Le Regioni italiane: la storia, il territorio, l'economia, l'arte, la cultura.

Piemonte

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Regione (25.399 kmq; 4 milioni 338.262 ab.) dell'Italia nord-occidentale, confinante con la Svizzera (Vallese e Canton Ticino) e con la Francia rispettivamente a N e a W e limitata dalla Val d'Aosta a NW, dalla Lombardia a E, dall'Emilia-Romagna a SE e dalla Liguria a Sud.

Capoluogo regionale è Torino: amministrativamente è divisa nelle otto province di Alessandria, Asti, Biella, Cuneo, Novara, Torino, Verbano-Cusio-Ossola e Vercelli. Nell'ambito delle prov. di Vercelli, di Alessandria, di Cuneo, di Novara e di Torino sono stati istituiti i circondari di Biella (1972), elevato a provincia nel 1992, di Casale Monferrato (1973), di Alba-Bra (1973), di Ivrea (1973), di Mondovì (1973), di Pinerolo (1973), del Verbano-Cusio-Ossola (1976), elevato a provincia nel 1992 e di Saluzzo-Savigliano-Fossano (1978).

Inizialmente il termine Piemonte, che appare registrato in carte geografiche a partire dalla fine del sec. XII nella forma latinizzata di Pedemontium o Pedemontis, designava i possessi cisalpini dei Savoia, limitati al tratto di pianura pedemontana tra il Sangone, la Dora Riparia e il Po; più tardi il nome si estese progressivamente a indicare una parte sempre più vasta della pianura e dei monti che la cingono in seguito all'ampliamento del dominio dei Savoia al di qua delle Alpi. Entro i limiti attuali la regione presenta una sua precisa individualità con confini in buona parte naturali, che si sviluppano sullo spartiacque delle Alpi Occidentali, sul Lago Maggiore e sul corso dei fiumi Ticino e Sesia.

Il Piemonte comprende quasi l'intera sezione superiore del bacino idrografico del Po, cioè la Pianura Padana a monte del Ticino, della Sesia e della Scrivia, e i rilievi alpini e appenninici che le fanno corona a N, a W e a S. Del settore occid. dell'arco alpino fa parte del Piemonte l'intero versante interno a esclusione del bacino superiore della Dora Baltea (che dal 1948 costituisce la regione a statuto speciale della Valle d'Aosta) e della testata della Dora Riparia con il colle del Moncenisio, in territorio ceduto alla Francia nel 1947 insieme con l'alta valle della Roia; sono quindi piemontesi i versanti padani delle Alpi Marittime, delle Cozie, di parte delle Graie, delle Pennine e delle Lepontine e inoltre un vasto settore dell'Appennino Ligure, il cui prolungamento naturale è costituito dai sistemi collinari delle Langhe e del Monferrato. Le Alpi piemontesi, che si innalzano con massicci poderosi a quote superiori ai 4000 m (Monte Rosa, 4634 m; Gran Paradiso, 4061 m), sono costituite in prevalenza da rocce cristalline e hanno forme aspre e dirupate, che però si addolciscono verso l'alta pianura; sono inoltre incise da valli trasversali che penetrano in profondità nel sistema montuoso.

Clima

Le precipitazioni presentano massimi nei mesi autunnali e primaverili ma non mancano in nessuna stagione; le regioni più piovose (fin oltre i 3000 mm annui) sono le aree del Verbano occid. e del Cusio, l'alta Valsesia, il Biellese e le parti più elevate e più esposte ai venti umidi delle dorsali delle Alpi Cozie e Graie.IdrografiaSe si escludono il Po e il Ticino, i corsi d'acqua piemontesi hanno quasi tutti portate molto ineguali e regime per lo più torrentizio, con magre estive e invernali e piene autunnali e primaverili, queste ultime dovute anche allo scioglimento delle nevi.

Idrografia

Dal punto di vista idrografico, il territorio piemontese corrisponde in pratica all'alto bacino del Po, il maggior fiume della regione, al quale tributano da sinistra le acque del Pellice, del Chisone, del Sangone, della Dora Riparia, della Stura di Lanzo, dell'Orco, della Dora Baltea, della Sesia, dell'Agogna e del Ticino, da destra quel le della Varaita, della Maira, del Tanaro, della Bormida e della Scrivia. Il bacino lacustre più esteso è il Lago Maggiore o Verbano, di cui appartiene al Piemonte buona parte della sponda occid. e a cui scende il Toce, il cui bacino corrisponde alla regione dell'Ossola e a quella del Cusio.
Gli altri laghi sono tutti poco estesi, così quello di Mergozzo, quelli di Viverone e di Candia nell'anfiteatro morenico di Ivrea e i laghi di Avigliana nell'anfiteatro morenico di Rivoli.Geografia umanaLa struttura morfologica ed economica della regione, che presenta aspetti così diversi e contrastanti, condiziona sensibilmente sia l'entità sia la distribuzione della popolazione. Ad aree di pianura intensamente sfruttate dalle attività agricole e zootecniche o intensamente industrializzate si contrappongono vaste estensioni montane impervie e scarsamente abitate, dove le sole risorse economiche sono le attività silvo-pastorali dai redditi modestissimi. Ne consegue un flusso migratorio incessante nell'ambito regionale dalle aree montuose più diseredate economicamente, dove è in atto da decenni il preoccupante fenomeno dell'abbandono della terra e della deruralizzazione, verso le aree più fertili e produttive della bassa pianura e specialmente verso le zone di più intensa concentrazione industriale, dove la manodopera che abbandona l'attività agricola è attratta dai redditi assai più elevati e dalle migliori condizioni di vita.

