Piemonte
Valle_di_Aosta
Liguria
Lombardia
Trentino_Südtirol
Friuli_Venezia_Giulia
Veneto
Emilia_Romagna
Toscana
Marche
Umbria
Lazio
Abruzzo
Molise
Campania
Puglia
Basilicata
Calabria
Sicilia
Sardegna
|
 Regione (25.399
kmq; 4 milioni 338.262 ab.) dell'Italia nord-occidentale, confinante
con la Svizzera (Vallese e Canton Ticino) e con la Francia
rispettivamente a N e a W e limitata dalla Val d'Aosta a NW, dalla
Lombardia a E, dall'Emilia-Romagna a SE e dalla Liguria a Sud.
Capoluogo regionale è Torino: amministrativamente è divisa nelle
otto province di
Alessandria,
Asti,
Biella,
Cuneo,
Novara,
Torino,
Verbano-Cusio-Ossola e
Vercelli. Nell'ambito delle prov. di
Vercelli, di Alessandria, di Cuneo, di Novara e di Torino sono stati
istituiti i circondari di Biella (1972), elevato a provincia nel
1992, di Casale Monferrato (1973), di Alba-Bra (1973), di Ivrea
(1973), di Mondovì (1973), di Pinerolo (1973), del
Verbano-Cusio-Ossola (1976), elevato a provincia nel 1992 e di
Saluzzo-Savigliano-Fossano (1978).
Inizialmente il termine Piemonte, che appare registrato in carte
geografiche a partire dalla fine del sec. XII nella forma
latinizzata di Pedemontium o Pedemontis, designava i possessi
cisalpini dei Savoia, limitati al tratto di pianura pedemontana tra
il Sangone, la Dora Riparia e il Po; più tardi il nome si estese
progressivamente a indicare una parte sempre più vasta della pianura
e dei monti che la cingono in seguito all'ampliamento del dominio
dei Savoia al di qua delle Alpi. Entro i limiti attuali la regione
presenta una sua precisa individualità con confini in buona parte
naturali, che si sviluppano sullo spartiacque delle Alpi
Occidentali, sul Lago Maggiore e sul corso dei fiumi Ticino e Sesia.
Il Piemonte comprende quasi l'intera sezione superiore del bacino
idrografico del Po, cioè la Pianura Padana a monte del Ticino, della
Sesia e della Scrivia, e i rilievi alpini e appenninici che le fanno
corona a N, a W e a S. Del settore occid. dell'arco alpino fa parte
del Piemonte l'intero versante interno a esclusione del bacino
superiore della Dora Baltea (che dal 1948 costituisce la regione a
statuto speciale della Valle d'Aosta) e della testata della Dora
Riparia con il colle del Moncenisio, in territorio ceduto alla
Francia nel 1947 insieme con l'alta valle della Roia; sono quindi
piemontesi i versanti padani delle Alpi Marittime, delle Cozie, di
parte delle Graie, delle Pennine e delle Lepontine e inoltre un
vasto settore dell'Appennino Ligure, il cui prolungamento naturale è
costituito dai sistemi collinari delle Langhe e del Monferrato. Le
Alpi piemontesi, che si innalzano con massicci poderosi a quote
superiori ai 4000 m (Monte Rosa, 4634 m; Gran Paradiso, 4061 m),
sono costituite in prevalenza da rocce cristalline e hanno forme
aspre e dirupate, che però si addolciscono verso l'alta pianura;
sono inoltre incise da valli trasversali che penetrano in profondità
nel sistema montuoso.
Clima
Le precipitazioni presentano massimi nei mesi autunnali e
primaverili ma non mancano in nessuna stagione; le regioni più
piovose (fin oltre i 3000 mm annui) sono le aree del Verbano occid.
e del Cusio, l'alta Valsesia, il Biellese e le parti più elevate e
più esposte ai venti umidi delle dorsali delle Alpi Cozie e
Graie.IdrografiaSe si escludono il Po e il Ticino, i corsi d'acqua
piemontesi hanno quasi tutti portate molto ineguali e regime per lo
più torrentizio, con magre estive e invernali e piene autunnali e
primaverili, queste ultime dovute anche allo scioglimento delle
nevi.
Idrografia
Dal punto di vista idrografico, il territorio piemontese
corrisponde in pratica all'alto bacino del Po, il maggior fiume
della regione, al quale tributano da sinistra le acque del Pellice,
del Chisone, del Sangone, della Dora Riparia, della Stura di Lanzo,
dell'Orco, della Dora Baltea, della Sesia, dell'Agogna e del Ticino,
da destra quel le della Varaita, della Maira, del Tanaro, della
Bormida e della Scrivia. Il bacino lacustre più esteso è il Lago
Maggiore o Verbano, di cui appartiene al Piemonte buona parte della
sponda occid. e a cui scende il Toce, il cui bacino corrisponde alla
regione dell'Ossola e a quella del Cusio.
Gli altri laghi sono tutti poco estesi, così quello di Mergozzo,
quelli di Viverone e di Candia nell'anfiteatro morenico di Ivrea e i
laghi di Avigliana nell'anfiteatro morenico di Rivoli.Geografia
umanaLa struttura morfologica ed economica della regione, che
presenta aspetti così diversi e contrastanti, condiziona
sensibilmente sia l'entità sia la distribuzione della popolazione.
Ad aree di pianura intensamente sfruttate dalle attività agricole e
zootecniche o intensamente industrializzate si contrappongono vaste
estensioni montane impervie e scarsamente abitate, dove le sole
risorse economiche sono le attività silvo-pastorali dai redditi
modestissimi. Ne consegue un flusso migratorio incessante
nell'ambito regionale dalle aree montuose più diseredate
economicamente, dove è in atto da decenni il preoccupante fenomeno
dell'abbandono della terra e della deruralizzazione, verso le aree
più fertili e produttive della bassa pianura e specialmente verso le
zone di più intensa concentrazione industriale, dove la manodopera
che abbandona l'attività agricola è attratta dai redditi assai più
elevati e dalle migliori condizioni di vita.
