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|
Regione autonoma a statuto speciale (25.707 km2;
4.990.000 ab.), costituita dall'omonima isola (25.426 km2) bagnata
dal Mar Tirreno a N, dal Mar Ionio a E e dal Mare di Sicilia a SW, e
dagli arcipelaghi delle Eolie (o Lipari), delle Egadi e delle
Pelagie, nonché dalle isole di Ustica e Pantelleria, e separata
tramite lo Stretto di Messina dalla penisola italiana (Calabria).
Capoluogo regionale è Palermo. Amministrativamente è divisa nelle
province di
Agrigento,
Caltanissetta,
Catania,
Enna,
Messina,
Palermo,
Ragusa,
Siracusa,
Trapani.
L'isola di Sicilia è la più vasta del Mar
Mediterraneo e la più importante per storia, arte e attività
economiche.Ha forma di triangolo, che le valse l'antico nome greco
di Trinacria con riferimento alle sue tre cuspidi, rappresentate
dagli odierni Capo Boeo (o Lilibeo) a W, Punta del Faro a NE e Capo
Isola delle Correnti a SE. Il termine Sicilia risale all'antichità
insieme con quello di Sicania, sul quale prevalse già in epoca
classica, estendendosi successivamente, in età medievale, a
designare i domini prima normanni e poi svevi nell'Italia
meridionale. L'isola fu per secoli divisa amministrativamente nelle
tre valli di Mazara (o di Mazzara) a W, di Demone a NE e di Noto a
SE; nel 1817 entrò in vigore una nuova ripartizione amministrativa
in sette valli o province, che rimase pressoché inalterata fino al
1927, cioè fino a quando furono istituite le due nuove prov. di Enna
e di Ragusa.
Geomorfologia
L'isola è in prevalenza montuosa e collinare. I
rilievi più elevati sorgono nel settore nord-orient.: essi sono il
massiccio apparato vulcanico dell'Etna (3340 m), il maggiore
d'Europa, che si innalza maestoso tra la piana di Catania e i solchi
vallivi dell'Alcantara e del Simeto, e il cosiddetto Appennino
Siculo, che si estende dallo Stretto di Messina alla valle del Torto
e costituisce chiaramente la continuazione, al di là della profonda
depressione rappresentata dallo Stretto di Messina, dell'Appennino
Calabro. L'Appennino Siculo si presenta come un lungo allineamento
di rilievi, disposti a ridosso della costa nord-orient. dell'isola
secondo un orientamento ENE-WSW e divisi nei tre gruppi dei
Peloritani, dei Nebrodi e delle Madonie. I primi, che occupano la
cuspide dell'isola rivolta al continente, sono formati da gneiss e
da filladi e sono quindi in stretto rapporto dal punto di vista
litologico con gli antistanti rilievi della Calabria; i Nebrodi (o
Caronie) e le Madonie sono costituiti da rocce cenozoiche facilmente
erodibili e da estesi banchi calcarei, per cui presentano forme più
morbide e arrotondate. Ai piedi del versante merid. del cono
dell'Etna e delimitata a S dai Monti Iblei, si apre sullo Ionio la
piana di Catania, formata dall'apporto alluvionale del Simeto e di
alcuni suoi affluenti, quali il Dittaino e il Gornalunga. La vasta
cuspide sud-orient. dell'isola è occupata dai Monti Iblei, vasto
altopiano a struttura tabulare, costituito da antichi
espandimentibasaltici, che culmina a 986 m nel m. Lauro. La parte
centrale dell'isola è interessata da un succedersi irregolare e
confuso di ondulazioni collinari separate da larghe vallate: si
tratta dei Monti Erei, che si stendono tra la piana di Catania, i
Monti Iblei e la valle del Salso, e del cosiddetto Altopiano
Solfifero, una distesa monotona di modesti rilievi ondulati,
costituiti da formazioni gessoso-solfifere risalenti all'era
cenozoica. Il paesaggio della Sicilia occid. presenta motivi
analoghi: dossi arrotondati ed estesi altopiani ondulati, dove
predominano le argille e le arenarie dell'Eocene e del Miocene,
alternate in alcuni settori a formazioni calcaree mesozoiche; le
antistanti Egadi ripetono queste strutture geologiche e
morfologiche, mentre Ustica, le Eolie e Pantelleria sono
prevalentemente vulcaniche. Oltre all'Etna, sono vulcani attivi
anche Stromboli e Vulcano, nelle Eolie. Elevata è la sismicità della
regione, che è soggetta a frequenti terremoti, a volte disastrosi.
Il clima
Il clima è di tipo mediterraneo, con estati calde
e secche e inverni miti e piovosi. La distanza dal mare e
l'altitudine dei rilievi maggiori danno luogo a variazioni
climatiche anche rilevanti: nelle fasce costiere la temperatura
media annua si aggira sui 19 ºC, mentre all'interno scende a 13 ºC.
Le precipitazioni non sono copiose e, come si è detto, concentrate
per lo più nei mesi invernali. Solo le aree più elevate dell'Etna,
dell'Appennino Siculo e dei Monti Iblei ricevono oltre 1000 mm annui
di precipitazioni; altrove le piogge scarseggiano, specialmente
nelle piane di Catania e di Gela e nelle estreme cuspidi occid. e
sud-orient. dell'isola, dove scendono a valori inferiori ai 600 mm
annui. I corsi d'acqua hanno regime torrentizio e portate ineguali
con piene improvvise nel periodo invernale e lunghi periodi di
magra. I principali sono il Simeto (che convoglia le acque del
Dittaino, del Gornalunga e del Caltagirone), l'Alcantara, l'Anapo,
il Cassibile e il Tellaro, sul versante rivolto allo Ionio; il Torto
e il San Leonardo, tributari del Tirreno; il Belice, il Platani e il
Salso, che si gettano nel Mare di Sicilia.
Geografia umana
La Sicilia risulta una delle poche regioni
“attive” per incremento demografico nell'ambito di un'Italia ormai
arrivata alla “crescita zero” della popolazione. L'emigrazione, che
nei decenni passati ha sottratto ogni anno forti contingenti di
manodopera, diretti soprattutto nelle grandi aree industriali
italiane ed europee, si è drasticamente ridotta e oggi ha
un'incidenza modesta sul movimento demografico. Negli anni più
recenti sono seguitati gli spostamenti tradizionali di popolazione
dalle aree montane e collinari dell'interno, economicamente più
depresse, verso le coste e soprattutto verso le città. Ne consegue
che gli squilibri già esistenti nella distribuzione della
popolazione tendono ulteriormente ad accentuarsi. Le aree di maggior
addensamento demografico sono le fasce costiere delle cuspidi
nord-orient. e occid., il Palermitano, il Siracusano e l'entroterra
di Agrigento e Licata. La rete urbana è complessa e articolata,
specie se paragonata al Mezzogiorno continentale: la struttura
insediativa fondamentale è rappresentata dall'asse urbano ionico,
con due grandi città, Catania e Messina, e un'altra medio-grande,
Siracusa. Tale asse è bilanciato a occid. dalla capitale storica,
Palermo, polo urbano assai grosso ma eccentrico e isolato. Queste
quattro maggiori città sono costiere, come pure affacciano sul mare,
o comunque al mare sono vicinissime, città importanti come Trapani,
Marsala e Mazara del Vallo, rete urbana di rilievo nell'estremo
ovest dell'isola; Agrigento e Gela, sul Mare Mediterraneo; Ragusa
eModica, nella regione iblea meridionale. Caltanissetta ed Enna sono
gli unici poli di una struttura urbana centrale assai debole,
formata per lo più da città-paese poco industrializzate e con
servizi terziari insufficienti. In tutte le città siciliane, grandi
e piccole e, in particolare, in quelle occid., si può osservare un
fenomeno quantitativamente superiore rispetto ad altri centri
italiani: si tratta di una massiccia immigrazione (per lo più
clandestina) dalle coste meridionali del Mediterraneo e dell'Africa
araba disposta ad accontentarsi di un qualsiasi lavoro.
Economia
L'economia siciliana nel contesto nazionale
rivela caratteri di marginalità che traducendosi in indicatori
vicini alle medie del Meridione la rendono per diversi aspetti
rappresentativa di questa più ampia sezione del Paese. Per vari
decenni generatrice di notevoli flussi d'emigrazione (pressoché
cessati solo negli anni Settanta e Ottanta), la regione nel
dopoguerra è stata destinataria di trasferimenti di risorse operati
dallo Stato a vantaggio delle famiglie e del sistema produttivo,
senza che ciò abbia però innescato processi autopropulsivi di
crescita: permane quindi una relativa arretratezza che trova
testimonianza già nei riscontri quantitativi del reddito pro capite
(due terzi del valore italiano) e del tasso di disoccupazione
(doppio rispetto a quello del Settentrione). Tali condizioni fanno
così di questa economia una realtà assistita ancora agli inizi degli
anni Novanta. In parte penalizzata tradizionalmente da
condizionamenti climatico-ambientali e dalla distanza dai mercati
più ricchi, l'economia regionale risente dell'accresciuta estensione
del fenomeno mafioso, che avendo trovato alimento nei flussi di
denaro generati dai grandi appalti pubblici (per infrastrutture) e
nel traffico di stupefacenti ha costituito motivo di turbamento del
quadro imprenditoriale locale.
