Le Regioni italiane: la storia, il territorio, l'economia, l'arte, la cultura.

Sardegna

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Sardegna

Regione autonoma a statuto speciale (24.090 km2; 1.645.000 ab.), formata dall'isola omonima (23.812,6 km2) e da numerose isole minori che le fanno corona, fra le quali Asinara, La Maddalena, Caprera, San Pietro e Sant'Antioco; è bagnata dal Mar Tirreno a E, dal Mar di Sardegna a W e dal Mar Mediterraneo a S ed è separata dalla Corsica mediante le Bocche di Bonifacio. Capoluogo regionale è Cagliari. Amministrativamente è divisa nelle province di Cagliari, Carbonia-Iglesias, Medio Campidano, Nuoro, Ogliastra, Olbia-Tempio, Oristano e Sassari. Il termine Sardegna deriva dal latino Sardinia, con cui l'isola era nota nell'antichità classica.

Geografia fisica

L'attuale morfologia dell'isola è il risultato delle complesse dislocazioni tettoniche e delle manifestazioni vulcaniche intrusive ed effusive verificatesi nell'era cenozoica su un basamento di rocce paleozoiche emerso dal mare e intensamente corrugato nel corso dell'orogenesi ercinica e successivamente spianato dall'incessante opera livellatrice degli agenti esogeni. Il rilievo sardo è costituito pertanto da una successione affatto irregolare e caotica di allineamenti montuosi, gruppi isolati, altopiani e ripiani, profondamente intaccati dall'azione erosiva e disposti apparentemente senz'ordine. Prevalgono le aree montuose, a volte anche dirupate, nella fascia orient. formata da scisti siluriani e da vaste intrusioni granitiche messe allo scoperto dall'erosione; prevalgono le aree collinari nella fascia occid., caratterizzata da una struttura geologica più varia e complessa, nella quale si alternano i pianori basaltici e trachitici, le formazioni sedimentarie mioceniche, i calcari mesozoici poggianti sulla sottostante piattaforma paleozoica, in larga parte ora allo scoperto. Un elemento caratteristico nell'architettura strutturale della Sardegna è la presenza della fossa tettonica del Campidano, colmata da depositi eocenici e pleistocenici, che attraversa il settore merid. dell'isola con direzione NW-SE collegando il golfo di Oristano con quello di Cagliari e separando il distretto montuoso del Sulcis e dell'Iglesiente, ricco di giacimenti minerari, a SW, dalla ben più vasta regione montuosa a N e a E che interessa gran parte dell'isola e che si innalza ai 1834 m della Punta La Marmora nel gruppo del Gennargentu. Le coste (1849 km, comprese le isole minori), se si escludono i tratti in corrispondenza delle pianure costiere, sono alte e spesso dirupate e pittoresche.

Il clima

è di tipo mediterraneo, con estati lunghe, asciutte e calde ma ventilate e inverni brevi, piovosi e non freddi, a eccezione delle aree più elevate. Le temperature medie annue oscillano tra i 18 ºC lungo le fasce costiere e i 14 ºC dell'interno, scendendo però a valori ancor più bassi, fino a 12 ºC, nella regione montuosa del Gennargentu. Le precipitazioni sono concentrate in larga misura nei mesi invernali e sono distribuite in modo piuttosto irregolare in conseguenza del frazionamento morfologico dell'isola; nelle aree più elevate raggiungono i 1300 mm annui, ma nel Campidano, nella Gallura e in larghe fasce costiere non superano i 600 mm. Il vento predominante è il maestrale (da NW), specialmente nel settore occid. della Sardegna, che ne è colpita un po' in tutte le stagioni. I corsi d'acqua sardi hanno un regime tipicamente torrentizio, con portate relativamente copiose in inverno e accentuate magre estive. I principali sono il Flumendosa e il Cedrino sul versante orient., il Mannu-Coghinas, tributario del golfo dell'Asinara, e il Tirso, che si getta nel golfo di Oristano. I laghi principali sono quelli costieri lungo le sponde dei golfi di Oristano e di Cagliari e i bacini di sbarramento artificiale, fra i quali i laghi Omodeo e del Coghinas.

La fauna della Sardegna

è assai caratteristica per la presenza della foca monaca (Monachus monachus) e del muflone (Ovis musimon) tra i Mammiferi e, tra gli Uccelli, della passera sarda (Passer hispaniolensis), esclusivi di questa regione. Da notare inoltre la completa assenza di vipere, tassi, lupi, orsi presenti ancora nella penisola italiana, mentre altri animali, quali volpi e daini, hanno assunto caratteristiche diverse dalla specie cui appartengono, tanto che potrebbero essere considerati sottospecie o almeno tipiche razze sarde.