Popolazione
Attualmente le aree più popolose sono quelle pedemontane, con
addensamenti più fitti nel Torinese, nel Canavese, nelle basse valli
di Susa e della Stura, nel Biellese e in alcune zone del Novarese e
dell'Alessandrino; mentre nella regione alpina vera e propria lo
spessore del velo demografico si assottiglia rapidamente, fino a
scendere a valori per vaste estensioni anche nulli, e la scarsa
popolazione si addensa nei fondovalle e sui versanti vallivi meglio
esposti. Tale squilibrio nella distribuzione della popolazione è
stato ancor più accentuato, nei decenni Cinquanta e Sessanta, dal
forte flusso immigratorio dal Veneto e dal Meridione, che ha portato
numerose forze di lavoro a concentrarsi nei maggiori agglomerati
urbani o in prossimità di questi. Tuttavia, il fenomeno migratorio
si è ridotto fortemente a partire dagli anni Settanta e all'inizio
degli anni Ottanta il numero degli emigrati ha superato quello degli
immigrati. L'industria, coinvolta in un profondo processo di
ristrutturazione, pur continuando a svolgere un ruolo di primo piano
nell'economia regionale, ha cessato di assorbire la maggior parte
della manodopera e di aumentare i posti di lavoro. Anche la
distribuzione della popolazione ha, pertanto, subito alcune
trasformazioni: così, Piemonte es., Torino, la cui popolazione – a
partire dal secondo dopoguerra – era cresciuta costantemente, nella
seconda metà degli anni Settanta ha registrato un declino
demografico, che nel periodo 1981-87 è stato dell'1,8% annuo,
scendendo (censimento 1991) al di sotto del milione di abitanti. Al
decremento del capoluogo regionale, tuttavia, ha fatto riscontro una
crescita della popolazione dei comuni dell'area metropolitana
torinese, legata agli spostamenti di residenza, crescita che si è
arrestata negli anni Ottanta.
Economia
Il sistema economico regionale presenta una certa
articolazione e complessità, comprendendo da una parte aree a
elevata specializzazione colturale e distretti industriali di
primaria importanza nel contesto nazionale, dall'altra, in un quadro
di non irrilevante squilibrio interno, plaghe montane e collinari a
economia silvo-pastorale di relativo sottosviluppo nelle quali solo
localmente la crescita del turismo ha contrastato lo spopolamento e
garantito il raggiungimento di un certo reddito. Alla forte
polarizzazione dell'industria fanno riscontro una struttura
produttiva più equilibrata, sebbene non quanto quella lombarda, e
una meno sperequata distribuzione territoriale del reddito legata al
manifestarsi di ampi movimenti pendolari ma anche a taluni episodi
di rivalorizzazione locale. Sulla base di uno sviluppo
manifatturiero ormai di lunga data nel panorama italiano, con radici
nell'Ottocento, sfruttando opportunamente, grazie al consolidamento
delle infrastrutture, la posizione di confine protesa sul continente
e assolvendo quindi un po' la funzione di regione-ponte verso i
mercati europei, il Piemonte può così svolgere da decenni un ruolo
di grande rilievo nel quadro nazionale: più in particolare esso
vanta il terzo posto, immediatamente dietro il più popoloso Lazio,
nella graduatoria relativa al contributo alla formazione del
prodotto interno lordo di cui caratterizzanti sono i primati della
partecipazione del settore secondario (42% nel confronto
intersettoriale) e l'apertura internazionale dell'economia (il
valore dell'export è pari al 25% ca. del prodotto regionale).
Nel confronto intersettoriale il primario si vede ormai ridotto
in posizione marginale sotto il profilo sia economico (3,1% del
prodotto regionale lordo) sia occupazionale (7% della forza lavoro
con dimezzamento degli addetti ancora negli ultimi vent'anni). Al
pari di tutte le realtà più avanzate l'esiguità delle percentuali
rispecchia del resto per opposizione una solidità strutturale
discreta, sostenuta da buoni livelli di investimento e di
meccanizzazione. Rimangono comunque sensibili le disparità
sub-regionali, motivate anche dalla stessa differente morfologia
interna; ne deriva all'agricoltura piemontese, relativamente
svantaggiata dalla limitata estensione della pianura, una
produttività inferiore a quella delle altre grandi regioni
dell'Italia sett., con riscontro nella forte predominanza della
conduzione diretta. Specializzazione massima, con il 60% della
produzione italiana, è quella nella coltivazione del riso, che
interessa i terreni irrigui orientali delle province di Novara e,
soprattutto, di Vercelli; accanto a essa redditi elevati e
produzione di rilievo per il livello qualitativo raggiunto, offre la
vitivinicoltura, concentrata principalmente nelle aree collinari
dell'Astigiano e delle Langhe, da cui provengono prodotti enologici
apprezzati (spumanti e barbera, barbaresco, nebbiolo, freisa,
grignolino, dolcetto, barolo e gattinara, con oltre un sesto delle
qualifiche D.O.C. in Italia). Per il resto hanno maggiore sviluppo
frumento, mais, patate, barbabietola da zucchero, ortaggi e frutta
(mele e pesche), cui si aggiungono la produzione legnosa del
pioppeto e i foraggi. Questi ultimi alimentano un fiorente
allevamento che nei bovini da carne (in costante aumento) vede uno
dei punti di forza, oltre i due ricordati, dell'agricoltura locale:
potenziamento delle unità produttive, concentrazione delle aziende e
miglioramento delle razze riguardano peraltro anche il meno forte
comparto lattiero-caseario.