L'incidenza dell'agricoltura in Sicilia è più
elevata che in altre aree del Paese, sia in termini occupazionali
sia di ricchezza prodotta. Si tratta di condizioni che testimoniano
la relativa arretratezza dell'economia siciliana e in essa del
settore in oggetto, che risente infatti tanto della scarsità d'acqua
e di opere irrigue quanto di carenze nella distribuzione e
trasformazione dei prodotti. Alla prevalente e povera cerealicoltura
delle zone collinari e montane dell'entroterra, praticata in modo
estensivo all'interno di strutture inadeguate risalenti al vecchio
latifondo, si contrappone la più redditizia agricoltura
specializzata della fascia costiera e di alcune contigue pianure,
basata soprattutto su agrumi (il 70% ca. del raccolto nazionale,
provenienti dalla Conca d'Oro e dalle Piane di Catania edi Gela),
olive, ortaggi e fiori, cui si aggiunge nel Marsalese la produzione
di uva. La trasformazione dei beni agricoli non ha saputo
conquistarsi un ruolo apprezzabile nel contesto nazionale a
eccezione che per la vinificazione: malgrado la capacità produttiva
raggiunta (inferiore in Italia solo a quella pugliese), quest'ultima
rappresenta anzi un caso sintomatico delle difficoltà persistenti in
campo organizzativo e commerciale, non riuscendo a qualificarsi con
prodotti di pregio (a parte il Marsala), riducendosi alla fornitura
di vini da taglio. Interesse modesto ha l'allevamento, e in
particolare il comparto bovino, che dispone di impianti adeguati
solo nel Catanese; limitazioni, da inadeguatezza delle attrezzature,
riguardano anche la pesca, che pure ha mantenuto una discreta
importanza: suo principale porto è quello di Mazara del Vallo, fra i
primi del genere nell'intero Mediterraneo. L'industria è il settore
in cui l'economia siciliana mostra più evidenti caratteri di
marginalità, a iniziare dal peso monetario e occupazionale
particolarmente ridotto; analoga caratterizzazione determina però
anche la sua articolazione interna, che vede una specializzazione
relativa nei comparti energetico-estrattivo e delle costruzioni
nonché, in quello manifatturiero, un forte squilibrio strutturale
fra la grande quantità di imprese di piccole dimensioni operanti in
produzioni tradizionali (alimentari, legno, materiali da
costruzioni, ecc.) e i pochi grandi impianti di esclusiva proprietà
pubblica, con scarsità di aziende della fascia dimensionale
intermedia. Abbandonata l'estrazione dello zolfo, dal sottosuolo si
estraggono sali potassici, asfalto e soprattutto petrolio (distretti
di Ragusa e Gela). La scoperta dei giacimenti petroliferi ha dato
origine a una solida industria petrolchimica che, pur lavorando
prevalentemente il greggio di provenienza araba, ha fatto della
regione uno dei poli mediterranei del settore (Augusta, Gela,
Ragusa); a essa è legato inoltre lo sviluppo del settore energetico,
in grado di esportare parte della propria produzione. Con impianti
di dimensione superiore alla media sono presenti la chimica
(fertilizzanti, con localizzazione congiunta alla petrolchimica) e
la meccanica (di particolare rilevanza è la presenza della FIAT a
Termini Imerese), concentrate attorno a Palermo e Catania; sono
inoltre comparse aziende operanti in comparti avanzati come
l'elettronica e le telecomunicazioni, verso i quali si sono rivolti
gli sforzi degli operatori pubblici. Il terziario registra in
Sicilia una presenza più forte che nel resto del Paese (70% della
forza lavoro e 69% del prodotto regionale), dovuta in larga parte al
peso della pubblica amministrazione e del commercio al minuto; a
tali attività si accostano però anche quelle più qualificate degli
istituti bancari (alcuni di interesse sovraregionale) e del turismo.
Prevalentemente balneare, quest'ultimo interessa soprattutto le
province di Messina (Taormina, isole Eolie), di Siracusa e di
Catania; alcune aree costiere però hanno già subito guasti
paesaggistici determinati da uno sfruttamento eccessivo e
incontrollato del territorio. Limitazioni turistiche per le risorse
archeologiche e storiche sono costituite dall'insufficienza delle
infrastrutture di trasporto, dell'attrezzatura ricettiva e dei
servizi, ma anche da problemi d'immagine, oltre che più in generale
dalla lontananza dalle principali aree emettitrici di flussi
turistici.
Diritto
Costituita in regione a statuto speciale il 26
febbraio 1948, ha un'assemblea regionale con novanta deputati,
eletti a suffragio universale diretto e con sistema proporzionale.
Eletti per cinque anni (legge costituzionale 23 febbraio 1972), i
deputati esercitano funzioni legislative, nelle quali, oltre alle
materie di competenza comuni con le regioni a statuto ordinario, si
aggiungono anche le facoltà d'intervento in materia di acque
pubbliche, d'istruzione elementare, d'industria e commercio. Il
governo della regione è affidato a una giunta di dodici membri,
eletti dall'assemblea e presieduti da un presidente. Questi è
presidente anche della regione e rappresenta l'ente regione,
promulga le leggi, provvede al mantenimento dell'ordine pubblico,
dirige la polizia dello Stato, partecipa al Consiglio dei Ministri
con rango di ministro e voto deliberativo su questioni pertinenti la
sua regione. Consiglio di Stato e Corte dei Conti hanno a Palermo
una loro sezione distaccata competente sugli affari della regione.
Storia: il periodo greco e romano
Abitata anticamente da Siculi, Sicani ed Elimi
(rispettivamente nelle zone orient., occid. e nord-occid.), la
Sicilia si aprì presto a insediamenti di coloni fenici e, più tardi,
dal 734 a. C. in poi secondo Tucidide, anche greci, attratti dai
suoi porti, dalle sue miniere e dalla fertilità del suo territorio.
I Fenici, soprattutto cartaginesi, si stabilirono nella parte occid.
dove fondarono Panormo, Solunto e Mozia che, in un primo momento,
furono però soltanto empori commerciali: ciò permise una stretta
alleanza tra i Cartaginesi e gli indigeni Elimi, i cui centri
principali erano invece Segesta, Erice ed Entella. Vere città, e
subito molto popolose, divennero invece gli insediamenti coloniali
dei Greci nella parte orient., tra cui notevoli furono Nasso,
Lentini e Catana fondate dai Calcidesi, Siracusa fondata dai Corinzi
(ca. 734 a. C.), Megara Iblea fondata dai Megaresi e Gela fondata da
Rodiesi e Cretesi (ca. 690). Megara Iblea e Gela a loro volta
crearono poi, rispettivamente, Selinunte e (ca. 582) Agrigento. Le
colonie greche non costituirono mai un'unità politica e anzi furono
spesso in guerra tra loro: tuttavia divennero subito molto prospere
(ne sono testimonianza i grandi monumenti dell'epoca) e stabilirono
intense relazioni commerciali con le città dell'Italia merid., con
Cartagine e, dal sec. VI a. C., anche con Roma. La struttura sociale
di ciascuna città che favoriva la classe dei proprietari terrieri,
discendenti degli antichi colonizzatori, a danno del proletariato,
composto invece dai gruppi indigeni e dagli immigrati recenti, fu
però causa di lunghe lotte intestine risolte, all'inizio del sec. VI
a. C., con l'avvento di regimi tirannici, il primo dei quali fu
quello di Panezio a Lentini (ca. 608). Importanti furono la
tirannide di Falaride ad Agrigento, e, soprattutto, quella di
Ippocrate (498-491), a Gela, che costituì un forte Stato nella zona
occid. dell'isola in cui il suo successore, Gelone, incluse anche
Siracusa, città che, da questo momento, divenne la più importante
dell'Occidente greco. Nel 480 Gelone, anche con forze navali di
Agrigento, bloccò a Imera un'offensiva dei Cartaginesi escludendoli
così per lungo tempo dall'isola. Nel 474 Gerone, suo fratello e
successore, sconfisse gli Etruschi nelle acque di Cuma ed estese poi
la sua influenza anche sul mondo greco dell'Italia merid.: questo
espansionismo siracusano fu però fermato da un moto insurrezionale
dei Siculi guidato da Ducezio (450), e, più tardi (415-413), dalla
famosa spedizione di Sicilia promossa da Atene che vedeva minacciati
i suoi commerci con gli Etruschi dal rapido sviluppo della potenza
siracusana. L'impresa si risolse per Atene con un disastro, ma anche
Siracusa ne uscì indebolita: ne approfittò Cartagine che riprese i
tentativi di penetrazione in Sicilia investendo, tra il 408 e il
405, città fiorenti come Selinunte, Imera, Agrigento, Gela che
vennero in parte distrutte. L'avvento di Dionigi il tiranno a
Siracusa (405) valse però a salvare l'ellenismo della Sicilia dai
Cartaginesi che si ridussero gradualmente al possesso della sola
parte occid. dopo una lotta durata, con varie vicende (tra cui la
spedizione in Africa di Agatocle, tiranno di Siracusa, nel 310 e
l'intervento di Pirro nel 278) quasi due secoli. Dopo la I guerra
punica (241) la zona cartaginese della Sicilia divenne provincia
romana; in essa, nel 212, Roma, sconfitta Siracusa che, per
combattere la potenza romana si era alleata a Cartagine, incorporò
anche lo Stato siracusano estendendo così il suo dominio su tutta
l'isola. Le città siciliane, a esclusione della fedele Messina,
furono sottoposte al pagamento di un tributo, ma mantennero una
notevole autonomia interna. Roma favorì e sfruttò la produzione del
grano in Sicilia, grano che importava in conto tributo per le
proprie necessità alimentari. Sulle estese tenute lavoravano masse
di schiavi che si ribellarono in due occasioni, nel 136-132 e nel
104-100 a. C. e furono a stento domate. Nel 73-71 a. C. la Sicilia
dovette subire le ruberie e le malversazioni del propretore Verre;
Cesare le concesse il diritto latino, mentre Augusto, che la
annoverò tra le province senatorie, vi rafforzò il dominio romano e
ne risollevò le condizioni economiche gravemente compromesse durante
la guerra civile quando Sesto Pompeo l'aveva occupata e staccata da
Roma. In età imperiale la Sicilia continuò nelle condizioni di vita
tradizionali, con le sue città aventi differenti rapporti con Roma,
ancora attive nell'artigianato e nei commerci: esse però non
recuperarono più lo splendore di un tempo. Con la Constitutio
Antoniniana del 212, anche i Siciliani ottennero la cittadinanza
romana al pari di tutti gli abitanti dell'Impero romano. Nella
suddivisione in diocesi e province operata da Diocleziano, la
Sicilia fu attribuita alla diocesi italiciana e costituì provincia a
sé. Col tempo la cerealicoltura fu meno redditizia e l'isola ne
sofferse anche nei commerci.