Geografia umana

La densità demografica è piuttosto modesta (69 ab./km2), ma la popolazione è in costante aumento per effetto del saldo positivo del movimento naturale. Per quanto riguarda l'emigrazione, l'isola ha – nei decenni passati – largamente alimentato un grande flusso in uscita, soprattutto verso le zone sviluppate del Paese e con minore rilievo verso i Paesi stranieri. Negli ultimi anni, in accordo alla tendenza nazionale, il saldo migratorio è calato fino a diventare di segno positivo. La popolazione presenta una distribuzione piuttosto diseguale: in generale tutta la metà occid. dell'isola è più densamente abitata di quella orient.; i distretti più fittamente popolati si trovano nel Campidano merid., intorno a Cagliari, nel Sassarese e nell'Iglesiente-Sulcis, in corrispondenza della zona mineraria. Densamente popolata è anche tutta la pianura del Campidano e così pure le isole di San Pietro, di Sant'Antioco e della Maddalena. Nella parte orient. dell'isola, il Nuorese e lapiana di Tortolì hanno una densità che sfiora i 40 ab./km2; nei monti del Limbara, negli altipiani di Bitti e di Buddusò e nella parte orient. del Gennargentu la densità scende invece a valori molto bassi (in alcuni comuni, appena 10 ab./km2). La popolazione vive per oltre il 90% raccolta nei centri, mentre è esigua la percentuale degli abitanti che vivono in nuclei e case sparse. La Sardegna è dunque una delle regioni italiane con il più elevato indice di accentramento. La popolazione sparsa o che risiede in piccoli nuclei si trova in prevalenza nella Gallura e, in particolare, nel territorio di Olbia, nel Sassarese e, a sud, nell'Iglesiente e nel Sulcis, come pure nei Campidani di Oristano e di Cagliari.

Economia

Svantaggiata dall'isolamento, l'economia sarda si è indubbiamente giovata dell'acquisizione dell'autonomia regionale, ricavando dall'operato della pianificazione taluni validi stimoli. Nel dopoguerra la struttura produttiva è risultata infatti diversificarsi e consolidarsi fino a raggiungere un corrispondente livello di reddito procapite inferiore nel Meridione solo a quello abruzzese: tale evoluzione ha però interessato in modo molto diseguale il territorio della Sardegna, trovando un ulteriore limite significativo nell'incapacità di garantire prospettive occupazionali adeguate (il tasso di disoccupazione rimane infatti attorno al 20%, cioè pari alla media del Sud). Tratti principali sono stati il sensibile declino delle attività estrattive e la forte crescita, ancorché squilibrata, del terziario (e in particolare del turismo), accompagnatisi a un'espansione delle attività industriali che si è poi arrestata nell'ultimo decennio. Caratteri morfologici, pedologici e climatici hanno imposto all'agricoltura condizionamenti sensibili, così come ha fatto la struttura fondiaria; miglioramenti si sono registrati in un primo tempo fra i due conflitti mondiali e sono derivati in particolare dall'intervento della Cassa per il Mezzogiorno, promotrice di opere di riforma agraria, di bonifica e irrigue: nelle aree pianeggianti, e soprattutto nel più fertile Campidano, hanno così trovato luogo coltivazioni specializzate più redditizie di quelle cerealicole dominanti tradizionalmente nell'entroterra. Oltre al grano duro principali prodotti sono quindi oggi arance, ortaggi (cavolfiori, pomodori e soprattutto carciofi), frutta, olive e uva da vino (principalmente da taglio, ma anche con alcune varietà enologiche di pregio). Rilevante è la produzione di sughero, che si ottiene dai sughereti di Gallura e dagli altopiani di Bitti, Alà, Buddusò e Abbasanta. Di importanza ancor maggiore è però l'allevamento (ovino e caprino), cui è da ricondurre la maggior parte di quel 50% del reddito agricolo fornito dalla zootecnia. Nonostante la ridotta estensione dei pascoli invernali esso conta un numero assai elevato di capi, pari a un terzo ca. del patrimonio italiano: più intensamente praticato, in forma brada o transumante, nelle regioni montuose e collinari della Barbagia e sugli altopiani di Bitti e Buddusò, esso dà lavoro a ca. 30.000 persone e genera una cospicua produzione di lana, carne e formaggio, in buona parte esportato (pecorino). La pesca, anche in relazione ai caratteri tradizionali dell'insediamento, non ha mai avuto un ruolo pari alle proprie potenzialità, ma nell'ultimo decennio ha conosciuto un apprezzabile consolidamento. Il settore primario impiega ancora il 14% della forza lavoro e partecipa per il 6% alla formazione del reddito, nonostante alcune forme di arretratezza strutturale (non ultima l'organizzazione distributiva) garantendo comunque una produttività superiore a quella media dell'Italia meridionale. Il settore secondario (23% della forza lavoro e 25% del valore aggiunto) risulta relativamente specializzato nel comparto energetico mentre è sottoattrezzato in quello manifatturiero; l'industria estrattiva (piombo e zinco dell'Iglesiente, carbone del Sulcis) è in crisi profonda e ormai quasi del tutto abbandonata .La notevole produzione di energia proviene da impianti termoelettrici; essa si è sviluppata in funzione del comparto petrolchimico, avviato per intervento di imprese a partecipazione statale nel dopoguerra e tuttora costituente la principale presenza industriale nella regione: in essa accentuati sono i caratteri di eccessiva specializzazione produttiva, di scarso peso occupazionale e di accentuata polarizzazione che riassumono le difficoltà e i problemi dell'industria sarda, amplificati appunto dalla crisi internazionale delle attività di base verificatasi negli anni Ottanta. Al di fuori dei sei nuclei di industrializzazione di Cagliari, Porto Torres-Sassari, Olbia-Golfo degli Aranci, Tortolì-Arbatax, Oristano e Iglesias-Sant'Antioco, il settore è rappresentato essenzialmente da piccole imprese locali operanti in produzioni tradizionali (alimentare, tessile, lavorazione del sughero). Il terziario è costituito principalmente dalla pubblica amministrazione, dal piccolo commercio e dal turismo, rivelatosi l'attività economica più dinamica per la regione. Prevalentemente balneare e concentrato in Costa Smeralda (con poche altre aree), malgrado l'importanza assunta esso trova alcuni limiti nel fatto di essere prodotto di imprenditoria esterna e di non riuscire a creare significative forme di integrazione con gli altri comparti dell'economia né a valorizzare l'entroterra; pur non avendo perso il riferimento a una clientela d'élite, è inoltre quasi giunto a minacciare talune delle risorse paesaggistiche costiere su cui si basa. Limitazioni al settore dei trasporti e alla realtà economica sarda più in generale derivano infine dalle carenze della rete delle vie di comunicazione interne ma in una certa misura anche dai collegamenti con il resto del Paese.