Il settore secondario vanta lontane origini in antiche e diffuse
tradizioni manifatturiere, conservatesi in moderne forme
capitalistiche soprattutto lungo il pedemonte ricco di energia
idrica: dopo aver espanso al massimo negli anni Settanta la propria
presenza, per effetto della profonda ristrutturazione ha
sperimentato un'apprezzabile flessione degli addetti e della
partecipazione alla formazione del reddito (nel confronto
intersettoriale oggi rispettivamente del 42% e del 41%). Accentuata
è la specializzazione manifatturiera e piuttosto bassa al contrario
quella energetica, nettamente inferiore al livello lombardo e quindi
responsabile della superiore e accentuata dipendenza (oltre il 50%)
da approvvigionamenti esterni di elettricità (Valle d'Aosta e
Liguria). Comparto più sviluppato è quello meccanico , nel quale
primeggia l'industria automobilistica (Torino e Chivasso),
rappresentata essenzialmente dalla FIAT, cui si affianca tutta una
serie di attività collaterali che negli ultimi decenni hanno subito
un significativo ridimensionamento a causa di determinate strategie
di approvvigionamento sempre più dimensionate su scala globale. Alla
medesima evoluzione è peraltro legato lo sviluppo della branca
tecnologicamente più innovativa dell'industria piemontese, ovvero
quella della robotica: le esigenze di automazione hanno infatti
generato lungo l'asse Torino-Ivrea la più marcata concentrazione
italiana di robot e di laser di potenza.
Ulteriore punto di forza
del settore manifatturiero è quello tessile, sia laniero (Biellese e
bassa Valsesia) sia cotoniero, con localizzazione più diffusa; ancor
più rilevante, seppure di recente origine, è per il superiore
contenuto tecnologico la branca dell'informatica e delle connesse
macchine per ufficio, rappresentata dall'Olivetti. Cresciuta fino a
divenire uno dei principali gruppi europei in questo campo, con
proiezione internazionale, essa è riuscita a fare della sede di
Ivrea un polo industriale dotato di crescente autonomia rispetto al
capoluogo regionale. Siderurgia, chimica, meccanica di precisione,
forniture elettriche costituiscono attività non marginali; discreto
sviluppo ha l'industria alimentare e, in particolare, quella
dolciaria, che trova ad Alba una delle aziende italiane più
affermate all'estero; in Torino è infine localizzato il nucleo del
comparto grafico-editoriale, fra i più solidi del Paese. Il settore
terziario, sebbene abbia sperimentato un certo consolidamento, non è
tuttavia in grado di superare, anche solo quantitativamente, la
consistenza raggiunta nelle altre regioni settentrionali (valore
aggiunto prodotto e addetti hanno comunque oltrepassato il 50% del
totale): dal punto di vista qualitativo esso appare ancora più
arretrato, malgrado il rilievo che assumono nel contesto nazionale
le attività di ricerca svolte (in particolare ricerca di sviluppo,
legata al settore automobilistico e informatico). Se già il
commercio risente della vicinanza di Milano, la forza della
metropoli lombarda fa gravitare maggiormente verso di sé le attività
finanziarie e i servizi di rango più elevato, attraendoli e
limitandone così in parte lo sviluppo locale. Sviluppati sono i
trasporti e le vie di comunicazione, nonostante gli ostacoli
frapposti dal sistema alpino e da quello appenninico; continua ne è
la ristrutturazione. Ruolo piuttosto limitato, per quanto in
crescita tendenziale, ha il turismo: oltre Torino, sede di varie
manifestazioni, una certa importanza hanno talune stazioni
climatiche montane (prima fra tutte il Sestriere), lacustri (sul
Lago Maggiore) e termali (Acqui Terme).
Storia
Le condizioni ambientali non dovettero favorire
l'insediamento umano nella regione ancorché risultino stanziamenti
di Liguri e Galli Cisalpini nella preistoria. Il primo contatto con
il territorio piemontese i Romani lo ebbero nel 218 a. C., allo
scoppio della II guerra punica, quando tentarono, senza successo, di
sbarrare la strada ad Annibale che, sceso dalle Alpi, si era
presentato nella Valle Padana. In Piemonte i Romani penetrarono poi
solo dopo la sottomissione dei Liguri: vinti nel 173 a. C. gli
Statielli, che occupavano con i Bagienni la regione a sud del Po, vi
installarono guarnigioni a Industria, alla confluenza del Po con la
Dora Baltea, a Potentia e Pollentia sul Tanaro; nel 120 fondarono la
colonia di Dertona (Tortona). Altri centri tribali con l'influsso
romano si trasformarono in città, Alba Pompeia (Alba), Aquae
Statiellae (Acqui), Caburrum (Cavour) che ricevettero prima i
diritti latini e poi la cittadinanza romana. A nord del Po, i Romani
si spinsero sulla fine del sec. I a. C. per fondare un'altra colonia
a Eporedia (Ivrea), all'ingresso della Val d'Aosta ricca di
minerali: la occupavano i Salassi, tribù celtiche che solo con
Augusto, nel 25 a. C., furono sottomesse definitivamente e sul loro
territorio dedotta la colonia di Augusta Praetoria (Aosta). In
questo tempo i Romani rinforzarono anche nel territorio dei Taurini
la guarnigione che vi aveva installata Cesare, trasformandola in
colonia denominata Augusta Taurinorum (Torino). Poiché tenevano
buoni rapporti con i Cottii occupanti la valle di Susa, tutti i
passi alpini erano ormai saldamente controllati così che il
territorio piemontese entrò a far parte, fino ai piedi delle Alpi,
dell'Italia romana. Augusto nella divisione regionale dell'Italia
attribuì il territorio a sud del Po alla Regione IX Liguria, e
quello a nord alla Regione XI Transpadana. Le zone alpine vennero
invece organizzate in più province procuratorie, Alpes Maritimae,
Cottiae, Graiae, Poeninae.
