Le Regioni italiane: la storia, il territorio, l'economia, l'arte, la cultura.

Toscana

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Regione (22.992 km2; 3 milioni 510.000 ab.) dell'Italia centr., estesa sul versante occid. dell'Appennino e comprendente le isole dell'Arcipelago Toscano: si affaccia al mare a W e a SW e confina con la Liguria a NW, l'Emilia-Romagna a N, le Marche e l'Umbria a E, il Lazio a SE . Capoluogo regionale è Firenze. Amministrativamente è divisa nelle province di Arezzo, Firenze, Grosseto, Livorno, Lucca, Massa-Carrara, Pisa, Pistoia, Prato e Siena.

La regione fu chiamata Etruria in età classica, Tuscia a partire dal sec. III, Toscana dal sec. X. La Toscana ha forma triangolare e, pur non avendo unità geografica, ha una sua particolare fisionomia, dovuta anche all'eterogeneità e alla complementarità delle sue parti costitutive. I suoi confini sono naturali solo nel settore nord-occid.; a NE travalicano in vari punti lo spartiacque dell'Appennino Tosco-Emiliano inglobando le alte valli del Reno, del Santerno e del Lamone, tributarie del Mar Adriatico; a E si stendono sulle valli superiori della Marecchia e del Foglia, pure tributarie del Mar Adriatico, e sull'alta valle del Tevere; mentre a SE e a S sono del tutto convenzionali, dovuti a un complesso di fattori storico-culturali.

Geomorfologia

Il territorio presenta una conformazione morfologica varia e complessa per l'alternanza di allineamenti montuosi e collinari, bacini intermontani e lembi di pianura disposti in modo apparentemente assai inorganico. Prevalgono le rocce argillose, arenacee e marnose, facilmente erodibili, che conferiscono al paesaggio toscano le sue caratteristiche forme molli e ondulate; dove affiorano i calcari, le forme si fanno più aspre e dirupate. Si possono distinguere i rilievi dell'Appennino Tosco-Emiliano vero e proprio dai raggruppamenti montuosi e collinari dell'Antiappennino (o Preappennino), separati dall'Appennino da una linea immaginaria che collega Montecatini Terme con Chiusi; dell'Appennino fanno parte le catene più elevate lungo la fascia spartiacque, il gruppo del Pratomagno, tra il Casentino e il Valdarno Superiore, i Monti del Chianti, a SW del Valdarno Superiore, e la catena meridiana che si allunga da N a S, delimitata a W dal Casentino e dalla Val di Chiana e a E dalla Val Tiberina; sul versante interno si dipartono dalla dorsale le Alpi Apuane. All'Antiappennino Toscano appartengono il massiccio trachitico del m.Amiata e le Colline Metallifere. Di notevole interesse specialmente per l'insediamento umano sono i bacini intermontani, che conservano lo stesso orientamento, in prevalenza NW-SE e N-S, degli allineamenti montuosi; i più vasti e meglio definiti sono, dai confini con la Liguria a quelli con l'Umbria: la Lunigiana, corrispondente alla valle superiore della Magra; la Garfagnana, tra le Alpi Apuane e la catena spartiacque appenninica, che corrisponde al bacino superiore del Serchio; il bacino di Firenze; il Mugello, cioè l'alta valle della Sieve; il Valdarno Superiore, tra il Pratomagno e i Monti del Chianti; il Casentino, anch'esso percorso dall'Arno e posto tra il Pratomagno e l'Alpe di Catenaia; la Val di Chiana, che si estende tra la conca d'Arezzo e i laghi di Chiusi e di Montepulciano; e infine il settore superiore della Val Tiberina, che si apre tra l'Alpe di Catenaia e l'Alpe della Luna. Le pianure più estese sono il Valdarno Inferiore, la Versilia ai piedi delle Alpi Apuane e le piane costiere della Maremma. La costa presenta ampie falcature sabbiose tese tra promontori rocciosi, i più tipici dei quali sono quelli di Piombino, di Punta Ala e di Monte Argentario.

Il clima

Il clima è temperato ma con notevoli variazioni da zona a zona, dovute alla distanza dal mare, all'altitudine e alla disposizione dei rilievi. In genere le temperature diminuiscono dalle regioni costiere della Maremma, a SW, alla fascia montuosa appenninica, a NE. Le precipitazioni tendono a concentrarsi nei mesi primaverili e autunnali; le aree più piovose sono quelle appenniniche e preappenniniche nord-occid., cioè la catena principale dell'Appennino a SE della Lunigiana e le Alpi Apuane, nonché il Pratomagno, l'Alpe di Catenaia, i Monti del Chianti, il gruppo del m. Amiata e le parti più elevate delle Colline Metallifere; quelle più asciutte sono la fascia costiera, le pianure e i bacini intermontani. I fiumi toscani hanno portate irregolari, regime torrentizio e percorsi tortuosi per la necessità di adattare il loro corso alla frammentarietà morfologica della regione. Se si escludono gli alti corsi del Reno, del Santerno, del Lamone, della Marecchia e del Foglia, tributari del Mar Adriatico, tutti i corsi d'acqua toscani mandano le loro acque al Mar Tirreno. I principali sono il Tevere, che però interessa la regione solo con un tratto del suo corso superiore; l'Arno, che percorre il Casentino e il Valdarno; la Sieve (Mugello), il Bisenzio, la Greve, la Pesa, l'Elsa e l'Era, suoi affluenti; la Magra e il Serchio, che percorrono rispettivamente la Lunigiana e la Garfagnana; la Cecina, l'Ombrone e l'Albegna, che si aprono il corso tra i rilievi dell'Antiappennino.