Storia: provincia romana

Verso il sec. VIII a. C., gruppi di Fenici, soprattutto Cartaginesi, si insediarono sulle zone costiere, in particolare quelle merid. e orient., dove fondarono Caralis (Cagliari), Nora, Tharros, ecc. mentre i Sardi si ritiravano all'interno. I Focesi, a loro volta, fondarono Olbia, ma la loro penetrazione in Sardegna si arrestò dopo la battaglia combattuta nelle acque di Alalia (ca. 535 a. C.) contro Etruschi e Cartaginesi i quali, anche se sconfitti, riuscirono ad affermarsi nell'isola, specialmente i primi che estesero gradualmente la loro penetrazione. La stessa Roma rinunciò a commerciare nell'isola in base a un trattato stipulato con Cartagine nel 348 a. C.; tuttavia scoppiarono frequenti le rivolte degli indigeni sardi insofferenti della dominazione straniera. Nel 238 a. C., indebolitasi Cartagine per la sconfitta subita nella I guerra punica, Roma approfittò di una rivolta dei mercenari cartaginesi in Sardegna e occupò l'isola strappandola agli avversari. Da questo momento la Sardegna divenne una delle maggiori riserve di grano dello Stato romano. Nel 226 a. C. essa fu eretta a provincia insieme alla Corsica. I Romani continuarono a lungo a trattarla come una terra di conquista senza concederle, per tutta l'età repubblicana, nessuna città libera: numerose furono perciò le rivolte degli indigeni sardi e degli immigrati punici, tra cui particolarmente violente quella organizzata dal latifondista cartaginese Amsicora (216 a. C.) e quella del 178 a. C. che fu domata da Sempronio Gracco con riduzione in schiavitù di decine di migliaia di uomini riversati nelle campagne d'Italia. Alla fine del sec. II a. C. le sommosse ebbero fine, ma la resistenza a Roma continuò a manifestarsi nell'interno attraverso il brigantaggio. Cesare concesse a Cagliari i diritti civili romani mentre Turris Libissonis (Porto Torres), Sulci e Tharros divennero colonie. Durante l'Impero la Sardegna fu separata dalla Corsica e amministrata come provincia imperiale: essa andò lentamente romanizzandosi, pur conservando caratteristiche sue proprie e, più tardi, altrettanto lentamente si cristianizzò. Verso il 455 i Vandali, guidati da Genserico, iniziarono l'occupazione, che però, non avendo carattere stanziale, non lasciò tracce evidenti. Dopo meno di un secolo ritornò sotto l'amministrazione imperiale in seguito alla vittoriosa spedizione contro i Vandali (533-534) di Belisario, generale di Giustiniano. L'imperatore provvide a insediarvi un comando militare per la difesa e un giudice per l'amministrazione. Il dominio, fiscalmente oppressivo e incurante del benessere locale, aggravò la decadenza già in atto e lasciò l'isola esposta a scorrerie, invasioni e distruzioni operate dai Goti, dai Longobardi e soprattutto dagli Arabi che infestarono per secoli le coste. Mentre il potere di Bisanzio diveniva un diritto privo di efficacia, la mancanza di difesa fece emergere altre forze: si formarono lentamente i giudicati, che di fatto agirono come Stati indipendenti e furono caratteristici dell'isola. La loro origine è piuttosto controversa. La gravità delle incursioni aveva indotto i Bizantini a riunire tutti i poteri nelle mani del giudice, ma la conformazione geografica ne intralciò gli interventi. Per ovviare all'inconveniente qualcuno suppone che abbia nominato dei delegati, i quali avrebbero usurpato le sue prerogative. Altri vogliono che il decentramento sia avvenuto per elezione popolare. I documenti più antichi risalgono al sec. XI. Allora l'isola era divisa in quattro giudicati: di Cagliari, di Arborea, di Gallura, di Torres. Essi assicurarono al Paese il periodo più prospero, favorendo il riordinamento amministrativo e istituzionale, la promulgazione delle leggi, il fiorire dell'agricoltura, dell'artigianato, dell'industria mineraria e degli scambi marittimi, incrementati con l'aiuto di Genova e di Pisa, che svolsero un ruolo importante nello sviluppo dell'isola, pur contribuendo con le loro rivalità a rinfocolare le lotte e il gioco degli interessi, complicati dalla pretesa di sovranità della Chiesa per una concessione di Carlo Magno. Fino allora i papi si erano limitati a esigere un giuramento di fedeltà o a inviare un legato; ma ormai (sec. XIII) l'isola rischiava di essere travolta dallo scatenarsi degli appetiti, non solo di Genova e di Pisa, che con le guerre cominciavano a smembrare i giudicati, ma anche dell'impero (Federico II e suo figlio Enzo, Roberto d'Asburgo), degli Angiò, dei Malaspina, senza contare le aggressioni arabe.