Popolazione

Attualmente le aree più popolose sono quelle pedemontane, con addensamenti più fitti nel Torinese, nel Canavese, nelle basse valli di Susa e della Stura, nel Biellese e in alcune zone del Novarese e dell'Alessandrino; mentre nella regione alpina vera e propria lo spessore del velo demografico si assottiglia rapidamente, fino a scendere a valori per vaste estensioni anche nulli, e la scarsa popolazione si addensa nei fondovalle e sui versanti vallivi meglio esposti. Tale squilibrio nella distribuzione della popolazione è stato ancor più accentuato, nei decenni Cinquanta e Sessanta, dal forte flusso immigratorio dal Veneto e dal Meridione, che ha portato numerose forze di lavoro a concentrarsi nei maggiori agglomerati urbani o in prossimità di questi. Tuttavia, il fenomeno migratorio si è ridotto fortemente a partire dagli anni Settanta e all'inizio degli anni Ottanta il numero degli emigrati ha superato quello degli immigrati. L'industria, coinvolta in un profondo processo di ristrutturazione, pur continuando a svolgere un ruolo di primo piano nell'economia regionale, ha cessato di assorbire la maggior parte della manodopera e di aumentare i posti di lavoro. Anche la distribuzione della popolazione ha, pertanto, subito alcune trasformazioni: così, Piemonte es., Torino, la cui popolazione – a partire dal secondo dopoguerra – era cresciuta costantemente, nella seconda metà degli anni Settanta ha registrato un declino demografico, che nel periodo 1981-87 è stato dell'1,8% annuo, scendendo (censimento 1991) al di sotto del milione di abitanti. Al decremento del capoluogo regionale, tuttavia, ha fatto riscontro una crescita della popolazione dei comuni dell'area metropolitana torinese, legata agli spostamenti di residenza, crescita che si è arrestata negli anni Ottanta.

Economia

Il sistema economico regionale presenta una certa articolazione e complessità, comprendendo da una parte aree a elevata specializzazione colturale e distretti industriali di primaria importanza nel contesto nazionale, dall'altra, in un quadro di non irrilevante squilibrio interno, plaghe montane e collinari a economia silvo-pastorale di relativo sottosviluppo nelle quali solo localmente la crescita del turismo ha contrastato lo spopolamento e garantito il raggiungimento di un certo reddito. Alla forte polarizzazione dell'industria fanno riscontro una struttura produttiva più equilibrata, sebbene non quanto quella lombarda, e una meno sperequata distribuzione territoriale del reddito legata al manifestarsi di ampi movimenti pendolari ma anche a taluni episodi di rivalorizzazione locale. Sulla base di uno sviluppo manifatturiero ormai di lunga data nel panorama italiano, con radici nell'Ottocento, sfruttando opportunamente, grazie al consolidamento delle infrastrutture, la posizione di confine protesa sul continente e assolvendo quindi un po' la funzione di regione-ponte verso i mercati europei, il Piemonte può così svolgere da decenni un ruolo di grande rilievo nel quadro nazionale: più in particolare esso vanta il terzo posto, immediatamente dietro il più popoloso Lazio, nella graduatoria relativa al contributo alla formazione del prodotto interno lordo di cui caratterizzanti sono i primati della partecipazione del settore secondario (42% nel confronto intersettoriale) e l'apertura internazionale dell'economia (il valore dell'export è pari al 25% ca. del prodotto regionale).

Nel confronto intersettoriale il primario si vede ormai ridotto in posizione marginale sotto il profilo sia economico (3,1% del prodotto regionale lordo) sia occupazionale (7% della forza lavoro con dimezzamento degli addetti ancora negli ultimi vent'anni). Al pari di tutte le realtà più avanzate l'esiguità delle percentuali rispecchia del resto per opposizione una solidità strutturale discreta, sostenuta da buoni livelli di investimento e di meccanizzazione. Rimangono comunque sensibili le disparità sub-regionali, motivate anche dalla stessa differente morfologia interna; ne deriva all'agricoltura piemontese, relativamente svantaggiata dalla limitata estensione della pianura, una produttività inferiore a quella delle altre grandi regioni dell'Italia sett., con riscontro nella forte predominanza della conduzione diretta. Specializzazione massima, con il 60% della produzione italiana, è quella nella coltivazione del riso, che interessa i terreni irrigui orientali delle province di Novara e, soprattutto, di Vercelli; accanto a essa redditi elevati e produzione di rilievo per il livello qualitativo raggiunto, offre la vitivinicoltura, concentrata principalmente nelle aree collinari dell'Astigiano e delle Langhe, da cui provengono prodotti enologici apprezzati (spumanti e barbera, barbaresco, nebbiolo, freisa, grignolino, dolcetto, barolo e gattinara, con oltre un sesto delle qualifiche D.O.C. in Italia). Per il resto hanno maggiore sviluppo frumento, mais, patate, barbabietola da zucchero, ortaggi e frutta (mele e pesche), cui si aggiungono la produzione legnosa del pioppeto e i foraggi. Questi ultimi alimentano un fiorente allevamento che nei bovini da carne (in costante aumento) vede uno dei punti di forza, oltre i due ricordati, dell'agricoltura locale: potenziamento delle unità produttive, concentrazione delle aziende e miglioramento delle razze riguardano peraltro anche il meno forte comparto lattiero-caseario.