Nell'età imperiale, la regione conobbe
una notevole prosperità con sviluppo di nuovi municipi e con
costruzione di strade; vi progredirono l'agricoltura e l'artigianato
e il commercio si fece intenso specialmente con la Gallia
Transalpina. Quando Diocleziano, sul finire del sec. III d. C.,
divise l'Impero romano in dodici diocesi e ognuna di queste in
province, il territorio piemontese, ormai esteso fino al crinale
alpino, fu in gran parte incluso nella provincia della Liguria ed
Emilia, mentre la restante parte formò quella delle Alpes Cottiae:
l'una e l'altra provincia erano incluse nella diocesi dell'Italia
Annonaria, tenuta a provvedere al mantenimento di una delle corti
imperiali, quella insediata a Milano dove aveva stanza un vicarius
Italiae. Nel 402, presso Pollentia, Stilicone vinse in battaglia i
Goti. Dopo il 488 il territorio passò da Odoacre a Teodorico e dal
526 ai Bizantini. Dal 568 cominciò la dominazione longobarda: si
ricordano Ariperto I (653-671), duca d'Asti, e Ragimperto (700-701)
e Ariperto II (701-712), duchi di Torino. Sotto il dominio franco
(774-887) e sotto il Regno italico indipendente (888-951) si diffuse
in Piemonte il feudalesimo: Berengario II d'Ivrea prevalse per un
certo tempo sugli altri feudatari e creò le tre Marche: Arduinica
(Torino, Alba, Ventimiglia), Aleramica (Monferrato, Acqui, Savona) e
Obertenga (Genova, Tortona, Pavia, Milano). Nel 963 Berengario II fu
sconfitto da Ottone di Sassonia e successivamente, dopo le lotte che
opposero i marchesi piemontesi a Enrico II e a Corrado II, Adelaide,
marchesa di Torino, figlia di Olderico Manfredi, unì i propri domini
a quelli dei Savoia andando in sposa a Oddone, figlio di Umberto
Biancamano, primo conte di Savoia. Sotto Adelaide la regione
piemontese raggiunse l'attuale estensione. Nel sec. XIII si
svilupparono anche i marchesati di Saluzzo e del Monferrato, cui
Federico Barbarossa aveva concesso ampliamenti territoriali per
contrastare il diffondersi delle istituzioni comunali. Le lotte
comunali favorirono poi Carlo d'Angiò, sotto il cui dominio andarono
spontaneamente alcune città (Cuneo, Savigliano, Mondovì, Alba,
Alessandria, Tortona, Chieri, Bra) che volevano contrastare
l'egemonia di Asti; ma la Lega ghibellina di Asti e Genova sconfisse
Carlo d'Angiò; la contea angioina del Piemonte venne ricostituita da
Carlo II d'Angiò e da Roberto d'Angiò che sottomisero il marchesato
di Saluzzo, Alessandria e Alba. Mentre il marchesato del Monferrato
passava (1305) alla dinastia dei Paleologhi, i Visconti e in
particolare Luchino riuscirono a insediarsi a Vercelli, Tortona, Bra,
Alessandria e Alba, ma la loro espansione fu frenata da Amedeo VI di
Savoia. A quest'ultimo succedette nel 1383 il figlio Amedeo VII, che
nel 1388 assicurò ai propri domini uno sbocco al mare con
l'occupazione di Nizza. Questa politica espansionistica fu
continuata da Amedeo VIII, suo figlio e successore, che tra il 1426
e il 1434 fu impegnato in una continua contesa con i Visconti, i
quali nel 1427 gli cedettero Vercelli. Risoltasi a tentare di
accentuare la propria penetrazione in Piemonte anziché in direzione
della Francia, la casa Savoia estese nel sec. XV a tal punto la
propria influenza nella regione da inglobare vasti territori tranne
i marchesati di Saluzzo e del Monferrato, Alessandria e Asti. Quest'ultima,
lungamente dominata dai duchi d'Orléans, fu nel 1529 concessa da
Carlo V a Beatrice del Portogallo, il che, essendo questa moglie di
Carlo III di Savoia, ne consentì l'annessione da parte del casato
sabaudo, che nel 1601 ottenne anche Saluzzo e nel 1631 poté, grazie
alla Pace di Cherasco, prendere possesso di numerose località del
Monferrato. Ulteriori tappe del processo di unificazione del
Piemonte nelle mani dei Savoia furono il Trattato di Utrecht (1713),
il Trattato di Vienna (1738), con cui venne annessa Novara, e il
Trattato di Aquisgrana (1748), che consentì ai sovrani del Piemonte
di estendere i propri possedimenti anche nell'attuale territorio
lombardo. Tornato ai Savoia dopo la parentesi napoleonica, il
Piemonte espresse alla metà del sec. XIX da un lato un'esperienza di
vita politica liberale quasi unica nell'Italia di quel tempo e
dall'altro riuscì, incentivando il proprio sviluppo in campo
agricolo e industriale, a porre le basi per divenire una delle
principali aree produttive dell'Italia unita.