Storia: l'occupazione spagnola

Forse nel timore di perdere del tutto i diritti, Bonifacio VIII compì un gesto destinato a sconvolgere la struttura politica e a distruggere ogni autonomia dell'isola, cedendola a Giacomo II d'Aragona (1297). Il possesso effettivo fu preso più tardi dall'infante Alfonso, che iniziò (1323) una dura guerra di conquista e, imposto l'ordinamento feudale, vi trapiantò la nobiltà catalana. Il dispotismo dei nuovi venuti e l'attaccamento all'autonomia e alle libere istituzioni suscitarono profondi risentimenti nella popolazione. La prima a sollevarsi fu Sassari (1325), seguita da altri centri, con l'aiuto dei Doria di Genova, dei Malaspina di Lunigiana, dei Pisani; ma fu attorno ai giudici di Arborea che si raccolse la più strenua resistenza. Mariano IV liberò la fascia occid., grosso modo da Sassari a Cagliari, con una guerra proseguita dai figli Ugone III prima, ed Eleonora* poi, la famosa giudichessa d'Arborea autrice della Carta de Logu* (1395), la raccolta di leggi tanto apprezzata dall'aragonese Alfonso il Magnanimo, che la estese a tutta l'isola allorché, assoggettatala interamente, volle rinnovarne l'amministrazione. Non per questo la dominazione divenne più tollerabile per il dispotismo catalano, la povertà dell'economia, l'aggravio fiscale, l'incuria dei governatori. La sconfitta subita dai Sardi a Macomer (1478) segnò la fine dei tentativi per la libertà. Il passaggio alla Spagna unita (1479) non mutò la situazione. Ferdinando il Cattolico, preoccupato di consolidare il dominio, soffocò le autonomie, impose una legislazione livellatrice, concesse la preminenza alla nobiltà spagnola, ostacolò i contatti con il continente italiano. Le lunghe guerre di Carlo V peggiorarono le condizioni. L'amministrazione spagnola, desiderosa di trarne vantaggi immediati, lasciò mano libera alla nobiltà catalana e aragonese, impoverì le campagne e depresse le attività cittadine tanto che si verificò un regresso demografico, accentuato dalla malaria e dalle gravi pestilenze della prima metà del sec. XVII. Il periodo migliore fu il regno di Filippo II (1556-98) per le riforme dell'amministrazione e della giustizia più rispettose dei diritti sardi, per i provvedimenti in favore dell'agricoltura e dell'economia, per la difesa della vita civile (furono costruite torri costiere contro le scorrerie dei pirati), per le iniziative culturali. Tristissimo invece, per il malgoverno impotente, corrotto e fiscale, il regno di Carlo II (m. 1700), seguito, per la successione, da lotte interne tra austrofili e francofili e dalla guerra. I trattati di Utrecht (1713) e di Rastatt (1714) assegnarono l'isola all'Austria, ma la Spagna non si rassegnò e tentò la riconquista. Sconfitta dalla Quadruplice Alleanza (Francia, Inghilterra, Austria, Olanda) col Trattato di Londra (1718) dovette rinunciare definitivamente a favore di VittorioAmedeo II di Savoia, che prese possesso della Sardegna (1720) inviando il barone di Saint-Rhémy col titolo di viceré. Ebbero inizio allora alcune riforme, continuate con più ampio respiro da Carlo Emanuele III (1730-73) per dare vita all'industria, rianimare l'agricoltura, riordinare l'amministrazione e la giustizia, limitare i privilegi, soprattutto del clero. Le strutture feudali, che tuttavia persistevano, cominciarono a destare insofferenze e fermenti, specialmente dopo lo scoppio della Rivoluzione a Parigi (1789). Il malcontento non impedì però che i rami del Parlamento, gli stamenti, raccogliessero truppe locali e sventassero i tentativi di sbarco della flotta francese (1792-93). In compenso della fedeltà chiesero al re riforme costituzionali. Il rifiuto provocò una rivolta che, nata a Cagliari (1793), dilagò in tutta l'isola scacciando i Piemontesi. Il moto tuttavia mantenne un carattere economico e sociale più che politico: fu volto contro i grandi feudatari e non contro la sovranità dei Savoia, che anzi furono accolti esuli (1799). La lotta antifeudale si acuì nel 1795 con la spedizione contro i maggiorenti di Sassari; ma le grandi famiglie, costretto alla fuga Gian Maria Angioj capo dei rivoluzionari, predominarono nonostante il ripetersi delle sommosse. Carlo Felice, prima come viceré poi come re, cercò di sanare le contese con quelle riforme che i suoi principi antiquati gli permisero. Più innovatrici invece quelle di Carlo Alberto: abolizione dei diritti feudali (1835) e, su richiesta del Parlamento sardo, parità di diritti col Piemonte (1847). L'insorgere di altri gravi problemi minimizzò i miglioramenti. Questi divennero più sensibili solo dopo l'unità d'Italia (1861), favoriti da uno sfruttamento minerario più intenso, dalla costruzione di ferrovie, da incentivi industriali. Ciononostante il progresso era lento anche per l'accentramento politico e amministrativo non sempre consono agli interessi isolani. Nel primo dopoguerra vi fu un tentativo per una maggiore autonomia. Di tale necessità si rese interprete il Partito Sardo d'Azione, costituito durante un congresso di combattenti a Oristano, alla vigilia delle elezioni del 1921, ma il fascismo pose fine alle speranze e presunse di risolvere il problema con la costruzione del centro minerario di Carbonia (1938) e di alcune bonifiche. L'ultima guerra e i bombardamenti lasciarono l'isola prostrata. Il ritorno della pace e della democrazia con il ripristino dei partiti, tra cui quello Sardo d'Azione, alimentarono la speranza di trovare la via del progresso nell'autonomia, finalmente concessa dalla legge costituzionale del 26 febbraio 1948, che sanzionò la nascita della Regione autonoma sarda a statuto speciale, con capoluogo Cagliari. In questo nuovo clima fu approntato il Piano di Rinascita (1958).