Il settore secondario vanta lontane origini in antiche e diffuse tradizioni manifatturiere, conservatesi in moderne forme capitalistiche soprattutto lungo il pedemonte ricco di energia idrica: dopo aver espanso al massimo negli anni Settanta la propria presenza, per effetto della profonda ristrutturazione ha sperimentato un'apprezzabile flessione degli addetti e della partecipazione alla formazione del reddito (nel confronto intersettoriale oggi rispettivamente del 42% e del 41%). Accentuata è la specializzazione manifatturiera e piuttosto bassa al contrario quella energetica, nettamente inferiore al livello lombardo e quindi responsabile della superiore e accentuata dipendenza (oltre il 50%) da approvvigionamenti esterni di elettricità (Valle d'Aosta e Liguria). Comparto più sviluppato è quello meccanico , nel quale primeggia l'industria automobilistica (Torino e Chivasso), rappresentata essenzialmente dalla FIAT, cui si affianca tutta una serie di attività collaterali che negli ultimi decenni hanno subito un significativo ridimensionamento a causa di determinate strategie di approvvigionamento sempre più dimensionate su scala globale. Alla medesima evoluzione è peraltro legato lo sviluppo della branca tecnologicamente più innovativa dell'industria piemontese, ovvero quella della robotica: le esigenze di automazione hanno infatti generato lungo l'asse Torino-Ivrea la più marcata concentrazione italiana di robot e di laser di potenza.

Ulteriore punto di forza del settore manifatturiero è quello tessile, sia laniero (Biellese e bassa Valsesia) sia cotoniero, con localizzazione più diffusa; ancor più rilevante, seppure di recente origine, è per il superiore contenuto tecnologico la branca dell'informatica e delle connesse macchine per ufficio, rappresentata dall'Olivetti. Cresciuta fino a divenire uno dei principali gruppi europei in questo campo, con proiezione internazionale, essa è riuscita a fare della sede di Ivrea un polo industriale dotato di crescente autonomia rispetto al capoluogo regionale. Siderurgia, chimica, meccanica di precisione, forniture elettriche costituiscono attività non marginali; discreto sviluppo ha l'industria alimentare e, in particolare, quella dolciaria, che trova ad Alba una delle aziende italiane più affermate all'estero; in Torino è infine localizzato il nucleo del comparto grafico-editoriale, fra i più solidi del Paese. Il settore terziario, sebbene abbia sperimentato un certo consolidamento, non è tuttavia in grado di superare, anche solo quantitativamente, la consistenza raggiunta nelle altre regioni settentrionali (valore aggiunto prodotto e addetti hanno comunque oltrepassato il 50% del totale): dal punto di vista qualitativo esso appare ancora più arretrato, malgrado il rilievo che assumono nel contesto nazionale le attività di ricerca svolte (in particolare ricerca di sviluppo, legata al settore automobilistico e informatico). Se già il commercio risente della vicinanza di Milano, la forza della metropoli lombarda fa gravitare maggiormente verso di sé le attività finanziarie e i servizi di rango più elevato, attraendoli e limitandone così in parte lo sviluppo locale. Sviluppati sono i trasporti e le vie di comunicazione, nonostante gli ostacoli frapposti dal sistema alpino e da quello appenninico; continua ne è la ristrutturazione. Ruolo piuttosto limitato, per quanto in crescita tendenziale, ha il turismo: oltre Torino, sede di varie manifestazioni, una certa importanza hanno talune stazioni climatiche montane (prima fra tutte il Sestriere), lacustri (sul Lago Maggiore) e termali (Acqui Terme).

Storia

Le condizioni ambientali non dovettero favorire l'insediamento umano nella regione ancorché risultino stanziamenti di Liguri e Galli Cisalpini nella preistoria. Il primo contatto con il territorio piemontese i Romani lo ebbero nel 218 a. C., allo scoppio della II guerra punica, quando tentarono, senza successo, di sbarrare la strada ad Annibale che, sceso dalle Alpi, si era presentato nella Valle Padana. In Piemonte i Romani penetrarono poi solo dopo la sottomissione dei Liguri: vinti nel 173 a. C. gli Statielli, che occupavano con i Bagienni la regione a sud del Po, vi installarono guarnigioni a Industria, alla confluenza del Po con la Dora Baltea, a Potentia e Pollentia sul Tanaro; nel 120 fondarono la colonia di Dertona (Tortona). Altri centri tribali con l'influsso romano si trasformarono in città, Alba Pompeia (Alba), Aquae Statiellae (Acqui), Caburrum (Cavour) che ricevettero prima i diritti latini e poi la cittadinanza romana. A nord del Po, i Romani si spinsero sulla fine del sec. I a. C. per fondare un'altra colonia a Eporedia (Ivrea), all'ingresso della Val d'Aosta ricca di minerali: la occupavano i Salassi, tribù celtiche che solo con Augusto, nel 25 a. C., furono sottomesse definitivamente e sul loro territorio dedotta la colonia di Augusta Praetoria (Aosta). In questo tempo i Romani rinforzarono anche nel territorio dei Taurini la guarnigione che vi aveva installata Cesare, trasformandola in colonia denominata Augusta Taurinorum (Torino). Poiché tenevano buoni rapporti con i Cottii occupanti la valle di Susa, tutti i passi alpini erano ormai saldamente controllati così che il territorio piemontese entrò a far parte, fino ai piedi delle Alpi, dell'Italia romana. Augusto nella divisione regionale dell'Italia attribuì il territorio a sud del Po alla Regione IX Liguria, e quello a nord alla Regione XI Transpadana. Le zone alpine vennero invece organizzate in più province procuratorie, Alpes Maritimae, Cottiae, Graiae, Poeninae.

