” che nello stesso
luogo fu fondata nel 1324 da Meco del Sacco, predicatore, fra
l'altro, del libero amore.
Sacro e profano si fondono in varie
manifestazioni di carattere gastronomico, che trovano ragione in una
terra assai celebrata per la sua feracità e per le singolari
tradizioni culinarie: si citano le sagre della polenta a San
Costanzo, della salsiccia a Castelvecchio, dei “garagoli”
(conchiglie di mare) a Marotta, mentre distribuzioni altrettanto
pubbliche di spaghetti di magro avvengono in Quaresima a Mondolfo.
Il Carnevale ha il suo momento più alto a Fano, con una famosa
sfilata di carri allegorici (“Carnevale dell'Adriatico”). Pressoché
scomparsi l'abbigliamento tradizionale e le danze popolari, di cui
la più tipica è il saltarello (qui arrivato dal Lazio). Ai testi o
ai recuperi discografici degli studiosi è ormai affidato anche il
repertorio dei canti popolari: stornelli, rispetti, dispetti,
“conte”, filastrocche, ecc. L'artigianato, che al pari di altre
attività produttive della regione trovava sbocco in frequentatissime
fiere (come la “fiera franca” di Senigallia, in atto dal sec. XVII)
e che oggi trae alimento dal vivace movimento turistico, vanta
attività tradizionali conosciute anche all'estero come la
lavorazione a mano della carta (Fabriano), la produzione di
fisarmoniche (Castelfidardo, ma anche Camerino, Osimo, Numana) e la
confezione di reti da pesca (San Benedetto del Tronto), ma si citano
pure la lavorazione della paglia (per cappelli, borse, cannucce per
bibite) a Falerone e la confezione di merletti al tombolo a Offida e
ad Appignano del Tronto. Ingentissimo è, negli edifici rurali
isolati così come negli agglomerati urbani, in prevalenza di
impianto medievale, il patrimonio dell'architettura spontanea.
Gastronomia I centri del litorale marchigiano
hanno dato origine a una delle specialità classiche della cucina
italiana: il brodetto marchigiano. Questa tipica zuppa di varie
specie di pesce (da nove a tredici) viene preparata in due distinte
versioni: il brodetto anconetano e quello portorecanatese,
chedifferiscono sensibilmente sia per gli ingredienti sia per la
fattura. Le Marche sono anche considerate la patria della porchetta,
maiale giovane cotto al forno, intero, disossato e infilato su un
palo, e condito con finocchi ed erbe aromatiche. Di antica
tradizione locale sono pure i vincisgrassi, larghe lasagne condite
con salsa pasticciata, cotte al forno e profumate di tartufo di
produzione locale, e le olive ripiene di Ascoli, impanate e fritte.
Carni, salumi e formaggi sono di ottima qualità, così come
abbondante è il pesce che il mare offre lungo il litorale. Per
quanto riguarda i dolci si ricordano le torte natalizie (il
pistringo o frestingo) e pasquali (le cresce, la pizza col
formaggio, la recina), quelle della mietitura (panpepato) e della
vendemmia (biscotti col mosto, la sapa), ecc. Nelle Marche
predominano i vini bianchi da pasto prodotti con l'uva verdicchio
disseminata in tutta la regione; i migliori sono il verdicchio dei
castelli di Jesi e di Matelica. In alcune zone si prepara ancora il
vin cotto. |