Storia: dai Bizantini agli Arabi
La generale decadenza dell'Occidente romano colpì
a fondo l'isola e la espose a una serie di rovinose incursioni e
all'occupazione, dapprima parziale (Lilibeo, 440), poi totale (468),
da parte dei Vandali stanziati in Africa e, dopo la conquista di
Cartagine, divenuti una grande potenza marinara. La dominazione
vandalica, duramente vessatoria (anche in campo religioso, i Vandali
ariani non diedero pace ai cattolici, provocando la rovina di
un'ormai antica élite culturale), fu abbattuta da Odoacre tra il 476
e il 486; ma già nel 491 succedette la dominazione degli Ostrogoti
di Teodorico, che tuttavia concesse al re dei Vandali Guntamondo,
suo genero, la base di Lilibeo. L'età ostrogotica (491-535) riportò
nell'isola una relativa tranquillità, effetto della politica
conciliativa di Teodorico; militarmente presidiata ma non
colonizzata, la Sicilia riassunse il suo antico ruolo di grande
riserva di grano e di chiave del commercio mediterraneo, da cui
trassero beneficio soprattutto i latifondisti (laici ed
ecclesiastici). Dalla Sicilia ebbe inizio la riconquista imperiale
dell'Italia promossa da Giustiniano (535), che già aveva abbattuto
il regno dei Vandali in Africa; Belisario la occupò in sette mesi
con poche forze e senza incontrare serie resistenze e di là, passato
lo Stretto di Messina, proseguì l'avanzata lungo la penisola.
Durante la guerra greco-gotica (535-553) l'isola divenne un valido
baluardo militare (che Totila cercò invano di prendere verso il
550), e come tale fu governata durante i tre secoli e più del
dominio bizantino. Staccata dal resto dell'Italia, fu sottoposta
direttamente all'imperatore, che nominava per essa dapprima un
governatore civile e uno militare, poi, riuniti i poteri, un unico
governatore militare, lo stratego del tema di Sicilia. La
militarizzazione, sempre più accentuata da Bisanzio per esigenze di
difesa in rapporto alla progressiva avanzata degli Arabi in Africa
nel sec. VI, incise profondamente sulle condizioni generali
dell'isola: mortificò l'economia cittadina e rurale, sconvolse la
distribuzione demografica, aggravò la pressione dell'autorità
bizantina col suo rigore fiscale e la sua intolleranza religiosa
(l'eresia monotelita nel sec. VII, quella iconoclastica nel sec.
VIII misero a dura prova i cattolici, raccolti intorno al vescovo di
Siracusa), e lingua, cultura, costumi greci penetrarono largamente.
A questa seconda ellenizzazione della Sicilia si connette il
progetto di Costante II di fare dell'isola il centro dell'impero,
col breve trasferimento della capitale da Costantinopoli a Siracusa
(663-668). I Siciliani reagirono a più riprese a questa politica ora
passivamente ora sostenendo vari tentativi di governatori bizantini
di sottrarsi al potere imperiale, e fu appunto la secessione d'un
ufficiale bizantino, Eufemio, che provocò, richiesto, l'intervento
degli Arabi (827) e la loro progressiva occupazione. Già apparsi più
volte sin dalla metà del sec. VII come corsari, gli Arabi
intrapresero l'invasione della Sicilia per iniziativa dell'emiro
aghlabita di Kairuan (Tunisi), Ziadet Allah, sollecitato dal ribelle
Eufemio, dando all'impresa carattere di guerra santa. Aspramente
contrastati, ne vennero a capo solo agli inizi del sec. X,
conquistando via via Mazara (827), Palermo (832), Messina (842),
Enna (859), Siracusa (878), Taormina (902). L'isola fu sottoposta al
governo di un emiro, rappresentante degli Aghlabiti di Kairuan poi
(dal 910) dei Fatimiti del Cairo e infine dagli Ziriti loro vassalli
in Tunisia; ma già verso la metà del sec. X l'emirato divenne un
principato ereditario e di fatto indipendente, e per circa un
secolo, sotto i Kalbiti, la Sicilia risorse dalla sua lunga
decadenza. La popolazione cristiana (come gli ebrei) ebbe il
consueto statuto imposto dagli Arabi nei Paesi conquistati: libertà
religiosa, ma a prezzo di una speciale tassazione (non troppo
gravosa, ma non sopportabile da gruppi economicamente più deboli,
che passarono perciò all'islamismo). La colonizzazione, più attiva
all'ovest (Val di Mazara) che a sud-est (Val di Noto) e a nord-est
(Val Demone), si stabilì con metodi e risultati diversi da luogo a
luogo e gravò in misura diversa sugli isolani. Non mancarono, specie
nella Val Demone, rivolte ma, non appoggiate adeguatamente da
interventi bizantini, furono tutte represse. Gli Arabi diedero uno
straordinario impulso all'agricoltura (frazionamento di latifondi,
introduzione di nuove colture, come il gelso, il cotone, l'arancio,
il dattero e la canna da zucchero), all'artigianato (tessuti di seta
e di cotone), al commercio (con la sua maggior base a Palermo), e la
Sicilia, come la Spagna, divenne un centro d'irradiazione della
civiltà intellettuale e artistica islamica, che diede tuttavia i
suoi frutti più cospicui solo dopo la fine della dominazione.
Storia: dalla riconquista normanna agli Svevi
A indebolirla e farla crollare contribuirono
soprattutto le croniche rivalità tra i vari signori locali, delle
quali seppero approfittare nella prima metà del sec. XI i Bizantini
(spedizione di Giorgio Maniace nella Sicilia orient., 1038-40),
nella seconda metà, con progressivi e definitivi successi, i
Normanni già affermati nell'Italia merid. e sorretti nella loro
iniziativa antimusulmana dal patrocinio della Chiesa romana,
rianimata dallo spirito della riforma e avviata all'apogeo
gregoriano. L'intervento normanno fu agevolato dall'appello del
signore di Catania Ibn ath-Thumna in contesa col signore di
Agrigento e la riconquista cristiana dell'isola, a opera di Ruggero
I d'Altavilla (col concorso, discontinuo, del fratello Roberto il
Guiscardo), si iniziò con la presa di Messina (1061) e si concluse
con quella di Noto (1091). Catania cadde nel 1071, Palermo nel 1072,
Trapani nel 1077, Taormina nel 1079. Una vigorosa controffensiva
dell'emiro Ben Avert, contemporanea all'azione che impegnava i
Normanni del Guiscardo contro i Bizantini, ritardò di alcuni anni la
conclusione dell'impresa: Siracusa cadde solo nel 1085, seguita da
Agrigento e infine da Noto. Ruggero, che aveva preso il titolo di
gran conte di Sicilia, s'impadronì anche di Malta, mentre, dopo la
morte del Guiscardo, riusciva a imporsi anche sui domini normanni
del continente. Vassallo del papa e legato apostolico (1098),
Ruggero andava predisponendo la riorganizzazione della Sicilia,
quando morì (1101) e la sua opera fu continuata dalla vedova
Adelaide prima per il primogenito Simone (morto fanciullo nel 1105),
poi per il cadetto Ruggero II finché ebbe l'età per governare
personalmente (1113). Questo principe orientalizzante, tra il
basileus bizantino e il sultano, animato da sconfinate ambizioni e
dotato di insigni qualità politiche e militari, riuscì a realizzare
con ogni mezzo l'unità dei domini normanni insulari e continentali,
a fondare uno Stato fortemente accentrato e a ottenere dall'antipapa
Anacleto II il titolo di re di Sicilia (1130). Ruggero II introdusse
in Sicilia il regime feudale, ma istituzionalizzò, e seppe imporre,
sui signori feudali e sulle comunità autonome il superiore potere
del re, esercitato da una gerarchia di funzionari (iusticiarii e
camerarii) e temperato dal consiglio della Magna curia.
Analogamente, garantì la libertà religiosa e le consuetudini proprie
dei gruppi latini, arabi, bizantini, ebraici esistenti nel regno,
tenendo però ben fermo il principio che sovrastava su tutti
l'assoluta sovranità del re. La tolleranza religiosa consentì al re
e ai suoi successori di scegliere collaboratori qualificati d'ogni
nazione e religione. L'isola conobbe allora una vigorosa ripresa
economica, agricola, artigianale e commerciale, frutto del concorso
di esperienze diverse e, correlativamente, lo Stato normanno di
Sicilia, e la sua capitale Palermo, divennero il centro di un vero e
proprio impero che si estendeva dalla Campania e dall'Abruzzo
all'Africa sett. e aveva un ruolo primario nel Mediterraneo. Ruolo
anche culturale, poiché nel regno fiorivano tra l'altro la scuola
medica di Salerno, il monastero benedettino latino di Montecassino e
monasteri basiliani greci, sorgevano monumenti espressivi di
un'originale sintesi stilistica, e per Ruggero II lavorava uno dei
maggiori geografi medievali, al-Idrisi (Edrisi). Sotto il figlio e
successore di Ruggero II, Guglielmo I (1154-66), molto inferiore
sotto ogni aspetto al padre, il regno attraversò periodi di crisi,
scontrandosi col papato, con l'imperatore bizantino Manuele I
Comneno, con Federico Barbarossa e subendo rivolte baronali. Ne uscì
salvo, ma meno per le inconsulte severità del re (soprannominato il
Malo) che per la solidità delle sue strutture e la leale opera di
governo di ministri quali Maione di Bari, Matteo d'Aiello e
l'inglese Riccardo Palmer, vescovo di Siracusa. Ma nuovi e più gravi
torbidi sconvolsero la Sicilia alla morte di Guglielmo I, durante il
quinquennio di reggenza della vedova Margherita di Navarra per il
figlio Guglielmo II (1166-1189), che parve abbandonare la politica
di equanimità nei confronti dei diversi elementi etnici e religiosi
per imporre la supremazia di nuovi elementi francesi. Con l'avvento
del governo personale di Guglielmo II tuttavia, e grazie alla
collaborazione di Matteo d'Aiello e di Gualtiero Ophtamil, un
inglese, arcivescovo di Palermo, ritornò la pace e la Sicilia
rifiorì, anche se il re, mosso da inattuabili ambizioni, vide
fallire le sue temerarie iniziative di conquista in Egitto contro il
Saladino e nella Grecia bizantina contro Andronico I Comneno e
Alessio II Angelo (1185). Guglielmo II (il Buono), la cui
personalità aveva affascinato indistintamente tutti i sudditi, morì
mentre la sua flotta partecipava brillantemente alla III Crociata.