Archeologia e arte: archeologia

Numerose le tombe megalitiche dette tumbas de sos gigantes (tombe dei giganti), sepolture collettive a lungo corridoio con fronte a semicerchio (forse per cerimonie funebri) e stele arcuata scolpita sopra l'ingresso; sono frequenti anche i betili di basalto (perdas fittas), con o senza mammelle. Dai templi all'aperto e dai numerosi pozzi sacri al culto delle acque, ma anche dalle tombe, provengono i noti bronzetti (ne sono stati trovati sinora oltre 500, raffiguranti guerrieri, animali, divinità, esseri mostruosi, oggetti di culto, barche) che si datano tra il sec. VIII e il V a. C. e preziosi per la conoscenza della civiltà sarda. Nel loro stile caratteristico, lontano dai canoni dell'antichità classica, si possono distinguere una corrente geometrica (bronzi di Uta) e una naturalistica (bronzi dell'Ogliastra e della Barbagia). Alla colonizzazione fenicio-punica delle coste della Sardegna (sec. VIII-VI a. C.) si deve la fondazione delle prime città intorno a scali portuali caratterizzati da isolotti antistanti la costa e da lagune; più all'interno sono l'importante centro fortificato di Monte Sirai, sorto su un precedente nuraghe, e la fortificazione isolata di S. Simeone di Bonorva. Testimonianze di tale civiltà sono, oltre alle fortificazioni, i santuari (specialmente i tophet con le stele figurate) e i corredi delle necropoli (vasi, vetri, statuine fittili, oreficerie, amuleti) .Anche dopo la conquista romana la Sardegna conservò alcune caratteristiche particolari. A Nora e Tharros , importanti centri archeologici dell'isola, i monumenti romani presentano talora carattere punico;ad Antas il tempio romano (ma di tipo punico-romano) del sec. III d. C., dedicato al dio protettore dell'isola, Sardus Pater, è preceduto dal tempio punico (sec. V a. C.) del dio semitico Sid. Numerosi resti punici e romani sono oggi visibili in molte città costiere, come Cagliari (anfiteatro, necropoli), Bithia, S. Antioco, Cornus, Bosa, Porto Torres (complesso termale detto “Palazzo di Re Barbaro”) Olbia, e in alcune località interne (impianti termali di Bagni Oddini e Fordongianus, l'antica Forum Trajani).