Archeologia
Particolarmente ricca è la documentazione
archeologica di età romana .Oltre alle zone di scavo delle antiche
città di Augusta Bagennorum (Bene Vagenna), Industria (Monteu da
Po), Libarna (Serravalle Scrivia), importanti monumenti conservano
Torino (Porta Palatina, mura, teatro), Novara (mura), Ivrea (mura,
anfiteatro) e soprattutto Susa (mura, porte, anfiteatro, arco di
Augusto). Torino del resto è tra le città in cui ancora oggi è ben
evidenziato l'impianto urbanistico romano a scacchiera. Nella
produzione artistica, che si inquadra in quella dell'Italia sett.,
accanto alle statue o ai ritratti, soprattutto imperiali, di arte
“colta”, sono numerose le stele figurate di arte “popolare”, in cui
sono presenti anche elementi celtici. Già il fregio dell'arco di
Susa appare romano nella sua concezione, ma indigeno
nell'esecuzione, affidata ad artigiani del luogo. Da Industria viene
un gruppo di bronzetti, spesso di impronta ellenistica. Abbondanti
anche le ambre e i vetri.Architettura e arteLe maggiori
testimonianze dell'età altomedievale, nel complesso povera di
manifestazioni artistiche, sono le necropoli barbariche (Testona),
alcuni battisteri (Novara, Agrate Conturbia) e resti di chiese poi
ricostruite nel periodo romanico. Alla seconda metà del sec. X
risalgono la chiesa romanico-lombarda di S. Michele di Oleggio e il
duomo di Ivrea (969-1006), primo esempio locale di grande basilica
romanica. Più ricchi di testimonianze artistiche sono i sec. XI-XIII.
Massimi monumenti di arte romanica sono la Sacra di S. Michele (sec.
XI-XIII), le cattedrali di Casale (dal monumentale atrio) e di Susa,
l'abbazia di Vezzolano, che mostrano influenze di gusto ora
francese, ora lombardo, con un'alternanza spesso presente anche nei
secoli successivi. Notevoli esempi di scultura romanica sono la
Porta dello Zodiaco e i capitelli del presbiterio della Sacra di S.
Michele. A causa del debole sviluppo comunale, in Piemonte sono
pochi i centri urbani che mostrano notevoli caratteristiche d'età
medievale, mentre numerose sono le abbazie e ancor più i castelli
(peraltro in genere alterati o distrutti in età successiva) .Fra le
città che conobbero un certo sviluppo nei sec. XII-XIII si possono
ricordare Novara, Vercelli, Asti, mentre Alessandria, anche se
fondata proprio dai Comuni lombardi durante le guerre col Barbarossa,
rimase un borgo, alla pari di Torino. Al sec. XIII si datano la
chiesa di S. Andrea di Vercelli, con gli interessanti rilievi
antelamici, e S. Antonio di Ranverso, entrambi esempi di stile
gotico. Nei due secoli successivi, mentre restano a un modesto
livello la pittura e la scultura, numerose costruzioni mostrano
l'interpretazione locale del gusto gotico. In particolare le chiese
si caratterizzano per le alte cuspidi, o “ghimberghe”, che
sormontano i portali: fra queste si ricordano la cattedrale e la
chiesa di S. Giovanni a Saluzzo (sec. XV), le cattedrali di Chieri,
Ciriè, Chivasso. A modelli di tipo lombardo si rifanno invece il
duomo di Asti, il broletto di Novara e altri monumenti. Nell'ambito
della scultura gotica è particolarmente interessante l'intaglio in
legno di crocifissi, icone, stalli dei cori (Piemonte es. nei duomi
di Chieri e di Susa). Il permanere del feudalesimo in larga parte
della regione è testimoniato dal gran numero di castelli dei sec.
XV-XVI sparsi a dominare i vari centri, in specie ben conservati e
caratteristici quelli del Canavese (Rivarolo, Montalto Dora, Ivrea,
ecc.) e del Monferrato. Di particolare interesse per l'epoca è
l'antico centro di Saluzzo, fino al Cinquecento sede di un
marchesato indipendente. Mentre fino alla metà del sec. XVI la
situazione politica e sociale osta colò l'affermarsi di
manifestazioni artistiche più moderne in larghissima parte del
Piemonte (solo nel 1491-98, a Torino, col duomo, di Meo del Caprina,
si assiste alla prima manifestazione di gusto rinascimentale), nel
Vercellese, influenzato dalla Lombardia, sorse una notevole scuola
pittorica. Fra i maggiori esponenti di questa corrente (della quale
si hanno opere a Vercelli, Novara, Chivasso, Ivrea, Torino) sono
Gian Martino Spanzotti, Girolamo Giovenone, Defendente Ferrari e
soprattutto Gaudenzio Ferrari. A questi si devono in particolare
notevoli realizzazioni a Varallo Sesia, sia con gli affreschi della
Madonna delle Grazie (1513), sia con quelli del Sacro Monte. Appunto
nella realizzazione delle cappelle di questo complesso si ha (dal
1560) l'avvio del gusto manieristico in Piemonte, con Pellegrino
Tibaldi e Galeazzo Alessi. Con il trasferimento della capitale
sabauda a Torino nella seconda metà del sec. XVI, iniziò un periodo
di maggiore fioritura d'arte. Durante i regni di Emanuele Filiberto
e Carlo Emanuele I Torino si trasformò in una grande città, grazie
all'opera di architetti quali Ascanio Vittozzi, Carlo e Amedeo di
Castellamonte, il cui gusto prevalente è di un classicismo
accademico con forti influenze francesi, ben visibili nel palazzo
del Valentino (1630-60). Massimo architetto nel Piemonte del
Seicento è però Guarino Guarini, cui si devono, fra l'altro, la
Cappella della Sacra Sindone, la chiesa di S. Lorenzo e il palazzo
di Carignano, dove a influssi borrominiani si affianca
un'interpretazione audacissima di motivi di un esasperato barocco.
Più povere, in questo periodo, la scultura e la pittura, dove
peraltro va ricordata l'attività, in Sacri Monti e chiese, di Tanzio
da Varallo, influenzato dai lombardi. Al principio del Settecento,
l'arrivo a Torino (1714) del siciliano Filippo Juvara, chiamato da
Vittorio Amedeo II, segnò una svolta nell'architettura piemontese.