Storia: gli Svevi
Privo di figli, gli succedette la zia Costanza,
figlia di Ruggero II, dal 1186 moglie di Enrico VI di Svevia, figlio
ed erede di Federico Barbarossa. Ciò significava consegnare il regno
all'impero germanico e rompere il tradizionale vincolo col papato,
irriducibile avversario degli Svevi e intollerante della loro
egemonia in Italia. La successione venne contrastata da una forte
frazione della popolazione, che portò al trono un cugino di
Guglielmo, Tancredi conte di Lecce (1189-94); ma dopo che Enrico VI
succedette al Barbarossa (1190) e intraprese la conquista del regno
della moglie, Tancredi, nonostante alcuni successi, andò perdendo
terreno e alla sua morte l'imperatore, sostenuto dai Genovesi e dai
Pisani e da alcuni baroni siciliani, stroncò la resistenza, raccolta
intorno alla vedova e al figlio di Tancredi, Guglielmo III, e fu
incoronato re a Palermo (Natale 1194); seguì poco dopo un'altra
insurrezione, che Enrico VI represse ferocemente, poco prima della
sua prematura morte (Messina, 1197). Nell'età normanna era maturata
in Sicilia una cultura composita, eppure originale, alla quale
avevano portato i propri contributi, stimolate dalla monarchia, le
diverse comunità, romana, araba e bizantina, ciascuna secondo il suo
genio; allora come non mai l'isola apparve il luogo ideale
d'incontro e di intesa tra le grandi tradizioni civili del
Mediterraneo; il duomo di Monreale rappresenta forse con maggiore e
più immediata evidenza questa sintesi di valori. L'età degli Svevi,
iniziata da Enrico VI sotto il segno della violenza, proseguì
nell'incertezza, con vistosi episodi di anarchia, durante l'infanzia
e l'adolescenza dell'erede di Enrico VI e di Costanza, Federico II
(1194-1250); l'aspirazione di papa Innocenzo III, che il giovane
svevo dovesse avere, come i re normanni, soltanto il regno di
Sicilia e non l'impero, apparve presto irrealizzabile e Federico II
riunì sul suo capo le corone di Sicilia, di Germania, d'Italia e
dell'impero (e, con la sua crociata, di Gerusalemme). Malgrado la
molteplicità e la complessità dei problemi che la sua posizione gli
imponeva, Federico II dedicò la massima cura al regno di Sicilia,
che considerava il cardine dell'impero. Piegate le resistenze
baronali e cittadine, domata una ribellione di Arabi (che cessarono
da allora di essere una comunità influente), con le Costituzioni di
Melfi (1231) portò a compimento l'ordinamento assolutistico,
centralizzato e burocratico del regno instaurato dai re normanni. Se
Palermo divenne un'ancor più splendida capitale, residenza
prediletta dell'imperatore e centro culturale eminente, l'isola,
nonostante l'intensa attività economica, in particolare mercantile e
marinara, fu sottoposta a vessazioni fiscali (tributi, monopoli,
ecc.) per sostenere le spese di magnificenza e soprattutto quelle
per la guerra logorante di Federico II contro il papato e i Comuni.
Scomparso Federico II, la continuazione della dinastia sveva nel
regno, impersonata da Manfredi, figlio naturale dell'imperatore,
reggente prima per l'erede legittimo Corrado IV, poi per il figlio
di questo Corradino e infine egli stesso re (1258), incontrò
l'implacabile opposizione del papato, finché Urbano IV investì del
regno Carlo d'Angiò, fratello di Luigi IX di Francia e conte di
Provenza (1265), che con l'appoggio di tutta l'Italia guelfa
conquistò con le armi il regno, auspice Clemente IV. Manfredi cadde
nella decisiva battaglia di Benevento (1266); Corradino, sconfitto a
Tagliacozzo, fu giustiziato (1268).
Storia: Angioini e Aragonesi
La catastrofe degli Svevi commosse i Siciliani e
provocò anche una sollevazione antifrancese e un'effimera resistenza
all'occupazione di Carlo d'Angiò, per cui questi mantenne
neiconfronti dei Siciliani un atteggiamento di severa diffidenza.
Stabilì il governo a Napoli, anteponendola a Palermo, distribuì un
gran numero di feudi a signori francesi, favorì, nei confronti dei
Siciliani, mercanti e banchieri stranieri (molti fiorentini, i
grandi sostenitori del guelfismo). A questi motivi di risentimento
si accompagnava l'azione segreta di una fazione filosveva (o
ghibellina), che faceva capo a Pietro III re d'Aragona il quale,
avendo sposato Costanza, figlia di Manfredi, rivendicava i diritti
di questa al regno. In questo quadro il 31 marzo 1282 a Palermo
scoppiò l'insurrezione dei Vespri, che divampò in breve in tutta
l'isola, e poco dopo Pietro III, sbarcato con forze aragonesi a
Trapani, portò a termine la liberazione della Sicilia dai Francesi.
Ma prima che il distacco della Sicilia, dominio aragonese, dal
Mezzogiorno della penisola, dominio angioino, fosse definitivamente
compiuto e riconosciuto, si combatté la ventennale guerra detta dei
Vespri (1282-1302), conclusa con una pace di compromesso (Caltabellotta,
1302: Carlo II d'Angiò riconobbe a Federico II, fratello di Giacomo
II re d'Aragona, la sovranità sulla Sicilia, ma a titolo vitalizio e
col nome di re di Trinacria); poi, rotto il compromesso, le ostilità
si riaprirono e continuarono a intermittenze fino al 1372, quando
Giovanna I d'Angiò, regina di Napoli, rinunciò a ogni rivendicazione
sull'isola a favore di Federico III d'Aragona (1355-77). La
questione della Sicilia trascendeva gli interessi italiani: il suo
possesso, nel mezzo del Mediterraneo, costituiva la base di una
egemonia mercantile ed economico-politica, ambita, disputata e
parzialmente ottenuta da Bizantini, Arabi, Normanni, Svevi, Angioini
(o Francesi) e infine Aragonesi; e il papato, a sua volta avverso a
ogni egemonia che potesse compromettere la sua libertà, non poteva
non vigilare sulla sorte dell'isola (per di più formalmente sotto la
sua alta sovranità). Perciò la guerra dei Vespri e i suoi strascichi
ebbero riflessi in Oriente, in tutta l'Italia, in Francia, nella
Penisola Iberica. Sotto la dinastia aragonese sopravvissero le
istituzioni di Federico II di Svevia, ma venne dato un ruolo più
rilevante al Parlamento (diviso in tre bracci: ecclesiastico,
militare o feudale, demaniale o rappresentante delle città libere,
direttamente dipendenti dal re). Dal punto di vista
economico-sociale e culturale vi fu una graduale recessione:
ricostituzione di latifondi a beneficio di grandi signori,
decadimento dei ceti rurali più modesti e della borghesia delle
città, insicurezza per continue guerre, deterioramento dell'ordine
pubblico. A ciò si aggiunse come aggravante una progressiva perdita
dell'indipendenza: le corone d'Aragona e di Sicilia,
tradizionalmente separate anche se talvolta cinte dalla stessa
persona, furono definitivamente unite a partire dal regno di Martino
II (1409-10), malgrado l'unanime opposizione dei due partiti
nobiliari (i Latini e i Catalani), che dagli scorci del sec. XIV
tenevano l'isola sotto l'incubo delle loro lotte e i sovrani, Maria
e Martino il Giovane, sotto una ricattatoria tutela. L'unione delle
corone instaurò in Sicilia il governo dei viceré, il primo dei quali
fu l'infante Giovanni di Penafiel (1415-16), figlio di Giovanni re
di Castiglia, d'Aragona e di Sardegna, che fu invitato, invano, alla
secessione e al trono. La Sicilia costituì una valida base per
Alfonso V il Magnanimo nella sua conquista del regno di Napoli
contro Renato, l'ultimo degli Angioini (1435-42) e sotto quel re,
che fino alla sua morte (1458) ricompose l'antica unità del
Mezzogiorno insulare e continentale d'Italia, l'isola ebbe qualche
beneficio economico e culturale (come l'Università di Catania). Fu
trascurata affatto dai suoi successori Giovanni II (1458-79) e
Ferdinando il Cattolico (1479-1516), che col compimento dell'unità
spagnola e con la conquista del Napoletano realizzava un grande
impero mediterraneo. Ma ormai l'importanza del Mediterraneo stesso
era alla vigilia del suo declino.