Nell'età imperiale, la regione conobbe una notevole prosperità con sviluppo di nuovi municipi e con costruzione di strade; vi progredirono l'agricoltura e l'artigianato e il commercio si fece intenso specialmente con la Gallia Transalpina. Quando Diocleziano, sul finire del sec. III d. C., divise l'Impero romano in dodici diocesi e ognuna di queste in province, il territorio piemontese, ormai esteso fino al crinale alpino, fu in gran parte incluso nella provincia della Liguria ed Emilia, mentre la restante parte formò quella delle Alpes Cottiae: l'una e l'altra provincia erano incluse nella diocesi dell'Italia Annonaria, tenuta a provvedere al mantenimento di una delle corti imperiali, quella insediata a Milano dove aveva stanza un vicarius Italiae. Nel 402, presso Pollentia, Stilicone vinse in battaglia i Goti. Dopo il 488 il territorio passò da Odoacre a Teodorico e dal 526 ai Bizantini. Dal 568 cominciò la dominazione longobarda: si ricordano Ariperto I (653-671), duca d'Asti, e Ragimperto (700-701) e Ariperto II (701-712), duchi di Torino. Sotto il dominio franco (774-887) e sotto il Regno italico indipendente (888-951) si diffuse in Piemonte il feudalesimo: Berengario II d'Ivrea prevalse per un certo tempo sugli altri feudatari e creò le tre Marche: Arduinica (Torino, Alba, Ventimiglia), Aleramica (Monferrato, Acqui, Savona) e Obertenga (Genova, Tortona, Pavia, Milano). Nel 963 Berengario II fu sconfitto da Ottone di Sassonia e successivamente, dopo le lotte che opposero i marchesi piemontesi a Enrico II e a Corrado II, Adelaide, marchesa di Torino, figlia di Olderico Manfredi, unì i propri domini a quelli dei Savoia andando in sposa a Oddone, figlio di Umberto Biancamano, primo conte di Savoia. Sotto Adelaide la regione piemontese raggiunse l'attuale estensione. Nel sec. XIII si svilupparono anche i marchesati di Saluzzo e del Monferrato, cui Federico Barbarossa aveva concesso ampliamenti territoriali per contrastare il diffondersi delle istituzioni comunali. Le lotte comunali favorirono poi Carlo d'Angiò, sotto il cui dominio andarono spontaneamente alcune città (Cuneo, Savigliano, Mondovì, Alba, Alessandria, Tortona, Chieri, Bra) che volevano contrastare l'egemonia di Asti; ma la Lega ghibellina di Asti e Genova sconfisse Carlo d'Angiò; la contea angioina del Piemonte venne ricostituita da Carlo II d'Angiò e da Roberto d'Angiò che sottomisero il marchesato di Saluzzo, Alessandria e Alba. Mentre il marchesato del Monferrato passava (1305) alla dinastia dei Paleologhi, i Visconti e in particolare Luchino riuscirono a insediarsi a Vercelli, Tortona, Bra, Alessandria e Alba, ma la loro espansione fu frenata da Amedeo VI di Savoia. A quest'ultimo succedette nel 1383 il figlio Amedeo VII, che nel 1388 assicurò ai propri domini uno sbocco al mare con l'occupazione di Nizza. Questa politica espansionistica fu continuata da Amedeo VIII, suo figlio e successore, che tra il 1426 e il 1434 fu impegnato in una continua contesa con i Visconti, i quali nel 1427 gli cedettero Vercelli. Risoltasi a tentare di accentuare la propria penetrazione in Piemonte anziché in direzione della Francia, la casa Savoia estese nel sec. XV a tal punto la propria influenza nella regione da inglobare vasti territori tranne i marchesati di Saluzzo e del Monferrato, Alessandria e Asti. Quest'ultima, lungamente dominata dai duchi d'Orléans, fu nel 1529 concessa da Carlo V a Beatrice del Portogallo, il che, essendo questa moglie di Carlo III di Savoia, ne consentì l'annessione da parte del casato sabaudo, che nel 1601 ottenne anche Saluzzo e nel 1631 poté, grazie alla Pace di Cherasco, prendere possesso di numerose località del Monferrato. Ulteriori tappe del processo di unificazione del Piemonte nelle mani dei Savoia furono il Trattato di Utrecht (1713), il Trattato di Vienna (1738), con cui venne annessa Novara, e il Trattato di Aquisgrana (1748), che consentì ai sovrani del Piemonte di estendere i propri possedimenti anche nell'attuale territorio lombardo. Tornato ai Savoia dopo la parentesi napoleonica, il Piemonte espresse alla metà del sec. XIX da un lato un'esperienza di vita politica liberale quasi unica nell'Italia di quel tempo e dall'altro riuscì, incentivando il proprio sviluppo in campo agricolo e industriale, a porre le basi per divenire una delle principali aree produttive dell'Italia unita.