Archeologia e arte: dall'arte paleocristiana al barocco

La più antica testimonianza sarda di arte paleocristiana è costituita dalle catacombe di Sant'Antioco, ricavate da ipogei punici (sec. II), ma il primo importante esempio di architettura cristiana nell'isola è la chiesa dei SS. Cosma e Damiano, già S. Saturnino, presso Cagliari (sec. V), a pianta centrale con cupola, di evidente derivazione romana. Pochi sono gli edifici preromanici: l'oratorio di S. Giovanni ad Assemini, la chiesa di S. Giovanni in Sinis presso Oristano, il santuario di S. Maria a Bonarcado; tutti databili ai sec. X-XI, rivelano nella struttura e nelle decorazioni l'evidente persistenza di motivi bizantini. Ben più significative sono le testimonianze d'arte romanica, le più antiche delle quali sono le chiese di S. Pietro a Bosa e di S. Sabina a Silanus .Verso la fine del sec. XI cominciarono a svilupparsi varie correnti architettoniche. I benedettini di S. Vittore di Marsiglia importarono in Sardegna motivi di derivazione provenzale, presenti nella ricostruzione di S. Saturnino a Cagliari, nella parrocchiale di Sant'Antioco, nella chiesa di S. Efisio a Nora e nelle chiesette di S. Maria di Sibiola e di S. Platano a Villaspeciosa, caratterizzate tutte da copertura in parte a capriate e in parte a botte con archi trasversali. All'influsso francese si affianca quello pisano-lucchese, che compare nella basilica di S. Gavino a Porto Torres (sec. XI-XII), dovuta probabilmente a un architetto toscano, e che si caratterizza per l'insolita ampiezza della navata centrale e per la presenza di due absidi contrapposte (quest'ultima soluzione sembra però dovuta a un rifacimento più tardo). Al modulo stilistico di S. Gavino si rifanno varie chiese, fra cui quella di S. Giusta a Oristano (ca. 1140) che ricorda, nelle pareti esterne decorate da arcature cieche, le architetture di Buscheto. Di generica derivazione toscana, non senza motivi originali, sono altre chiese, tra cui la severa S. Maria del Regno ad Ardara (1170). L'estendersi dell'influsso stilistico toscano alla parte merid. dell'isola, dapprima caratterizzata dallo stile francesizzante, è testimoniato dalla chiesa di S. Maria a Uta (1135-45), capolavoro dei monaci di S. Vittore, ma nella quale appare evidente, accanto a quella di maestranze francesi, la presenza di maestranze pisane. Fra i sec. XII e XIII gli influssi stilistici si fecero più vari, pur restando prevalente quello pisano-lucchese. S. Pietro di Sorres a Borutta, p. es., si rifà a stilemi pistoiesi, mentre elementi toscani e lombardi si fondono nelle chiese della SS. Trinità di Saccargia, di S. Maria di Tergu e in S. Pietro di Simbranos. A iniziare dal 1147 l'insediamento in Sardegna di monaci cistercensi introdusse nuovi influssi francesi (S. Maria di Corte e S. Pietro a Sindia; S. Lorenzo a Silanus; S. Maria Padulis, fondata nel 1205). Nell'architettura cistercense sarda manca però l'aspetto gotico tipico di quella continentale. Il romanico dominò in Sardegna per tutto il sec. XIII, come dimostrano l'ampliamento della chiesa di S. Maria di Bonacardo, varie chiese di Cagliari e di Iglesias e infine la chiesetta di S. Pietro a Zuri (1291), eretta da Anselmo da Como, di gusto tipicamente lombardo. Più modeste rispetto all'architettura appaiono le arti figurative. La scultura ha prevalente funzione decorativa (rosoni, capitelli, portali); notevoli, per ciò che riguarda la pittura, sono gli affreschi nella chiesa della SS. Trinità di Saccargia (sec. XIII), influenzati dalla pittura benedettina laziale. Poche sono le realizzazioni artistiche sarde del sec. XIV, attestate in prevalenza da architetture militari (Cagliari, Oristano). In pittura e scultura sono particolarmente sensibili gli influssi toscani; degno di menzione il Crocifisso in S. Francesco di Oristano, che testimonia il crescere delle influenze spagnole nell'isola. Da ricordare che all'inizio del Trecento fu sistemato nella cattedrale di Cagliari il romanico pergamo di Guglielmo (1160), proveniente da Pisa. Verso la metà del sec. XV si registrò un aumento dell'attività edilizia, caratterizzata dalla presenza di maestranze aragonesi, o comunque influenzata da stilemi catalani. Tra le opere di maggior rilievo, oltre a numerosi complessi fortificati, le cattedrali di Alghero e Sassari e la chiesa di S. Giorgio a Perfugas. Nelle chiese, alla copertura con volte a crociera si affiancò quella in legno, di derivazione spagnola. Modesta la scultura, mentre in pittura predomina nettamente l'attività di maestri spagnoli. Solo sul finire del secolo appaiono attivi artisti locali, come G. Barcelo, il Maestro di Olzai, il Maestro di Castelsardo, il Maestro di Ozieri, Lorenzo Cavaro, titolare di una fiorente bottega a Cagliari e iniziatore della cosiddetta Scuola di Stampace. Il gotico perdurò in S. fino al principio del sec. XVII (l'unica, modesta manifestazione rinascimentale è la chiesa di S. Agostino a Cagliari, 1580), acquistando peculiarità locali che si notano in particolare nella cappella della cattedrale di Oristano nota come “Archivietto” (1626), di forme ritardatarie gotico-rinascimentali. Nei sec. XVII e XVIII si diffusero le forme barocche, di influsso sia spagnolo (facciata della cattedrale di Sassari, iniziata nel 1660 ca.) sia italiano (chiesa di S. Michele a Cagliari), ma in genere di mediocre qualità. Anche in epoche più recenti l'attività artistica restò poco originale tranne poche eccezioni: in epoca neoclassica si distinsero l'architetto G. Cima (parrocchiale di Guasila, 1839; chiesa di S. Francesco a Oristano, 1841; ospedale di Cagliari, 1842) e lo scultore A. Galassi, allievo del Canova (mausoleo di Giuseppa Maria Aloisia di Savoia nella cattedrale di Cagliari; statue e altari nella cattedrale di Oristano). Sul finire del secolo scorso, i pittori G. Biasi e F. Figari svilupparono una scuola locale legata a motivi folcloristici. Al modesto livello artistico degli ultimi secoli fa tuttavia riscontro quello notevole dell'artigianato, in parte ancora attivo, con interessanti manifestazioni nella produzione di tappeti di lana con motivi di uomini e animali stilizzati; nei merletti, specie di Bosa; nella ceramica, che nei modelli di Oristano riproduce fedelmente forme antichissime; nell'oreficeria applicata a rosari, orecchini, bottoni, amuleti, collane, cinture, bracciali, ecc. in oro e argento, per lo più in filigrana, di chiara e vivace ispirazione, specchio di un gusto popolare ricco di fantasia.