Storia: da vicereame all'unione allo Stato
italiano
Scaduta a vicereame la Sicilia reagì. Nel 1516
Palermo insorse contro il viceré Ugo di Moncada, nel 1517 fu
scoperta la congiura di Gian Luca Squarcialupo e nel 1523 si ebbe la
cospirazione capeggiata dai fratelli Imperatore. Ma dopo che con la
vittoria di Pavia la potenza della Spagna dilagò in tutta Italia,
anche la nobiltà siciliana così fieramente gelosa della sua
indipendenza finì col piegarsi e assumere un atteggiamento
filospagnolo. D'altra parte, se alla lunga il dominio spagnolo fu
causa di conseguenze negative per l'isola (introduzione
dell'Inquisizione, diminuzione delle autonomie locali, eccessivo
fiscalismo), servì anche a frenare, almeno in parte, lo strapotere
baronale e a combattere il brigantaggio per cui fu inizialmente
sopportato con relativa facilità anche dal popolo. Con l'aggravarsi
delle condizioni interne della Spagna peggiorarono però anche le
condizioni della Sicilia. La decadenza economica si accrebbe e
scoppiarono nuove rivolte: tra le molte, quella di Palermo (1647),
capeggiata da Giuseppe d'Alessi che riuscì a far sollevare il popolo
e a cacciare per qualche tempo il viceré, e quella di Messina
(1674), dove la cittadinanza costrinse alla fuga la guarnigione
spagnola e resistette con l'aiuto della Francia sino al 1678 quando
Luigi XIV, accordatosi con Carlo II nella Pace di Nimega, abbandonò
la rivolta alla dura repressione spagnola. Con la Pace di Utrecht
(1713, conclusione della guerra di successione spagnola) la Sicilia
passò, con titolo regio, a Vittorio Amedeo II, duca di Savoia, ma
poco dopo (1718), tolta al suo nuovo signore, fu assegnata
all'Austria e in tal modo riunita al Napoletano. Nel 1734, infine,
sempre unita al Mezzogiorno, ebbe con Carlo III di Borbone un nuovo
autonomo sovrano che ricostituì il regno delle Due Sicilie
mantenendo però ordinamenti separati nelle due diverse regioni.
Iniziò allora un periodo di riforme che vide in Domenico Caracciolo,
viceré dal 1781 al 1786, il suo più illuminato rappresentante. Ma il
programma di unificazione politica e amministrativa, urtando contro
i privilegi del baronaggio e del Parlamento, fu considerato un
attentato alle libertà dell'isola e finì col suscitare opposizione
anche tra la gente comune. L'isola rimase comunque ai Borbone di
Spagna anche nei periodi in cui essi perdettero il continente (1799
e 1806-15) per l'intervento delle armi francesi, e nel 1811, auspice
l'inglese Bentinck, che la teneva praticamente sotto tutela, ebbe
una sua Costituzione liberale. Quando però Ferdinando I riprese
l'antico disegno di dare effettiva unità al duplice regno abolendo
(1815) la Costituzione appena concessa e le libertà e franchigie più
antiche, l'ostilità verso la monarchia riprese più aperta e decisa.
Di qui il moto separatista del 1820, la sollevazione di Palermo del
1831 e l'insurrezione del 1848 che proclamò la decadenza dei Borbone,
offrì la corona dell'isola a Ferdinando Maria di Savoia e fu domata
solo nel maggio 1849. Di qui, anche, l'accoglienza che trovò
Garibaldi nell'isola e la sua rapida liberazione, conclusa col
plebiscito del 21 ottobre 1860 da cui venne proclamata l'unione alla
monarchia costituzionale di Vittorio Emanuele II. L'arretratezza
delle condizioni economiche e sociali dell'isola, che fu all'origine
di gravi agitazioni come l'insurrezione diPalermo (1866) e i moti
dei fasci siciliani repressi nel 1894 con lo stato d'assedio, fu
esasperata dalla crisi dell'agricoltura e dalla conseguente
emigrazione dei contadini. Dopo la I guerra mondiale la situazione
peggiorò e il malcontento portò la popolazione ad accogliere il
sistema autarchico fascista rivelatosi tutt'altro che risolutivo.
Dallo sbarco anglo-americano e con la ripresa della vita politica
dell'intero Paese la Sicilia, pur di sottrarsi alla prospettiva
socialista, e fidando nella collocazione geografica che le avrebbe
concesso privilegi nei rapporti internazionali, scelse la via del
separatismo. Il fenomeno mafioso trovò in tal modo ampia possibilità
d'espressione, avvalendosi di una potente organizzazione
terroristica che contrabbandava le azioni di brigantaggio per
iniziative politiche. Il 15 maggio 1946 veniva istituita la regione
e l'isola era così inserita di fatto nella vita del Paese e mentre
il fenomeno separatista subiva una seria battuta d'arresto pur
continuando a sussistere sotto il non meno grave aspetto
clientelare, fortemente condizionante dello sviluppo
politico-sociale dell'isola, il problema della mafia si ramificava
in gran parte della penisola.
Archeologia
I centri archeologici più importanti sono
Siracusa, Agrigento e Selinunte, i cui numerosi templi dei sec. VI e
V a. C. si differenziano per qualche aspetto, e anzitutto per la
maggiore grandiosità, da quelli della Grecia vera e propria; alcuni,
come l'Olympieion di Agrigento dai caratteristici telamoni, hanno
forme particolari. I templi più arcaici erano rivestiti di
terracotte policrome (Siracusa); alcuni templi di Selinunte erano
ornati di metope a rilievo (Palermo, Museo), che consentono di
seguire la plastica locale (influenzata da diverse scuole artistiche
greche) dagli inizi del sec. VI alla metà del V a. C. Negli ultimi
tempi si è data una nuova sistemazione ai principali monumenti di
Siracusa con la creazione di un parco monumentale nella zona del
teatro greco e delle latomie, mentre nell'isola di Ortigia si sono
trovati i resti di un tempio arcaico ionico – l'unico che si conosca
nella città dorica – allineato col vicino Athenaion, oggi
incorporato nel duomo; ad Agrigento si è identificata la topografia
urbana di tipo ippodameo e si è messo in luce un quartiere
ellenistico-romano; a Selinunte si è ricostruito il tempio E.
Importanti contributi alla conoscenza della Sicilia greca vengono
dalle ricerche di altri centri antichi: Megara Iblea, dove si è
messa in luce notevole parte della città antica; Nasso, dove si sono
scavate le mura, tratti urbani, resti del tempio di Afrodite; Gela
con gli scavi dell'acropoli, le imponenti mura in blocchi di calcare
e mattoni crudi e il vicino santuario di Bitalemi; Eraclea Minoa,
con le mura, il teatro, l'interessante impianto urbano; Imera, con i
santuari arcaici e il tempio dorico detto della Vittoria, in
riferimento alla vittoria del 480 a. C. sui Cartaginesi; Lentini,
con complesse fortificazioni ed edifici sacri e profani; Adrano, con
mura del sec. IV e resti di un'antica città indigena; Eloro, piccola
ma ben fortificata cittadina alle foci del fiume Tellaro; Camarina,
di cui si è riconosciuto lo schema ippodameo; Akrai, poco a ovest di
Palazzolo Acreide, con un piccolo ma ben conservato teatro
ellenistico e il cosiddetto bouleutérion; Tindari, con le sue
fortificazioni e il teatro ellenistico; Morgantina, con monumenti
soprattutto ellenistici e romani. Particolare interesse per
l'incontro della civiltà greca con quella indigena hanno le scoperte
di numerosi centri archeologici dell'interno (soprattutto del
retroterra agrigentino e gelese) come Monte Sabucina, Monte Bubbonia,
Butera, Monte Saraceno presso Ravanusa, Vassallaggi, Monte Raffe,
Monte Desusino. Le necropoli più antiche hanno spesso ceramica
corinzia e attica importata dalla Grecia; nel sec. IV a. C. si
svilupparono fabbriche locali di vasi imitanti quelli greci (v.
siceliota); di tarda età ellenistica è la ceramica detta di
Centuripe, a colori sovrapposti su fondo chiaro. Ricca è anche la
produzione coroplastica, con immagini di divinità per offerte votive
nei santuari e, in età ellenistica, con eleganti figurine per i
corredi tombali. Bellissima infine è la monetazione greca delle
città principali, dalla testa di Dioniso e dal Sileno accosciato di
Nasso alla testa di Apollo di Catania, dalla testa di Eracle di
Camarina all'aquila e al granchio di Agrigento o al toro con volto
umano di Gela, infine agli eccezionali tetradrammi e decadrammi di
Siracusa. Nella Sicilia occid. è ben documentata la civiltà punica.
Delle tre città in cui, secondo Tucidide, si concentrarono i Fenici
all'arrivo dei coloni greci, se Palermo punica è ancora poco nota, e
le necropoli mostrano notevoli influssi greci, Mozia è stata scavata
più estesamente (mura, porto, tophet, santuario in località
Cappidazzu, necropoli sia nell'isola sia a Birgi sulla terraferma),
mentre Solunto si presenta come una città ellenistico-romana, se pur
con diverse presenze puniche, e la Solunto più antica era
probabilmente in località Cannita a ca. 10 km da Palermo sulla
strada per Misilmeri, da cui vengono sarcofagi antropoidi. Resti
delle necropoli con belle stele dipinte si sono trovati a Lilibeo,
oggi Marsala, che fu l'ultimo baluardo cartaginese in Sicilia,
mentre a Selinunte è punica la sistemazione urbanistica
dell'acropoli e a Erice si è osservato una fase punica delle mura,
preceduta da una fase elima. A quest'ultima civiltà (v. Elimi),
ancora poco nota, sembra appartenere il grande tempio dorico di
Segesta, di cui resta quasi intatta la peristasi delle colonne. Dopo
la conquista romana alcuni centri interni furono abbandonati, ma le
città più importanti si arricchirono di monumenti tipicamente
romani, soprattutto a Siracusa (anfiteatro), a Taormina (il teatro
“greco” è di età ellenistica, e rifatto in età romana), a Tindari
(grandioso propileo chiamato comunemente basilica); cospicui anche i
resti di Termini Imerese, l'antica Thermae Himerenses. Di età
tardoromana è la grandiosa villa di Piazza Armerina, i cui mosaici
testimoniano i contatti della Sicilia con l'Africa, e quella
recentemente scoperta presso il fiume Tellaro non lontano da Eloro,
con mosaici non meno preziosi. I reperti archeologici sono raccolti
nei grandi musei nazionali di Siracusa (con reperti che risalgono
alla preistoria e alla protostoria della Sicilia) ,di Palermo, di
Agrigento ,di Gela, oltre che in numerosi musei locali, tra cui
anzitutto il Museo Archeologico Eoliano a Lipari.