Archeologia

Particolarmente ricca è la documentazione archeologica di età romana .Oltre alle zone di scavo delle antiche città di Augusta Bagennorum (Bene Vagenna), Industria (Monteu da Po), Libarna (Serravalle Scrivia), importanti monumenti conservano Torino (Porta Palatina, mura, teatro), Novara (mura), Ivrea (mura, anfiteatro) e soprattutto Susa (mura, porte, anfiteatro, arco di Augusto). Torino del resto è tra le città in cui ancora oggi è ben evidenziato l'impianto urbanistico romano a scacchiera. Nella produzione artistica, che si inquadra in quella dell'Italia sett., accanto alle statue o ai ritratti, soprattutto imperiali, di arte “colta”, sono numerose le stele figurate di arte “popolare”, in cui sono presenti anche elementi celtici. Già il fregio dell'arco di Susa appare romano nella sua concezione, ma indigeno nell'esecuzione, affidata ad artigiani del luogo. Da Industria viene un gruppo di bronzetti, spesso di impronta ellenistica. Abbondanti anche le ambre e i vetri.Architettura e arteLe maggiori testimonianze dell'età altomedievale, nel complesso povera di manifestazioni artistiche, sono le necropoli barbariche (Testona), alcuni battisteri (Novara, Agrate Conturbia) e resti di chiese poi ricostruite nel periodo romanico. Alla seconda metà del sec. X risalgono la chiesa romanico-lombarda di S. Michele di Oleggio e il duomo di Ivrea (969-1006), primo esempio locale di grande basilica romanica. Più ricchi di testimonianze artistiche sono i sec. XI-XIII. Massimi monumenti di arte romanica sono la Sacra di S. Michele (sec. XI-XIII), le cattedrali di Casale (dal monumentale atrio) e di Susa, l'abbazia di Vezzolano, che mostrano influenze di gusto ora francese, ora lombardo, con un'alternanza spesso presente anche nei secoli successivi. Notevoli esempi di scultura romanica sono la Porta dello Zodiaco e i capitelli del presbiterio della Sacra di S. Michele. A causa del debole sviluppo comunale, in Piemonte sono pochi i centri urbani che mostrano notevoli caratteristiche d'età medievale, mentre numerose sono le abbazie e ancor più i castelli (peraltro in genere alterati o distrutti in età successiva) .Fra le città che conobbero un certo sviluppo nei sec. XII-XIII si possono ricordare Novara, Vercelli, Asti, mentre Alessandria, anche se fondata proprio dai Comuni lombardi durante le guerre col Barbarossa, rimase un borgo, alla pari di Torino. Al sec. XIII si datano la chiesa di S. Andrea di Vercelli, con gli interessanti rilievi antelamici, e S. Antonio di Ranverso, entrambi esempi di stile gotico. Nei due secoli successivi, mentre restano a un modesto livello la pittura e la scultura, numerose costruzioni mostrano l'interpretazione locale del gusto gotico. In particolare le chiese si caratterizzano per le alte cuspidi, o “ghimberghe”, che sormontano i portali: fra queste si ricordano la cattedrale e la chiesa di S. Giovanni a Saluzzo (sec. XV), le cattedrali di Chieri, Ciriè, Chivasso. A modelli di tipo lombardo si rifanno invece il duomo di Asti, il broletto di Novara e altri monumenti. Nell'ambito della scultura gotica è particolarmente interessante l'intaglio in legno di crocifissi, icone, stalli dei cori (Piemonte es. nei duomi di Chieri e di Susa). Il permanere del feudalesimo in larga parte della regione è testimoniato dal gran numero di castelli dei sec. XV-XVI sparsi a dominare i vari centri, in specie ben conservati e caratteristici quelli del Canavese (Rivarolo, Montalto Dora, Ivrea, ecc.) e del Monferrato. Di particolare interesse per l'epoca è l'antico centro di Saluzzo, fino al Cinquecento sede di un marchesato indipendente. Mentre fino alla metà del sec. XVI la situazione politica e sociale osta colò l'affermarsi di manifestazioni artistiche più moderne in larghissima parte del Piemonte (solo nel 1491-98, a Torino, col duomo, di Meo del Caprina, si assiste alla prima manifestazione di gusto rinascimentale), nel Vercellese, influenzato dalla Lombardia, sorse una notevole scuola pittorica. Fra i maggiori esponenti di questa corrente (della quale si hanno opere a Vercelli, Novara, Chivasso, Ivrea, Torino) sono Gian Martino Spanzotti, Girolamo Giovenone, Defendente Ferrari e soprattutto Gaudenzio Ferrari. A questi si devono in particolare notevoli realizzazioni a Varallo Sesia, sia con gli affreschi della Madonna delle Grazie (1513), sia con quelli del Sacro Monte. Appunto nella realizzazione delle cappelle di questo complesso si ha (dal 1560) l'avvio del gusto manieristico in Piemonte, con Pellegrino Tibaldi e Galeazzo Alessi. Con il trasferimento della capitale sabauda a Torino nella seconda metà del sec. XVI, iniziò un periodo di maggiore fioritura d'arte. Durante i regni di Emanuele Filiberto e Carlo Emanuele I Torino si trasformò in una grande città, grazie all'opera di architetti quali Ascanio Vittozzi, Carlo e Amedeo di Castellamonte, il cui gusto prevalente è di un classicismo accademico con forti influenze francesi, ben visibili nel palazzo del Valentino (1630-60). Massimo architetto nel Piemonte del Seicento è però Guarino Guarini, cui si devono, fra l'altro, la Cappella della Sacra Sindone, la chiesa di S. Lorenzo e il palazzo di Carignano, dove a influssi borrominiani si affianca un'interpretazione audacissima di motivi di un esasperato barocco. Più povere, in questo periodo, la scultura e la pittura, dove peraltro va ricordata l'attività, in Sacri Monti e chiese, di Tanzio da Varallo, influenzato dai lombardi. Al principio del Settecento, l'arrivo a Torino (1714) del siciliano Filippo Juvara, chiamato da Vittorio Amedeo II, segnò una svolta nell'architettura piemontese. La realizzazione di opere quali la basilica di Superga, palazzo Madama, la villa di Stupinigi introdusse motivi classicistici, a volte di rigida severità o di felice piacevolezza. Dallo Juvara muovono gli architetti piemontesi del sec. XVIII, fra i quali il maggiore è forse Benedetto Alfieri, cui si devono tra l'altro il campanile di S. Gaudenzio a Novara e la chiesa di S. Giovanni a Carignano. Di minor livello restano invece pittura e scultura, largamente rappresentate da artisti stranieri, e influenzata la prima sia dai veneti Cignaroli e Crosato, sia dai napoletani Solimena e Giaquinto. Da segnalare anche la ricca produzione di mobili, ricami, arazzi, maioliche, che fanno del barocco piemontese uno degli esempi più felici del gusto e della sensibilità dell'epoca. La prima metà dell'Ottocento è abbastanza povera di realizzazioni architettoniche di rilievo, mentre buone opere di scultura sono quelle del Marocchetti (monumento equestre di Emanuele Filiberto in piazza S. Carlo a Torino; 1838). Notevole anche la scuola pittorica piemontese, caratterizzata soprattutto dal paesaggio di gusto romantico, nel quale soprattutto eccelse Antonio Fontanesi, la cui opera si pone ai vertici della pittura romantica italiana. Ultimo grande artista prima dell'unificazione italiana è l'architetto Alessandro Antonelli, del quale si ricordano la Mole a Torino e la cupola di S. Gaudenzio a Novara, opere in sé uniche per gusto di verticalismo e capacità tecnica spinta all'estremo. A partire dalla metà del sec. XIX venne lentamente perdendosi la caratteristica di un'arte regionale piemontese, pur permanendo, nel corso dell'Ottocento, una scuola pittorica locale influenzata dal Fontanesi e della quale massimo esponente fu Lorenzo Delleani.