La realizzazione di opere quali la basilica di Superga, palazzo
Madama, la villa di Stupinigi introdusse motivi classicistici, a
volte di rigida severità o di felice piacevolezza. Dallo Juvara
muovono gli architetti piemontesi del sec. XVIII, fra i quali il
maggiore è forse Benedetto Alfieri, cui si devono tra l'altro il
campanile di S. Gaudenzio a Novara e la chiesa di S. Giovanni a
Carignano. Di minor livello restano invece pittura e scultura,
largamente rappresentate da artisti stranieri, e influenzata la
prima sia dai veneti Cignaroli e Crosato, sia dai napoletani
Solimena e Giaquinto. Da segnalare anche la ricca produzione di
mobili, ricami, arazzi, maioliche, che fanno del barocco piemontese
uno degli esempi più felici del gusto e della sensibilità
dell'epoca. La prima metà dell'Ottocento è abbastanza povera di
realizzazioni architettoniche di rilievo, mentre buone opere di
scultura sono quelle del Marocchetti (monumento equestre di Emanuele
Filiberto in piazza S. Carlo a Torino; 1838). Notevole anche la
scuola pittorica piemontese, caratterizzata soprattutto dal
paesaggio di gusto romantico, nel quale soprattutto eccelse Antonio
Fontanesi, la cui opera si pone ai vertici della pittura romantica
italiana. Ultimo grande artista prima dell'unificazione italiana è
l'architetto Alessandro Antonelli, del quale si ricordano la Mole a
Torino e la cupola di S. Gaudenzio a Novara, opere in sé uniche per
gusto di verticalismo e capacità tecnica spinta all'estremo. A
partire dalla metà del sec. XIX venne lentamente perdendosi la
caratteristica di un'arte regionale piemontese, pur permanendo, nel
corso dell'Ottocento, una scuola pittorica locale influenzata dal
Fontanesi e della quale massimo esponente fu Lorenzo Delleani.
Teatro
La prima compagnia teatrale sorta per rappresentare
esclusivamente copioni in piemontese iniziò le sue recite nel 1859
al Teatro d'Angennes di Torino, con Cichina 'd Moncalé che voleva
essere una parodia della Francesca da Rimini di S. Pellico ma che di
fatto strappò lacrime a tutta una generazione di spettatori. La
dirigeva Giovanni Toselli che aveva recitato in lingua con Gustavo
Modena. C'erano già stati naturalmente numerosi esempi di teatro in
piemontese sin dal Medioevo: dalle Laudi saluzzesi del Trecento alle
sacre rappresentazioni quattrocentesche del Biellese, della Valle di
Susa e del Monferrato (tra queste un fortunatissimo Gelindo, ripreso
per secoli in occasione delle feste natalizie), alle farse
cinquecentesche dell'astigiano Giorgio Alione e a isolate commedie
del Settecento, come l'anonima El nödar onorà e 'L cont Piôlet
(1784) di Giambattista Tana. Ma è solo con Toselli che si può
propriamente parlare di teatro piemontese. Della sua compagnia,
attiva con varie interruzioni sino al 1882, fecero parte attrici
destinate a gran carriera altrove: nel teatro veneto Marianna
Toselli, moglie di Moro-Lin, in quello in lingua Adelaide Tessero e
Giacinta Pezzana. Gli autori più fecondi furono Federico Garelli,
Giovanni Zoppis e Luigi Petracqua; il più importante Vittorio
Bersezio, che diede al teatro piemontese il suo unico capolavoro, le
celeberrime Miserie d'Monssù Travèt* (1863). Ritiratosi Toselli, la
compagnia passò sotto la direzione di tre attori, E. Gemelli, T.
Milone e Piemonte Vaser, che vararono, tra le molte novità e le
frequenti riduzioni da altre lingue e dialetti, due copioni
fortunati, il dramma I mal nutrì (1886) di Mario Leoni e la farsa I
fastidi d'un grand om (1881) di Eraldo Baretti. Nel nuovo secolo il
teatro piemontese sopravvisse a se stesso rimanendo fenomeno
d'interesse strettamente regionale. I capocomici più importanti
furono Teodoro Cuniberti, Dante Testa e Mario Casaleggio che
ripresero vecchi copioni, ne proposero di nuovi (e mediocri) e
finirono per sfociare nella rivista. Nel teatro piemontese esordì
giovanissimo Erminio Macario, che a esso fece ritorno nel corso
degli anni Settanta, alla testa di una compagnia dialettale assai
gradita al pubblico, come del resto quella, sorta nello stesso
periodo, sotto la direzione del cantante e fantasista Gipo Farassino.
Alcuni classici del teatro piemontese, dal Gelindo alle farse dell'Alione,
dal Cont Piôlet alle Miserie d'Monssù Travèt, sono stati riproposti
dal Teatro Stabile di Torino.
Folclore
Nel ricco patrimonio di
tradizioni, un rilievo particolare assume il corpus ingente della
letteratura orale. Il Piemonte, infatti, come fu osservato già da
Costantino Nigra, è stato centro d'irradiazione in Italia della
canzone epico-lirica. Molta parte di questa cultura ha potuto
perpetuarsi nelle ormai desuete veglie nella stalla, momento di
ritrovo della comunità alla cui presenza spesso, secondo un rituale
prestabilito, venivano formalizzati i rapporti interindividuali (si
ricorda Piemonte es. che nel Novarese il pretendente accettato
veniva accolto alle veglie familiari nella stalla) ma anche
occasione in cui più spesso si riprendeva la narrazione di antiche
leggende, si istruivano i piccoli circa il pericolo di contrariare
orchi e streghe; analoga funzione ebbero le serate sull'aia che si
trasformavano spontaneamente in feste, durante le quali rivivevano
antichi canti e danze. Le trasformazioni legate al modificarsi della
conduzione agricola e alla forte emigrazione dalle campagne verso la
città hanno profondamente modificato il tessuto in cui tutte queste
tradizioni trovavano alimento. È ormai un ricordo che risale agli
anni dell'ultimo dopoguerra quello delle risaie del Vercellese e del
Novarese popolate dalle lunghe file di mondine che, ingaggiate anche
in Veneto e poi in Calabria, realizzavano una temporanea comunione
nella fatica collettiva e nel canto corale, composto di veri e
propri dialoghi tra una squadra (cubia) e l'altra, improvvisati in
forma di brevi epigrammi (stranot) in cui avevano libero sfogo la
fantasia, la malizia, la burla e la protesta e che si ispiravano ai
fatti della vita di lavoro e del paese. Sostituito il lavoro delle
mondine dai diserbanti chimici, i loro canti sono ormai conservati
solo grazie alle registrazioni compiute da appassionati e studiosi.