Arte: dall'arte paleocristiana a quella
normanna
Pochi e alterati sono gli edifici paleocristiani
a noi pervenuti: S. Pietro a Siracusa, S. Foca a Priolo Gargallo, la
chiesa di Palagonia. Sembra che nelle più antiche costruzioni
cristiane in Sicilia fosse diffuso il tipo della chiesa
“discoperta”, divisa cioè in un santuario e in una struttura
colonnare, senza pareti laterali. Il più notevole esempio di questa
tipologia, probabilmente derivata dai luoghi di culto dei martiri,
era la chiesa palermitana di S. Maria della Pinta, distrutta nel
sec. XVII. Praticamente nulla resta del periodo bizantino (sec.
VI-IX). Poco avanza anche dell'età araba (sec. IX-XI), che pure fece
dell'isola un centro culturale di altissimo livello: resti di
fortificazione, i bagni di Cefalà Diana, una moschea incorporata in
S. Giovanni degli Eremiti a Palermo. Di ben maggiore importanza il
periodo normanno, iniziato nella seconda metà delsec. XI. Le prime
opere, probabilmente dovute a monaci cluniacensi, sono vicine a
stilemi borgognoni: così il presbiterio della cattedrale di Catania
e la chiesa del priorato di S. Andrea, presso Piazza Armerina.
Tuttavia già sul finire del sec. XI la chiesa di S. Giovanni dei
Lebbrosi, a Palermo, mostra evidente l'influsso della cultura araba.
E a iniziare dal regno di Ruggero II si sviluppò in Sicilia quella
cultura normanna che, fondendo elementi francesi, bizantini e arabi,
realizzò alcune fra le massime manifestazioni artistiche dell'Europa
medievale. A Palermo, la chiesa di S. Giovanni degli Eremiti (ca.
1132), ad aula unica con cupole, è di gusto decisamente arabeggiante,
alla pari della chiesa di S. Cataldo e di palazzi e costruzioni
civili, come la Zisa, la Cuba e la Cubula, la villa di Favara; a
schemi bizantini si rifanno invece la chiesa di S. Maria
dell'Ammiraglio, o Martorana, a croce greca con volte a botte, e la
Cappella Palatina del Palazzo Reale, di tipo basilicale. Esempio di
compenetrazione di stili diversi è il duomo di Cefalù (1131-66),
voluto da Ruggero II. La struttura esterna, con due torri in
facciata, è di derivazione nordica, ma ricoperta di decorazioni
arabeggianti, mentre l'interno si rifà evidentemente alla tradizione
basilicale bizantina. Di impronta analoga, pur nella maggiore
monumentalità e fasto, è il duomo di Monreale (iniziato nel 1174),
con facciata di tipo normanno, struttura di derivazione
paleocristiana, elementi decorativi moreschi e bizantini. Altri
monumenti del sec. XII sono il duomo di Palermo, le chiese del
Vespro e della Magione, pure a Palermo, quella dei SS. Pietro e
Paolo a Forza d'Agrò, il duomo di Agrigento, la parrocchiale di
Caltabellotta. Anche nel campo del mosaico l'età normanna giunse ad
altissimi risultati. I più antichi (ca. 1143) sono quelli della
Martorana, opera probabilmente di maestranze bizantine il cui stile
appare vicino a quello di Dafni; di poco posteriori i bellissimi
mosaici della Cappella Palatina, tra i maggiori della pittura
bizantina insieme a quelli del duomo di Cefalù (1148). Durante il
regno di Guglielmo I venne completata la decorazione della Cappella
Palatina, a opera di artisti locali, che interpretarono con
sensibilità occidentale i motivi bizantini. Poco invece è rimasto
delle decorazioni della Zisa e del Palazzo Reale. La decorazione del
duomo di Monreale, infine, ripresa dai modelli di Cefalù per la
parte absidale, è dovuta probabilmente a mosaicisti veneziani nelle
navate. Di minor importanza, rispetto alle altre arti, la scultura
del sec. XII. I telamoni dell'arca di re Ruggero nel duomo di
Palermo (1145), i capitelli dei chiostri di Cefalù e Monreale, il
candelabro pasquale della Cappella Palatina sono tutti chiaramente
influenzati dalla scultura provenzale.
Arte: dal periodo svevo al sec. XVI
Alla prima metà del sec. XIII risalgono gli
imponenti castelli federiciani di Milazzo, Siracusa (Castel Maniace),
Catania (Castello Ursino) e la severa chiesa di S. Nicola di
Agrigento, di stile ormai pienamente gotico. Il nuovo gusto si
affermò pienamente con la dominazione angioina e successivamente nel
sec. XIV, con le chiese di S. Francesco a Messina e Palermo, il
duomo di Palermo, il convento di S. Spirito a Caltanissetta, la
chiesa dell'Annunziata a Trapani e quella di S. Giorgio ad
Agrigento. Di notevole livello anche l'architettura civile, con il
palazzo Chiaramonte a Palermo (1307), il palazzo di S. Stefano e la
Badia Vecchia a Taormina. Più modeste, in questo periodo, le arti
figurative, d'influsso pisano, senese o genovese e, successivamente,
spagnolo. Notevole, però, la decorazione della sala grande di
palazzo Chiaramonte (Simone da Corleone, Cecco di Naro e Dareno da
Palermo). L'architettura del sec. XV vide il prevalere di forme
gotiche catalane, interpretate con gusto sobrio (palazzo Corvaia a
Taormina, palazzo Bellomo a Siracusa). Notevoli le personalità di A.
Gambara e M. Carnelivari, massimo architetto del secolo (S. Maria
della Catena e palazzo Aiutamicristo a Palermo). Nel secolo
successivo influssi rinascimentali vennero importati dai Gagini (S.
Maria di Portosalvo a Palermo, di A. Gagini) e da
scultori-architetti toscani. Poco resta delle loro realizzazioni a
Messina, mentre maggiori testimonianze si conservano a Palermo (S.
Giorgio dei Genovesi, di Giorgio di Facco, 1591). La scultura
rinascimentale in Sicilia ebbe inizio con l'opera di D. Gagini e F.
Laurana, continuò poi con l'attività della bottega gaginesca, attiva
in Palermo. Solo verso la metà del sec. XVI la presenza nell'isola
di A. Montorsoli, A. Calamech e C. Camilliani importò più mature
forme del manierismo toscano. Nel campo della pittura, la figura di
Antonello da Messina è dominante e trascende l'ambito regionale. Tra
gli altri artisti, possono essere ricordati in particolare A.
Giuffrè (sec. XV), R. Quartararo (notizie 1484-1501) e il misterioso
autore, che è stato identificato, tra gli altri, con Pisanello, del
Trionfo della Morte, grande affresco eseguito per il palazzo
Sclafani a Palermo e ora conservato nella Galleria Regionale della
Sicilia della stessa città.
Arte: dal sec. XVII a oggi
Di elevato livello appare l'architettura
siciliana dei sec. XVII-XVIII, sebbene non manchino goffe
ripetizioni dei motivi del barocco spagnolo. Fra i maggiori
esponenti, P. e G. Amato, attivi a Palermo (SS. Salvatore e Paolo),
vicini in parte al gusto manieristico. Notevole, dopo il terremoto
del 1693, fu l'opera di ricostruzione nella Sicilia orient., con la
costituzione di organismi urbani spesso di notevole gusto e
imponenza (Noto, Grammichele, Avola, Ragusa, Modica). Si distingue
in questo ambito l'opera di G. B. Vaccarini (1702-1769), cui si deve
la ricostruzione di Catania; suoi capolavori sono il Collegio
Cutelli e la chiesa di S. Agata, borrominiana. Notevole, a Siracusa,
l'opera di G. Vermexio e A. Palma. Importante esponente della
scultura fu G. Serpotta (1656-1732), abilissimo stuccatore, autore
di mirabili decorazioni in chiese e oratori, specie di Palermo, di
livello talora eccezionale. Di minore importanza la pittura,
influenzata dal passaggio di Caravaggio e di A. Van Dyck; le
maggiori figure sia del sec. XVII (P. Novelli) sia del XVIII (F.
Randazzo, O. Sozzi, V. d'Anna) non superarono in genere l'ambito
locale. Il fiammingo italianizzato M. Stomer, particolarmente
influenzato da Gherardo delle Notti, ne divulgò in Sicilia i modi e
la tipica tecnica luministica. Di qualche rilievo, all'inizio del
sec. XIX, le realizzazioni neoclassiche degli architetti V.
Marvuglia a Palermo e G. Minutoli a Messina, mentre alla fine
dell'Ottocento creazioni di una certa originalità si devono a E.
Basile (villa Igea a Palermo), architetto aperto alle esperienze
dell'Art Nouveau. Successivamente l'arte siciliana si confonde con
le varie correnti italiane e internazionali. Per ciò che riguarda la
pittura bisogna però ricordare R. Guttuso, la cui opera, pur
trascendendo l'ambito regionale, rappresenta una significativa e
profondamente radicata testimonianza della vicenda artistica e della
storia siciliana.
Arte: le arti minori
Di grande importanza fu l'arte tessile che,
affidata alla fabbrica reale palermitana, si valse dapprima di
operai arabi, ai quali si devono probabilmente i paramenti per
l'incoronazione di Ruggero I (1130), fra cui il famoso manto del
Tesoro di Vienna, di seta purpurea ricamato in oro, perle e smalti,
con il motivo orientale dei cammelli araldici azzannatidai leoni.
Con l'arrivo dei prigionieri tebani e corinzi che insegnarono ai
siciliani l'arte della seta bizantina, le due tradizioni si fusero e
nacque un'arte palermitana del tessuto, spesso impreziosito da
ricami (broccato della tomba di Enrico VI, 1197, Londra, Victoria
and Albert Museum). Fiorente fu anche l'arte della ceramica,
soprattutto nei centri di Palermo, Sciacca, Trapani e Caltagirone e,
nell'ambito dell'arte popolare, la produzione dei famosi “pupi”,
degli ex voto, dei tipici carretti adorni di pitture.