Teatro

La prima compagnia teatrale sorta per rappresentare esclusivamente copioni in piemontese iniziò le sue recite nel 1859 al Teatro d'Angennes di Torino, con Cichina 'd Moncalé che voleva essere una parodia della Francesca da Rimini di S. Pellico ma che di fatto strappò lacrime a tutta una generazione di spettatori. La dirigeva Giovanni Toselli che aveva recitato in lingua con Gustavo Modena. C'erano già stati naturalmente numerosi esempi di teatro in piemontese sin dal Medioevo: dalle Laudi saluzzesi del Trecento alle sacre rappresentazioni quattrocentesche del Biellese, della Valle di Susa e del Monferrato (tra queste un fortunatissimo Gelindo, ripreso per secoli in occasione delle feste natalizie), alle farse cinquecentesche dell'astigiano Giorgio Alione e a isolate commedie del Settecento, come l'anonima El nödar onorà e 'L cont Piôlet (1784) di Giambattista Tana. Ma è solo con Toselli che si può propriamente parlare di teatro piemontese. Della sua compagnia, attiva con varie interruzioni sino al 1882, fecero parte attrici destinate a gran carriera altrove: nel teatro veneto Marianna Toselli, moglie di Moro-Lin, in quello in lingua Adelaide Tessero e Giacinta Pezzana. Gli autori più fecondi furono Federico Garelli, Giovanni Zoppis e Luigi Petracqua; il più importante Vittorio Bersezio, che diede al teatro piemontese il suo unico capolavoro, le celeberrime Miserie d'Monssù Travèt* (1863). Ritiratosi Toselli, la compagnia passò sotto la direzione di tre attori, E. Gemelli, T. Milone e Piemonte Vaser, che vararono, tra le molte novità e le frequenti riduzioni da altre lingue e dialetti, due copioni fortunati, il dramma I mal nutrì (1886) di Mario Leoni e la farsa I fastidi d'un grand om (1881) di Eraldo Baretti. Nel nuovo secolo il teatro piemontese sopravvisse a se stesso rimanendo fenomeno d'interesse strettamente regionale. I capocomici più importanti furono Teodoro Cuniberti, Dante Testa e Mario Casaleggio che ripresero vecchi copioni, ne proposero di nuovi (e mediocri) e finirono per sfociare nella rivista. Nel teatro piemontese esordì giovanissimo Erminio Macario, che a esso fece ritorno nel corso degli anni Settanta, alla testa di una compagnia dialettale assai gradita al pubblico, come del resto quella, sorta nello stesso periodo, sotto la direzione del cantante e fantasista Gipo Farassino. Alcuni classici del teatro piemontese, dal Gelindo alle farse dell'Alione, dal Cont Piôlet alle Miserie d'Monssù Travèt, sono stati riproposti dal Teatro Stabile di Torino.