Più vivi rimangono questi fenomeni di musicalità spontanea in alcune
zone ben definite: così, Piemonte es., si ritrova nella zona di
Casale la monfrina, che fino a pochi anni fa si concludeva, come
qualsiasi ballo popolare della zona, con la curenta; in Val di Susa
e in Val Chiusone la danza degli “spadonari”, specie di danza armata
nelle Valli Valdesi, grazie anche alla presenza di complessi corali,
si tramanda da generazioni un patrimonio di canzoni, spesso di
origine francese. Ricchissimo in tutta la regione è il patrimonio di
leggende, in buona parte suggerite dall'esigenza di dare una
spiegazione di fenomeni naturali: così i laghi di Avigliana
deriverebbero dallo sprofondamento del terreno avvenuto come
punizione per la mancata ospitalità nei confronti di un viandante
che era Dio; nelle Valli Valdesi, sul monte Vandalino, antichi
buchi, forse fori di assaggio per la ricerca di minerali, sono
chiamati peà dar diàu (piedi del diavolo, che si vorrebbe scagliato
a terra da Dio in un impeto di collera), e la Rocca di Cavour
sarebbe la gerla dello stesso diavolo rotolata, piena di anime, fino
alla pianura; un fenomeno di erosione, che nei pressi di Villar ha
originato formazioni simili a enormi funghi, detti i fantocci di
Villar, trova la sua giustificazione fantastica in una maledizione
scagliata da San Costanzo contro gli empi abitanti trasformati per
sempre “in pietra e fango come il loro cuore”. Numerosissime sono le
leggende a sfondo religioso, da quelle del Lago Maggiore che hanno
quasi sempre come protagonista San Carlo Borromeo in lotta con il
diavolo o impegnato a far sorgere polle d'acqua preziosa (la fonte
di Trafiume, presso Cannobio, sarebbe scaturita dove il santo caduto
da cavallo toccò terra con il piede, il vicino Orrido di Sant'Anna
sarebbe un'orma del suo piede), a quelle ben più antiche del lago d'Orta,
narrazioni agiografiche sulla vita di San Giulio desunte da un
manoscritto del sec. XII (esse costituiscono un vero ciclo sulla
liberazione dell'isola dai serpenti e la fondazione della chiesa,
ultima di cento riferite al santo prete del sec. IV e a suo
fratello, il diacono Giuliano), a quelle delle località di montagna
(nelle valli ossolane gli abitanti di città, giudicati tiepidi in
materia di fede, erano chiamati Ginevritt). Proprio come baluardo
della fede contro il protestantesimo vanno intesi i Sacri Monti,
costruiti a partire dal sec. XVI in funzione di “sacra
rappresentazione” stabile. Altrettanto frequenti le leggende a
sfondo storico, che raccontano come una città o una regione siano
state salvate dall'astuzia o dal coraggio di una sola persona (ad
Alessandria nel 1175 l'astuzia di Gagliaudo, un mandriano, avrebbe
liberato la città da un assedio). Diavoli, orchi, folletti e streghe
popolano tutta la letteratura popolare piemontese, ora in funzione
benefica ora come elementi di disturbo (cattivora è, a Cossato, il
genio malefico degli abissi che attira in acqua; viana, il diavolo
che prendeva sembianze di bambino, è rima sto come elemento del
lessico ossolano nelle parole viané, sviané e strasviané, con cui si
indica lo strillare dei lattanti). Con grande solennità viene
celebrata in tutta la regione la festa patronale, benché in molti
casi appaiono sopravvivenze isolate le manifestazioni tipiche dei
paesi agricoli, come le corse dei carri (Tignola d'Asti), dei buoi (Caresana
e Asigliano) o le fiere equine (Ivrea), per la scarsa importanza che
hanno ormai gli animali da traino nella lavorazione dei campi
(analogo discorso vale per la corsa degli asini, nel giorno di
Pentecoste, a Quarto d'Asti); la festa patronale rimane sempre una
grande occasione di ritrovo della comunità all'interno della quale
rivivono antiche cerimonie spesso simbolicamente legate a momenti di
particolare gloria civile o religiosa del paese o alla vita del
patrono (a Novara, Piemonte es., nel giorno di San Gaudenzio viene
calato nel centro della navata della basilica un mazzo di fiori in
ferro al quale si appendono ghirlande, in ricordo del miracolo che
fece fiorire l'orto del santo in pieno inverno in occasione della
visita di Sant'Ambrogio). Un discorso particolare meritano infine le
sacre rappresentazioni, o comunque le celebrazioni legate a momenti
particolari del calendario religioso, e il carnevale. Tra le prime
si cita il Gelindo, dramma sacro sulla Natività, diffuso in tutta la
regione, il Mistero di Salbertrand, storia di San Giovanni Battista
più volte rappresentata tra il sec. XVI e il XVIII, il Mortorio,
recita in versi della Passione che si tiene a Garessio la notte del
Venerdì Santo in sostituzione di una sacra rappresentazione, la
processione delle “macchine” che si svolge, sempre il Venerdì Santo,
a Vercelli, dove “macchine” sono cassoni sui quali vengono
trasportate in processione statue pregevoli raffiguranti scene della
Passione, il corteo del Venerdì Santo a Romagnano Sesia e infine la
Passione rappresentata a Sordevolo (originariamente ogni
cinque-dieci anni, ma ormai questo calendario non viene più