Folclore

Caratteristica del folclore sardo è la coesistenza di elementi in origine divisi da grandi distanze storiche: residui di civiltà primordiali, millenarie, si trovano accanto ad altri di culture più recenti. Sia per la condizione geografica, sia per la volontà politica dei dominatori, la civiltà sarda ha sempre avuto infatti caratteri più conservativi di quella del restante Mediterraneo e in ogni tempo ha conservato più tenacemente forme del periodo precedente: così nell'antichità ha conservato caratteri protostorici, nel Medioevo modi di vivere precristiani, mentre quelli medievali, una volta affermatisi, sono sopravvissuti in età moderna. Con tutto ciò nulla è rimasto immutato, ogni epoca ha aggiunto qualcosa, molto si è conservato delle epoche precedenti, molto è stato cancellato o trasformato, ciò che è stato accolto è sempre stato ridimensionato e adattato dalla forte personalità degli isolani. Così si trova ancora qua e là il carro agricolo a ruota piena, già testimoniato dall'arte etrusca, o l'aratro a chiodo; nella laguna dell'Oristanese naccaras (zattere di canne tenute insieme da giunco ripiegato) e vassoni, simili alle barche di papiro dell'antico Egitto, sono la continuazione di uno dei più primitivi tipi di imbarcazione che l'umanità conosca. Un adattamento al clima cristiano di antichissimi culti precristiani è il nenniri, costituito da granaglie fatte germogliare al buio e che si sviluppano con lunghi steli pallidi; legato con nastri viene posto per terra nei sepolcri per la Settimana Santa (un'usanza presente anche in Sicilia e nel Meridione). Al periodo bizantino dell'isola sono da collegare l'inizio dell'anno il 1º settembre, la festa di San Costantino, il 5 luglio (in tal giorno a Sedilo si corre una sorta di fantasia a cavallo detta àrdia, guardia d'onore a cavallo), e il culto di San Giorgio, testimoniato anche da molte icone, che lo raffigurano a cavallo nell'atto di uccidere il drago. Il canto popolare diffuso ad Alghero (come del resto quasi tutte le tradizioni di questa zona) è di sicura origine catalana; forma particolare assume il canto lirico monostrofico detto mutu, mutettu, o battorina: ha la struttura di una quartina di ottonari, di cui i primi due versi sono detti sterrimentu (stesura) e i due successivi coberimentu (copertura, completamento). Assai singolare il fatto che tra il primo distico e il secondo non c'è in apparenza un nesso logico (fenomeno che si trova anche nei canti popolari turchi); in genere tutta la poesia popolare sarda si mostra affine alle coplas spagnole, e, quando le battorinas sono allungate da un distico, ai romances glosados: entra cioè nel quadro della poesia popolare neolatina medievale. Tipici sono anche gli strumenti musicali (le launeddas sono testimoniate, grazie a ritrovamenti archeologici, da più di 2000 anni) con cui si accompagnano canti e danze, tra le quali antichissima è la danza in tondo, conosciuta come ballo sardo. Per il ciclo della vita umana, assai caratteristica la pricunta, cioè la richiesta di matrimonio simboleggiata dalla finta ricerca di una bianca agnella smarrita o di una rosa che il pretendente riconosce infine tra le ragazze che gli vengono mostrate. Il giorno delle nozze, all'uscita della chiesa, si getta sul capo degli sposi il grano come augurio di abbondanza. Quanto ai riti funebri, si è tramandato attraverso i secoli il rito extrareligioso del lamento funebre (attittu) eseguito dalle prefiche (attittadoras) secondo un preciso rituale digesti disperati; spesso le donne, oltre alle preghiere cristiane, offrono ai defunti il dono del cibo quotidiano. Per il ciclo dell'anno, di particolare interesse sono le feste di carnevale, durante le quali si ritrova l'uso di maschere lignee antichissime, i maimones o mamutones di sicura origine demoniaca, e, più diffuso, il rito della morte di Carnevale, un fantoccio che prima di morire fa testamento denunciando le malefatte della comunità. In Barbagia durante la processione delle maschere figurano i boves, esseri animaleschi simili ai mamutones, ma con la maschera di bovini. Grandiose e spettacolari, le sagre (Sant'Efisio a Cagliari, la processione dei Candelieri a Sassari) richiamano la partecipazione di migliaia di fedeli. Strettamente legato all'artigianato storico, dalla produzione di tessuti all'arte del ricamo e del pizzo, alla lavorazione in oro e argento (per bottoni, anelli, braccialetti, orecchini, collane, ecc.) è il costume sia maschile, sia femminile. Il primo di origine assai più antica, soprattutto la best'e pedde e il collettu che vengono fatti risalire alla mastruca, mentre il secondo, nelle sue varie forme, è comunque sempre di origine spagnola. Tappeti tessuti a mano, trine, tele ricamate, ceramiche, casse nuziali scolpite, borracce intagliate o incise, recipienti per la polvere da sparo, cesti di paglia sono i prodotti ancora assai diffusi dell'artigianato locale, benché sia ormai modificata la loro destinazione. In una società più chiusa essi erano infatti prodotti in quantità limitata, solo per soddisfare le necessità della comunità (familiare o del paese), ora hanno un ambito di diffusione commerciale alquanto vasto.