Folclore

Nel ricco patrimonio di tradizioni, un rilievo particolare assume il corpus ingente della letteratura orale. Il Piemonte, infatti, come fu osservato già da Costantino Nigra, è stato centro d'irradiazione in Italia della canzone epico-lirica. Molta parte di questa cultura ha potuto perpetuarsi nelle ormai desuete veglie nella stalla, momento di ritrovo della comunità alla cui presenza spesso, secondo un rituale prestabilito, venivano formalizzati i rapporti interindividuali (si ricorda Piemonte es. che nel Novarese il pretendente accettato veniva accolto alle veglie familiari nella stalla) ma anche occasione in cui più spesso si riprendeva la narrazione di antiche leggende, si istruivano i piccoli circa il pericolo di contrariare orchi e streghe; analoga funzione ebbero le serate sull'aia che si trasformavano spontaneamente in feste, durante le quali rivivevano antichi canti e danze. Le trasformazioni legate al modificarsi della conduzione agricola e alla forte emigrazione dalle campagne verso la città hanno profondamente modificato il tessuto in cui tutte queste tradizioni trovavano alimento. È ormai un ricordo che risale agli anni dell'ultimo dopoguerra quello delle risaie del Vercellese e del Novarese popolate dalle lunghe file di mondine che, ingaggiate anche in Veneto e poi in Calabria, realizzavano una temporanea comunione nella fatica collettiva e nel canto corale, composto di veri e propri dialoghi tra una squadra (cubia) e l'altra, improvvisati in forma di brevi epigrammi (stranot) in cui avevano libero sfogo la fantasia, la malizia, la burla e la protesta e che si ispiravano ai fatti della vita di lavoro e del paese. Sostituito il lavoro delle mondine dai diserbanti chimici, i loro canti sono ormai conservati solo grazie alle registrazioni compiute da appassionati e studiosi. Più vivi rimangono questi fenomeni di musicalità spontanea in alcune zone ben definite: così, Piemonte es., si ritrova nella zona di Casale la monfrina, che fino a pochi anni fa si concludeva, come qualsiasi ballo popolare della zona, con la curenta; in Val di Susa e in Val Chiusone la danza degli “spadonari”, specie di danza armata nelle Valli Valdesi, grazie anche alla presenza di complessi corali, si tramanda da generazioni un patrimonio di canzoni, spesso di origine francese. Ricchissimo in tutta la regione è il patrimonio di leggende, in buona parte suggerite dall'esigenza di dare una spiegazione di fenomeni naturali: così i laghi di Avigliana deriverebbero dallo sprofondamento del terreno avvenuto come punizione per la mancata ospitalità nei confronti di un viandante che era Dio; nelle Valli Valdesi, sul monte Vandalino, antichi buchi, forse fori di assaggio per la ricerca di minerali, sono chiamati peà dar diàu (piedi del diavolo, che si vorrebbe scagliato a terra da Dio in un impeto di collera), e la Rocca di Cavour sarebbe la gerla dello stesso diavolo rotolata, piena di anime, fino alla pianura; un fenomeno di erosione, che nei pressi di Villar ha originato formazioni simili a enormi funghi, detti i fantocci di Villar, trova la sua giustificazione fantastica in una maledizione scagliata da San Costanzo contro gli empi abitanti trasformati per sempre “in pietra e fango come il loro cuore”. Numerosissime sono le leggende a sfondo religioso, da quelle del Lago Maggiore che hanno quasi sempre come protagonista San Carlo Borromeo in lotta con il diavolo o impegnato a far sorgere polle d'acqua preziosa (la fonte di Trafiume, presso Cannobio, sarebbe scaturita dove il santo caduto da cavallo toccò terra con il piede, il vicino Orrido di Sant'Anna sarebbe un'orma del suo piede), a quelle ben più antiche del lago d'Orta, narrazioni agiografiche sulla vita di San Giulio desunte da un manoscritto del sec. XII (esse costituiscono un vero ciclo sulla liberazione dell'isola dai serpenti e la fondazione della chiesa, ultima di cento riferite al santo prete del sec. IV e a suo fratello, il diacono Giuliano), a quelle delle località di montagna (nelle valli ossolane gli abitanti di città, giudicati tiepidi in materia di fede, erano chiamati Ginevritt). Proprio come baluardo della fede contro il protestantesimo vanno intesi i Sacri Monti, costruiti a partire dal sec. XVI in funzione di “sacra rappresentazione” stabile. Altrettanto frequenti le leggende a sfondo storico, che raccontano come una città o una regione siano state salvate dall'astuzia o dal coraggio di una sola persona (ad Alessandria nel 1175 l'astuzia di Gagliaudo, un mandriano, avrebbe liberato la città da un assedio). Diavoli, orchi, folletti e streghe popolano tutta la letteratura popolare piemontese, ora in funzione benefica ora come elementi di disturbo (cattivora è, a Cossato, il genio malefico degli abissi che attira in acqua; viana, il diavolo che prendeva sembianze di bambino, è rima sto come elemento del lessico ossolano nelle parole viané, sviané e strasviané, con cui si indica lo strillare dei lattanti). Con grande solennità viene celebrata in tutta la regione la festa patronale, benché in molti casi appaiono sopravvivenze isolate le manifestazioni tipiche dei paesi agricoli, come le corse dei carri (Tignola d'Asti), dei buoi (Caresana e Asigliano) o le fiere equine (Ivrea), per la scarsa importanza che hanno ormai gli animali da traino nella lavorazione dei campi (analogo discorso vale per la corsa degli asini, nel giorno di Pentecoste, a Quarto d'Asti); la festa patronale rimane sempre una grande occasione di ritrovo della comunità all'interno della quale rivivono antiche cerimonie spesso simbolicamente legate a momenti di particolare gloria civile o religiosa del paese o alla vita del patrono (a Novara, Piemonte es., nel giorno di San Gaudenzio viene calato nel centro della navata della basilica un mazzo di fiori in ferro al quale si appendono ghirlande, in ricordo del miracolo che fece fiorire l'orto del santo in pieno inverno in occasione della visita di Sant'Ambrogio). Un discorso particolare meritano infine le sacre rappresentazioni, o comunque le celebrazioni legate a momenti particolari del calendario religioso, e il carnevale. Tra le prime si cita il Gelindo, dramma sacro sulla Natività, diffuso in tutta la regione, il Mistero di Salbertrand, storia di San Giovanni Battista più volte rappresentata tra il sec. XVI e il XVIII, il Mortorio, recita in versi della Passione che si tiene a Garessio la notte del Venerdì Santo in sostituzione di una sacra rappresentazione, la processione delle “macchine” che si svolge, sempre il Venerdì Santo, a Vercelli, dove “macchine” sono cassoni sui quali vengono trasportate in processione statue pregevoli raffiguranti scene della Passione, il corteo del Venerdì Santo a Romagnano Sesia e infine la Passione rappresentata a Sordevolo (originariamente ogni cinque-dieci anni, ma ormai questo calendario non viene più rispettato), dove personaggi, masse e cori sono interpretati dagli abitanti del paese e, per antica tradizione, ogni personaggio è scelto sempre nell'ambito della stessa famiglia. É questo uno dei casi in cui, nonostante il sovrapporsi all'originario spirito mistico di elementi estranei, quale il richiamo turistico esercitato dalla fama e dalla grandiosità della rappresentazione, rimane immutato lo spirito di partecipazione sincera ed entusiasta di tutta la popolazione. Per quanto riguarda il carnevale si ricorda il più noto, quello di Ivrea, vera e propria rievocazione storico-leggendaria che, seguendo un preciso cerimoniale stabilito nella forma attuale dal 1808, ha inizio la mattina dell'Epifania al suono della Diana (marcia militare settecentesca suonata da una banda di pifferi e tamburi) e prosegue fino al martedì grasso. Punti salienti di questa Commedia dell'Arte, in cui i dialoghi sono affidati, sulla base di un secolare canovaccio, all'estro degli attori, sono la rievocazione della figura della Mugnaia, che per vendicare l'onore uccide il tiranno e dà origine a una rivolta contro il conte Ranieri di Biandrate, e la pittoresca guerra delle arance. Accanto a questo fenomeno che coinvolge tutta la popolazione eporediense (non esiste una netta distinzione tra interpreti e spettatori), in tutta la regione il carnevale viene festeggiato con particolari specialità gastronomiche (le goffre della Val di Susa), con riunioni di tutta la comunità in piazza a consumare cibi tradizionali (ad Acquese da tre secoli viene fatta un'enorme polenta in un paiolo costruito nel 1650 da calderai riconoscenti per l'ospitalità ricevuta), con satire sui fatti dell'annata (in Val di Susa o la Businà del l'Alessandrino), con rappresentazioni comiche (a Castellero d'Asti la capra, il calderaio, la barba) o con la ricompensa delle maschere (Gianduia). Accanto però a forme di spontanea sopravvivenza si trova, sia nei festeggiamenti per carnevale, sia nelle sagre patronali o nelle rappresentazioni e gare, il recupero di un patrimonio ormai scomparso fatto rivivere a scopo turistico. Va inteso in tal senso il recupero dei costumi tradizionali, indossati dagli autoctoni in occasioni o feste prestabilite, anche nell'intento di far rivivere forme di artigianato spesso legate alla confezione del costume stesso (tipico il caso del puncetto, il meraviglioso pizzo, elemento essenziale dell'abbigliamento femminile valsesiano, la cui produzione va scomparendo).