rispettato), dove personaggi, masse e cori sono interpretati dagli
abitanti del paese e, per antica tradizione, ogni personaggio è
scelto sempre nell'ambito della stessa famiglia. É questo uno dei
casi in cui, nonostante il sovrapporsi all'originario spirito
mistico di elementi estranei, quale il richiamo turistico esercitato
dalla fama e dalla grandiosità della rappresentazione, rimane
immutato lo spirito di partecipazione sincera ed entusiasta di tutta
la popolazione. Per quanto riguarda il carnevale si ricorda il più
noto, quello di Ivrea, vera e propria rievocazione
storico-leggendaria che, seguendo un preciso cerimoniale stabilito
nella forma attuale dal 1808, ha inizio la mattina dell'Epifania al
suono della Diana (marcia militare settecentesca suonata da una
banda di pifferi e tamburi) e prosegue fino al martedì grasso. Punti
salienti di questa Commedia dell'Arte, in cui i dialoghi sono
affidati, sulla base di un secolare canovaccio, all'estro degli
attori, sono la rievocazione della figura della Mugnaia, che per
vendicare l'onore uccide il tiranno e dà origine a una rivolta
contro il conte Ranieri di Biandrate, e la pittoresca guerra delle
arance. Accanto a questo fenomeno che coinvolge tutta la popolazione
eporediense (non esiste una netta distinzione tra interpreti e
spettatori), in tutta la regione il carnevale viene festeggiato con
particolari specialità gastronomiche (le goffre della Val di Susa),
con riunioni di tutta la comunità in piazza a consumare cibi
tradizionali (ad Acquese da tre secoli viene fatta un'enorme polenta
in un paiolo costruito nel 1650 da calderai riconoscenti per
l'ospitalità ricevuta), con satire sui fatti dell'annata (in Val di
Susa o la Businà del l'Alessandrino), con rappresentazioni comiche
(a Castellero d'Asti la capra, il calderaio, la barba) o con la
ricompensa delle maschere (Gianduia). Accanto però a forme di
spontanea sopravvivenza si trova, sia nei festeggiamenti per
carnevale, sia nelle sagre patronali o nelle rappresentazioni e
gare, il recupero di un patrimonio ormai scomparso fatto rivivere a
scopo turistico. Va inteso in tal senso il recupero dei costumi
tradizionali, indossati dagli autoctoni in occasioni o feste
prestabilite, anche nell'intento di far rivivere forme di
artigianato spesso legate alla confezione del costume stesso (tipico
il caso del puncetto, il meraviglioso pizzo, elemento essenziale
dell'abbigliamento femminile valsesiano, la cui produzione va
scomparendo).
Gastronomia La gastronomia piemontese è rimasta tra le più
tradizionalmente legate ai prodotti della sua terra: riso, latte,
burro, vegetali crudi, aglio, tartufi, ecc. Il burro è il condimento
base di questa cucina, che ignora quasi l'uso dell'olio come del
resto, fino a epoca relativamente recente, della pasta (importata
dal Meridione). Larghissimo era, ed è tuttora, il consumo del riso
sia in minestra (brodera, riso, latte e zucca) sia asciutto (in
cagnone) sia come piatto unico con accompagnamento di salame e
verdure (paniscia), sia come contorno o ripieno e addirittura come
dolce. Al riso si affiancano, come primi piatti, cannelloni,
agnolotti, gnocchi di patate; diffusa è anche la polenta
accompagnata alla selvaggina, al tapulone (ragù di carne d'asino
cotto nel vino), ai formaggi. Impegnative sia per la tecnica sia per
l'abbondanza degli ingredienti sono le specialità a base di carne:
brasato al barolo, lepre in civet, camoscio stufato richiedono vari
giorni di preparazione; bollito misto, finanziera, fagiano
tartufato, fritto misto (vitello, agnello, fegato, cervella, funghi,
amaretti, ecc.) sono anche piatti molto complessi. Tra i salumi sono
tipici il salame d'oca, il salame della duja (conservato nella
sugna) e la mortadella di fegato, tutti del Novarese, e salsicce
fresche. Ma le specialità più caratteristiche della gastronomia
piemontese sono la fonduta e la bagna cauda, intingoli popolari e
appetitosi; il primo esalta l'uso del tartufo, il secondo delle
tipiche verdure crude piemontesi: cardi, sedani, peperoni, ecc.
Quanto ai formaggi, il Piemonte offre una serie di prodotti molto
varia, dalla fontina alle tome, dal gorgonzola alle robiole, fino ai
formaggi elaborati come il bross delle Langhe o il sernium biellese.
Proverbiale è la predilezione dei Piemontesi per i dolci; ogni città
ha la sua specialità, Torino i cioccolatini (gianduiotti, alpini,
tartufi) e una fama di raffinatezza per la pasticceria (bigné,
chantilly), Novara i biscotti, Vercelli i bicciolani, Casale i
crumiri, Cuneo i cuneesi al rum, Alba il torrone, Novi, Mombaruzzo e
Gavi gli amaretti, Alessandria e Asti i baci di dama. Il Piemonte
produce alcuni dei più pregiati vini da arrosto italiani: barolo,
barbaresco, gattinara, ghemme, nebbiolo, freisa, grignolino, ecc. Un
posto notevole tra gli spumanti italiani ha il moscato d'Asti. E per
finire non si possono dimenticare due creazioni torinesi, ormai
diffuse in tutta Italia e all'estero: il grissino (documentato dal
sec. XVII) e il vermut, che cominciò a esser prodotto su scala
industriale nella seconda metà del Settecento. |