Teatro
Al sec. XV risale il più antico testo che ci sia
pervenuto, una Resurrectio Christi del siracusano Marco De Grandi,
dove parlano in dialetto tutti i quarantadue personaggi, compreso
Gesù. Allo stesso secolo risalgono anche farse che attestano
l'esistenza di un teatro profano, tollerato dalle autorità
ecclesiastiche solo a carnevale. Nel Cinquecento i buffi delle farse
siciliane s'inserirono anche nella commedia erudita in lingua,
mentre nel secolo successivo comparvero copioni di modesto interesse
(come La Dalila, 1630, di Vincenzo Galati) scritti interamente in
vernacolo. Più significativa fu la vastasata (da vastasi, facchini),
un genere teatrale nato verso la fine del Settecento e destinato
alle piazze: fatti del giorno e temi della vita quotidiana furono i
temi di questi canovacci affidati soprattutto all'improvvisazione
degli attori. Protagonista era la maschera di Nofriu, resa illustre
dall'attore Giuseppe Marotta. Alla vastasata seguì nell'Ottocento la
pasquinata, imperniata sul personaggio di Pasquino (massimo
interprete Giuseppe Colombo), che diede spazio sia alla satira
politica, sia, per la prima volta, ai temi della passione e della
gelosia. Ma il teatro siciliano moderno ebbe inizio nel 1863, anno
in cui al teatro Sant'Anna di Palermo l'attore Giuseppe Rizzotto
mise in scena il dramma I mafiusi di la Vicaria, scritto con il
maestro elementare Gaspare Mosca, che, nonostante un moralismo di
superficie, mostrava spiccate simpatie per l'“onorata società” e
ottenne consensi non solo sull'isola ma sul continente e nelle
Americhe. Poi nel 1880 il puparo Angelo Grasso, che dirigeva il
teatro Machiavelli di Catania, tentò senza molta fortuna di recitare
“in persona”. Ne seguì l'esempio il figlio Giovanni, che alternò
dapprima le rappresentazioni dei pupi* a farse (nelle quali
interpretava ancora il personaggio di Nofriu) e a riduzioni sceniche
di novelle popolari, e formò poi (1899) una propria compagnia,
patrocinata dal commediografo Nino Martoglio, che in breve tempo
trionfò sui palcoscenici d'Italia, d'Europa e d'America, in un
repertorio violentemente realistico – Otello e La morte civile di P.
Giacometti, Malia di Capuana e Cavalleria rusticana di Verga, La
zolfara di G. Giusti-Sinopoli e La figlia di Iorio di D'Annunzio,
tradotta in siciliano da G. A. Borgese – nel quale Giovanni Grasso
tuonava e squassava con risultati che gli assicuravano i consensi
anche degli spettatori più esigenti. Le sue primattrici furono Mimi
Aguglia, Marinella Bragaglia e Virginia Balistrieri. Tra i suoi
attori, con il figlio Giovanni jr. che ne riprenderà i successi, fu
anche il giovane Angelo Musco. Fu poi quest'ultimo a impersonare
l'altro filone del teatro siciliano, quello caricaturale e
buffonesco, con strade aperte verso il grottesco e verso un delirio
al limite della tragicità. Scrissero tra gli altri per la sua
compagnia, costituitasi nel 1914 e acclamata per oltre un ventennio,
Capuana (Il paraninfo), Martoglio (San Giuvanni decullato, L'aria
del continente) e Pirandello ai suoi primi approcci con il teatro (Lumie
di Sicilia, Liolà, Pensaci Giacomino, Il berretto a sonagli, La
giara). Morto Musco nel 1937, quando ormai da un quindicennio
recitava soprattutto modesti copioni costruiti sulla sua misura, ne
hanno ereditato il repertorio prima Michele Abbruzzo, in coppia con
Rosina Anselmi già primattrice di Musco, poi Turi Ferro, eccellente
attore anche in lingua.
Folclore
La complessità e la ricchezza del folclore
siciliano sono testimoniate dalla Biblioteca delle tradizioni
popolari siciliane, la monumentale opera in 25 volumi di G. Pitré; e
non c'è nulla di più utile per chi voglia conoscere il patrimonio
folcloristico siciliano che una visita al Museo Pitré di Palermo,
dove si trovano i costumi e gli strumenti di lavoro del passato, gli
oggetti magici, non del tutto scomparsi (dai nodi per legare a sé la
persona amata alle forbici per tagliare la strada ai malefizi), gli
ex voto dipinti sul vetro, i “pupi”con tanto di elmo e corazza e gli
ornamenti dei famosi carretti. Il culto delle acque, tipico di una
popolazione legata alla terra, caratterizza la civiltà dei Sicani e
dei Siculi: il ribollire dei crateri sorgenti presso il tempio dei
Palici, tra Mineo e Palagonia, era considerato un fenomeno sacro per
eccellenza, e pertanto in quel luogo si facevano i giuramenti e si
condannavano gli spergiuri: di qui discende la forza etica che
assume, nelle tradizioni popolari siciliane, il giuramento, sempre
accompagnato con una sanzione (tipica la frase: privu di la vista di
l'occhi!, che io possa perdere la vista degli occhi). La formazione
del patrimonio folcloristico siciliano porta però, soprattutto,
un'impronta greca e la mitologia greca sopravvive, in Sicilia, nei
miti popolari: la ninfa Ciane, fedele compagna di Proserpina,
trasformata in sorgente limpida come le sue lacrime per la perdita
dell'amica, è divenuta a Modica la “monachella della fontana” e ha
un posto tra gli esseri mitici che accompagnano la vita popolare;
come le donni di notti, geni dalle chiome nerissime che abitano,
come le ninfe greche, i giardini, le macchie, i boschi dei Nebrodi.
Dopo la dominazione romana, si deve agli Arabi l'arricchimento del
patrimonio linguistico-poetico siciliano. Molte parole siciliane
sono di origine araba (si pensi a gibel, montagna, donde Mongibello,
Gibellina, ecc.), come arabe sono le immagini che hanno dato ai
canti popolari siciliani un tono esotico, nettamente orientale. È
merito dei Normanni l'ulteriore arricchimento del mondo poetico
siciliano. Con il re Ruggero entrano a Palermo i guerrieri del ciclo
carolingio, che passeranno, nell'Ottocento, nel teatro dei pupi e
sulle fiancate dei carretti. Mentre in Francia, patria d'origine
della tradizione epico-cavalleresca, il mondo leggendario dei
paladini è scomparso, esso si è mantenuto in Sicilia, anche se oggi
il teatro dei pupi è in declino. Per mezzo dei cantastorie la
tradizione ha conservato racconti in ottave ispirati all'epica
medievale, a episodi storici divenuti leggendari, e anche a episodi
di cronaca nera. Ma il repertorio dei cantastorie si è rinnovato,
grazie ai testi di un autentico poeta come Ignazio Buttitta e alle
interpretazioni di un geniale cantastorie, Ciccio Busacca. Al
patrimonio mitico dei cantastorie si lega il mondo delle credenze e
delle leggende: nel Messinese è viva la figura di un fantastico
personaggio marino, Colapesce, un pescatore divenuto mezzo uomo e
mezzo pesce, mentre a Modica è celebre la leggenda della sirena che,
nella notte del 24 gennaio, emerge dal fondo marino, cantando
dolcemente. Innumerevoli sono le leggende che riguardano le
truvaturi, cioè i tesori nascosti da forze occulte per attirare gli
uomini più audaci. Per il ciclo della vita umana è da mettere in
risalto la grande importanza data ai segni del lutto. Prima della
sepoltura il rèpitu o pianto funebre veniva eseguito da prefiche o
donne della famiglia, davanti al cadavere, e dopo il seppellimento
al cimitero aveva luogo lu cunsulu, banchetto funebre con vivande
fornite da amici ai parenti del defunto; il suo significato è
appunto la ripresa del ritmo consueto della vita che si era
interrotto per la morte. Per quanto riguarda le usanze relative al
lavoro ricordiamo l'uccisione dei tonni della tonnara: una specie di
corrida tutta siciliana, non a caso chiamata mattanza, dallo
spagnolo matar. Accanto alla pesca del tonno è altrettanto celebre
la pesca del pesce spada, per la quale Messina vanta peculiari forme
di folclore marinaro. Per la pesca del pesce spada muovono di buon
mattino due barche, una piccola e una più grande (feluca) munita di
un'altissima antenna (ca. 22 metri) in cima alla quale sta 'u'ntinnaru,
un uomo legato per la cintola all'estremità dell'antenna. Questa
vedetta avvista per prima il pesce spada e lo segnala agli altri
pescatori: Va iusu! grida se il pesce spada si muove in direzione
della città; Va susu! se invece si muove verso il capo Faro; Va
intra! se verso la costa sicula; Va fora! se invece prende il largo.