Gastronomia

La gastronomia piemontese è rimasta tra le più tradizionalmente legate ai prodotti della sua terra: riso, latte, burro, vegetali crudi, aglio, tartufi, ecc. Il burro è il condimento base di questa cucina, che ignora quasi l'uso dell'olio come del resto, fino a epoca relativamente recente, della pasta (importata dal Meridione). Larghissimo era, ed è tuttora, il consumo del riso sia in minestra (brodera, riso, latte e zucca) sia asciutto (in cagnone) sia come piatto unico con accompagnamento di salame e verdure (paniscia), sia come contorno o ripieno e addirittura come dolce. Al riso si affiancano, come primi piatti, cannelloni, agnolotti, gnocchi di patate; diffusa è anche la polenta accompagnata alla selvaggina, al tapulone (ragù di carne d'asino cotto nel vino), ai formaggi. Impegnative sia per la tecnica sia per l'abbondanza degli ingredienti sono le specialità a base di carne: brasato al barolo, lepre in civet, camoscio stufato richiedono vari giorni di preparazione; bollito misto, finanziera, fagiano tartufato, fritto misto (vitello, agnello, fegato, cervella, funghi, amaretti, ecc.) sono anche piatti molto complessi. Tra i salumi sono tipici il salame d'oca, il salame della duja (conservato nella sugna) e la mortadella di fegato, tutti del Novarese, e salsicce fresche. Ma le specialità più caratteristiche della gastronomia piemontese sono la fonduta e la bagna cauda, intingoli popolari e appetitosi; il primo esalta l'uso del tartufo, il secondo delle tipiche verdure crude piemontesi: cardi, sedani, peperoni, ecc.

Quanto ai formaggi, il Piemonte offre una serie di prodotti molto varia, dalla fontina alle tome, dal gorgonzola alle robiole, fino ai formaggi elaborati come il bross delle Langhe o il sernium biellese. Proverbiale è la predilezione dei Piemontesi per i dolci; ogni città ha la sua specialità, Torino i cioccolatini (gianduiotti, alpini, tartufi) e una fama di raffinatezza per la pasticceria (bigné, chantilly), Novara i biscotti, Vercelli i bicciolani, Casale i crumiri, Cuneo i cuneesi al rum, Alba il torrone, Novi, Mombaruzzo e Gavi gli amaretti, Alessandria e Asti i baci di dama. Il Piemonte produce alcuni dei più pregiati vini da arrosto italiani: barolo, barbaresco, gattinara, ghemme, nebbiolo, freisa, grignolino, ecc. Un posto notevole tra gli spumanti italiani ha il moscato d'Asti. E per finire non si possono dimenticare due creazioni torinesi, ormai diffuse in tutta Italia e all'estero: il grissino (documentato dal sec. XVII) e il vermut, che cominciò a esser prodotto su scala industriale nella seconda metà del Settecento.