Gastronomia

L'isolamento, l'economia agricolo-pastorale e l'attaccamento degli abitanti alle tradizioni hanno fatto sì che la gastronomia sarda abbia conservato intatte le sue caratteristiche di arcaicità e di autonomia dagli influssi del continente, avvertibili scarsamente anche nelle città. È un sistema alimentare basato sui prodotti più semplici e naturali (pane, formaggio, pesce, cacciagione), sufficienti a soddisfare le esigenze di un popolo frugale. All'interno dell'isola si verificano molte variazioni da paese a paese; differenti sono p. es. i modi di impastare, modellare e cuocere il pane, perno dell'alimentazione sarda: dalla lottura della Planargia alla pizzuola della Barbagia e alla fresa o pistoccu, più noto col nome di carta da musica, che, per la sua lunga conservazione, è il pane che i pastori portano con sé in montagna. Tra le minestre asciutte si fa largo uso di pasta, anche confezionata in casa, e condita con cacio fresco, salsa di noci, ricotta, buttarega, ecc., mentre specialità esclusivamente sarde sono i malloreddus, la fregola, la lepudrida, il farru, i culurzones. Come carne la Sardegna offre soprattutto uno squisito capretto, porcellini e selvaggina (cinghiali, mufloni, caprioli), la cui cottura con metodi primitivi, allo spiedo o a carraxiu (in una buca del terreno tra due strati di frasche odorose e bacche, ricoperta poi di terra su cui viene acceso un gran fuoco), con l'unico condimento di erbe aromatiche, presta alle carni un aroma straordinario. A carraxiu viene cotto anche il malloru de su sabatteri (toro del ciabattino): un torello riempito con una capra contenente un porcellino che racchiude una lepre, questa una pernice e la pernice un uccelletto, e ricuciti con lesina e spago da un ciabattino (ve ne sono varianti semplificate). Una diffusa specialità di cacciagione è la tacula, formata da otto tordi o merli cotti a vapore e conservati in sacchetti contenenti foglie di mirto. Il mare sardo offre una grande varietà di pesci e abbondanza di crostacei, cucinati entrambi in modo semplice (di solito arrosto), con l'eccezione delle zuppe (burrida e cassola). Grande sviluppo, anche a livello industriale, ha la casearia ovina: dal cacio fiore al pecorino cosiddetto romano, dai vari tipi di ricotta al casu becciu (invermato per troppo caglio). Col latte vaccino si preparano invece la fresa, le provole, il dolce sardo, ecc. Nel campo dei dolci sono numerosissime le specialità, la cui caratteristica è di aver spesso come ingredienti miele (squisito è il miele amaro dell'isola), mandorle, il mosto cotto (detto saba o sapa), il formaggio. Tra le più note sono i torroni (l'aranzada nuorese e le niuleddas della Gallura), i gueffos o candelaus, i suspiros di Ozieri e gli ziddinis, tutti a base di mandorle, le pabassinas a base di uva secca, tradizionali a Ognissanti, Natale e Pasqua, le zippulas, frittelle di carnevale, i pirichittus, le pardulas pasquali, ripiene di formaggio. Nella produzione di vino la Sardegna va famosa soprattutto per la vernaccia e la malvasia, cui si aggiungono altri vini pregiati come il canonau, l'anghelu ruju, il nuragus, l'oliena, l'embarcador, ecc.