Appena la preda è scorta, i pescatori fanno forza coi remi nella
direzione indicata e, quando giungono a tiro, un pescatore lancia un
arpone dotato di una punta speciale che si apre quando è penetrata
nel corpo del pesce. Anche la vita agricola è ricca di folclore in
Sicilia. Lungo il tratto compreso tra Altavilla e Cefalù, gli olivi
d'argento sono così antichi che i contadini li fanno risalire
all'epoca dei Saraceni, fino a chiamare ogni grande olivo, più
brevemente, saracinu. Antichi riti sopravvivono ancora nella vita
dei contadini nella piana di Catania. In certe zone la trebbiatura
viene compiuta ancora facendo battere le spighe del grano sull'aia
da una coppia di mule, guidate dal caccianti; gli altri lavoranti (turnanti)
risospingono verso il centro le spighe che le mule fanno saltare
correndo. La sera dell'Ascensione, s'innalzano verso il cielo 'i
vamparigghi, i falò purificatori degli antichi culti. A Trapani sono
tipiche le cantilene intonate dai salinari, alcune delle quali
assolvono anche la funzione di indicare al “segnalatore” il numero
delle carteddi, delle ceste di sale portate. A Marsala, infine, sono
caratteristici i canti della vendemmia; al tramonto, i vendemmiatori
iniziano la loro festa: pifferi, cornamuse, violini, accompagnati
dal flautare orientale del taballe. Innumerevoli sono le feste
religiose, e non è possibile pertanto un loro esame analitico. Si
accenna soltanto alle più importanti, a cominciare dal celeberrimo
fistìnu di Santa Rosalia a Palermo, che culmina il 15 luglio con la
processione dell'urna della santa. A Catania, il 3 febbraio, si
svolge la festa di Sant'Agata con la processione delle cannaroli,
grandi ceri di legno dorato e dipinto, alti circa sei metri, portati
dagli appartenenti alle antiche corporazioni; segue nei due giorni
successivi la processione dello scrigno con le reliquie della santa,
fra canti e fuochi artificiali. Per la settimana santa, particolari
forme drammatiche assume a Caltanissetta la processione dei misteri,
16 gruppi artistici in legno (li variceddi), rappresentanti i vari
momenti e personaggi della Passione. A Caltagirone il giorno di
Pasqua ha luogo la “giunta”, cioè la processione con l'incontro
delle statue della Madonna e di Gesù. A Messina, il 14 agosto, si
svolge la passeggiata dei “giganti”, due grandissime statue lignee,
raffiguranti un guerriero moro e la gigantessa adorna di una corona
turrita: vengono chiamati anche Cam e Rea, mitici fondatori di
Messina. Il giorno seguente, festadell'Assunta, si porta in
processione la vara, grande carro sormontato da una piramide di
angeli, con in cima la Madonna. Le feste sono spesso accompagnate
dalle danze, come le tarantelle in costume e l'antica siciliana*,
ormai entrata nell'ambito della musica colta. Quanto ai costumi, è
d'obbligo ricordare almeno i pittoreschi e vistosi costumi di Piana
degli Albanesi. Nel campo dell'arte popolare, s'impone naturalmente
il carretto siciliano, per la sua decorazione, specie nelle
fiancate, dipinte con arte naïve, espressiva per intensità di colori
e per il valore sintetico dei gesti; tutta la struttura del carretto
richiama spunti architettonici arabo-normanni. Sempre nel campo
dell'arte popolare, la ceramica ha il suo centro principale a
Caltagirone: le lucerne a olio riproducono fedelmente forme
antichissime; le graste, vasi per erbe odorose e fiori, erano già
usate nel Trecento e una è ricordata da Boccaccio; lo ziro
(dall'arabo zir), grande orcio di terra, viene fabbricato a
Partinico, a Salemi, a Marsala; le giare sono grandi vasi per acqua
la cui forma ovoidale si riallaccia ai prototipi greci. Si ricorda
inoltre il rutilante mercato di Palermo, illustrato dall'arte di R.
Guttuso con La vuccirìa.
Gastronomia
La cucina siciliana, tipicamente mediterranea,
deriva la sua particolarità dall'attaccamento alle tradizioni e ai
costumi del passato, dall'apporto arabo, riconoscibile nell'uso di
prodotti prima sconosciuti (agrumi, riso, droghe) e
dall'accostamento di elementi disparati per ottenere sapori
complessi. Quest'ultima caratteristica fa sì che molte specialità
possano essere realizzate in parecchie versioni, dalla più semplice
alla più ricca; esempio tipico la caponata, che da una base di
verdure fritte separatamente può arrivare a includere gli elementi
più disparati: mandorle, polpi, bottarga, coda d'aragosta, ecc.
Piatto forte di questa cucina è senz'altro la pasta (si sostiene
anzi da alcuni che la pasta sia una creazione siciliana), condita
con abbondanza e fantasia: gli ingredienti sono verdure (broccoli,
melanzane, pomodori, ecc.) e pesce (acciughe, tonno, seppie e
soprattutto sarde). Di largo consumo sono anche pizze e focacce in
numerose varianti (sfinciuni, scacciata, 'mpanata), frittelle (crispeddi,
panelle), pagnotte variamente imbottite e passate in forno caldo (caciottu,
guastiedda, 'mmiscata). Il riso è considerato alimento di ripiego e
viene per lo più consumato sotto forma di arancini*. La scarsa
disponibilità di bestiame bovino ha ridotto a poche le specialità a
base di carne, di solito mascherata con altri sapori, spezie e salse
(farsumagru, involtini di vitello, e soprattutto polpette), mentre
si fa molto consumo di salsicce di maiale. Il pesce invece entra di
frequente nell'alimentazione dei Siciliani, essendo fresco e
abbondante ovunque: acciughe, orate, spigole, triglie e soprattutto
sarde, tonno e pesce spada, elaborati nei modi più diversi, ma
sempre con l'aggiunta di erbe aromatiche e sapori piccanti. La
gastronomia siciliana si avvale in abbondanza di erbe e verdure
domestiche e selvatiche, dai broccoli neri o verdi ai finocchietti,
dagli asparagi alle bietole e ai caliceddi (erbe amare), dai
carciofi alle melanzane, che hanno un posto preminente sia da sole
(alla parmigiana, ripiene) sia come accompagnamento alla pasta o ad
altre verdure (con i peperoni, in caponata, ecc.). La produzione di
latticini è abbondante; si ricordano il canestrato, che fresco
prende il nome di tuma, e di primu sali quando viene salato, il
piacintinu, reso pizzicante da pepe in grani, il caciocavallo, la
ricotta. Un discorso a parte merita la pasticceria, influenzata dal
contatto arabo, e dominata da tre ingredienti: mandorle, pistacchi e
miele, che insieme sono la base di uno squisito torrone. La pasta di
mandorle (o pasta reale) è la materia prima della frutta alla
martorana (dal monastero omonimo), dei cardinali, dei dolci di
riposto, ecc. Altre notissime specialità sono la cassata, la frutta
candita, i cannoli, i mostaccioli, le ossa di morto, ecc. Come vini
la Sicilia offre i bianchi e i rossi dell'Etna, il faro messinese,
il corvo, ma soprattutto i vini da dessert per cui va famosa: dal
marsala (il più diffuso nel mondo) al moscato di Pantelleria e di
Siracusa, dal passito alla malvasia di Lipari e di Milazzo.
Campagna di Sicilia
Nella II guerra mondiale, conquistata la Tunisia
(13 maggio 1943) gli Alleati diedero subito il via all'operazione
Husky (sbarco in Sicilia) mentre una grande incertezza dominava gli
Stati Maggiori italiano e tedesco circa le intenzioni avversarie.
Alcuni ritenevano che gli Anglo-Americani sarebbero sbarcati in
Sardegna, altri nei Balcani, mentre non si escludeva un'azione in
Toscana-Liguria. La Sicilia non sembrava un direttivo logico, in
quanto si riteneva assurdo che gli Alleati – padroni del mare e del
cielo – iniziassero l'attacco alla “fortezza europea” proprio
partendo dalla regione più lontana per risalire poi tutta l'Italia.
Sicché, quando fu deciso di iniziare l'organizzazione difensiva
dell'isola (10 giugno) era ormai troppo tardi. L'11 giugno
Pantelleria si arrese agli Alleati; due giorni dopo caddero Linosa e
Lampedusa. Iniziò allora un sistematico bombardamento aereo
dell'isola che si prolungò sino all'alba del 10 luglio quando, fra
Licata e La Maddalena (Siracusa), ebbero inizio le operazioni di
sbarco a opera del XV gruppo di armate (generale Alexander), della
VII armata americana (generale Patton) e dell'VIII armata britannica
(generale Montgomery). Il giorno successivo Augusta e Siracusa erano
già saldamente in mano alleata mentre la reazione italo-tedesca era
bloccata dal fuoco della marina. Il 14 luglio la VII armata
britannica e l'VIII americana operavano il congiungimento che
assicurava loro il possesso degli aeroporti di Ragusa e di Comiso.
La difesa si organizzò allora nella piana di Catania bloccando
l'avanzata di Montgomery, ma non le truppe di Patton che,
sconvolgendo tutti i piani, puntò su Palermo, se ne impadronì il 22
luglio e si diresse quindi verso Messina nella speranza di tagliare
la ritirata alle truppe italo-tedesche. Intanto nuove forze erano
sbarcate a Siracusa e a Palermo; Catania cadeva il 5 agosto. Agli
Italo-Tedeschi non rimase che la ritirata su Messina e, quindi,
l'evacuazione (17 agosto) dell'isola. La campagna di Sicilia costò
la perdita di 120.000 italiani, 40.000 tedeschi e 31.158 alleati.
Regno di Sicilia e Puglia
Denominazione dei domini che Ruggero II si fece
riconoscere da papa Innocenzo II (1139) comprendenti territori
dell'Italia insulare e meridionale. Il regno comprendeva: ducato di
Puglia e Calabria, principato di Taranto, Terra di Bari (Sicilia),
Otranto e varie altre circoscrizioni minori. Il termine si mantenne
anche durante i regni degli Altavilla, degli Hohenstaufen e degli
Angioini.
Regno delle Due Sicilie
Denominazione con cui fu indicato fino al 1860 lo
Stato costituito dal Regno di Napoli e dal Regno di Sicilia. Fu
originata dal fatto che, dopo la guerra del Vespro, portarono il
titolo di re di Sicilia tanto gli Aragonesi, effettivi sovrani
dell'isola, quanto gli Angioini, re di Napoli, ma pretendenti sempre
al dominio di Sicilia. Con una finzione giuridica, da allora si
distinsero anche due Sicilie: una di qua e una di là dal Faro, per
cui, quando nel 1443 Alfonso di Aragona riunì in sé le due corone,
assunse anche il titolo di re delle Due Sicilie (rex utriusque
Siciliae). Spezzatasi l'unità alla sua morte (1458), il titolo venne
ripreso dai Borboni (1734), che lasciarono però i due regni
reciprocamente autonomi fino all'unificazione politica e
amministrativa attuata da Ferdinando I (III di Sicilia e IV di
Napoli), che con la legge del 22 dicembre 1816 istituì il Regno
delle Due Sicilie. |