Geografia umana

Negli ultimi decenni il ritmo d'incremento della popolazione è andato diminuendo, a causa soprattutto del forte calo della natalità: l'indice relativo è, infatti, uno dei più bassi d'Italia (7,3‰ contro il 9,7‰ della media nazionale). La densità demografica (153 ab./km2) è inferiore a quella media nazionale; la popolazione è distribuita in modo assai ineguale. Le aree dove maggiore è la concentrazione demografica sono il Valdarno Inferiore, il bacino di Firenze, la fascia pedemontana della Lucchesia e del Pistoiese, la Versilia con il versante esterno delle Alpi Apuane; zone di media densità sono alcuni bacini intermontani, quali la Garfagnana, il Mugello, il Casentino e la Val di Chiana; scarsamente abitate sono le zone montuose più elevate dell'Appennino, quasi tutta la regione collinare preappenninica e la Maremma.

Economia: agricoltura

L'agricoltura conserva una posizione ragguardevole nel quadro dell'economia toscana, che ha nel turismo un altro punto di forza. I principali prodotti agricoli sonoi cereali, le olive, l'uva da vino, gli ortaggi (specialmente carciofi, asparagi, cavolfiori e pomodori) e la frutta; rilevante è pure la produzione di funghi e di castagne. Importanza minore hanno la pesca e l'allevamento del bestiame. Dal sottosuolo si estraggono lignite (Valdarno), marmi (Alpi Apuane), marne da cemento, salgemma, piriti, minerali ferrosi (isola d'Elba) e vapore d'acqua, utilizzato per la produzione di energia elettrica; inattive le miniere di mercurio del m. Amiata. L'industria di trasformazione, ubicata in prevalenza nella valle dell'Arno tra Pisa e Montevarchi, nella fascia pedemontana tra Lucca e Firenze e in alcune zone costiere, annovera numerose imprese dalle dimensioni per lo più medie e piccole, operanti nei settori metallurgico, meccanico, alimentare, tessile, chimico, conciario, calzaturiero, grafico-editoriale, dell'abbigliamento, del mobilio e dei materiali da costruzione. In continua espansione è il turismo, che ha i suoi maggiori centri d'interesse in alcune fra le più importanti città storico-artistiche d'Italia, quali Firenze, Siena, Pisa, Lucca, San Gimignano, Volterra, Montepulciano e Pienza, nelle stazioni idrominerali di Montecatini Terme, Chianciano Terme e Monsummano Terme e in quelle balneari, fra le quali emergono Viareggio e Forte dei Marmi.

Storia antica: gli Etruschi

Popolo dell'Italia antica affermatosi, nell'area corrispondente alla Toscana e al Lazio sett., a partire dal sec. VIII a. C. Nella loro lingua si chiamavano Rasena o Rasne, in greco Tyrrenoi. Sulla loro origine e provenienza non ci sono notizie sicure. Secondo la tradizione, rappresentata da Erodoto, sarebbero emigrati in Toscana dall'Asia Minore (Lidia); secondo altra tradizione, adombrata in Livio, vi sarebbero invece arrivati dal nord; secondo una terza tradizione, appoggiata dallo storico Dionigi d'Alicarnasso, sarebbero invece autoctoni. Gli studiosi moderni hanno valorizzato l'una o l'altra tradizione. Probabilmente c'è del vero in ognuna nel senso che dall'Asia Minore si effettuò un'immigrazione in Toscana di gruppi isolati, apportatori di una civiltà evoluta, attratti dalle ricche miniere della regione, e questo spiegherebbe l'improvviso esplodere della civiltà etrusca tra il sec. VIII e il VII a. C. e le molte affinità che si rilevano nei costumi, nella lingua, nell'arte e nella religione degli Etruschi con il mondo egeo-anatolico. Fa contrasto il costume nei rapporti col mondo femminile. Si sa infatti che presso gli Etruschi le donne assistevano alle feste con gli uomini.

In Toscana tali gruppi si sovrapposero, sfruttandone, valorizzandone, stimolandone le energie latenti, sugli elementi villanoviani, che, conoscitori del ferro, vi erano giunti dal nord, o dall'opposta sponda adriatica, all'alba del 1000 ca. a. C., sovrapponendosi a loro volta agli abitanti insediati nella regione fin dall'età neolitica. In altre parole, gli Etruschi possono essere risultati dalla fusione di tre componenti etniche, quella orientale, quella nordica, quella autoctona, cioè costituirono un popolo del tutto nuovo. Un popolo che però non arrivò mai a formare un'unità politica compatta, che non agì mai come nazione. Era invece costituito da numerose città tra le quali erano importanti, a S della Toscana, Cere, Tarquinia, Vulci, Veio, Volsini; al centro Chiusi, Cortona, Arezzo, Perugia, Roselle, Vetulonia, Populonia; a N Pisa, Fiesole, Volterra, governate prima da re (lucumoni), poi da oligarchie. Tali città si raggruppavano talora in confederazioni o leghe di natura religiosa. Fattesi col tempo opulente per i prodotti delle terre circostanti, coltivate specialmente a frumento e con fiorenti allevamenti animali, e grazie alle miniere e ai traffici, riuscirono ad affermarsi rapidamente, creando grande prosperità dappertutto, così da condizionare, tra il sec. VII e il V a. C.: a N l'espansione nella valle Padana, dove si affermarono specialmente le città di Felsina (Bologna) e Marzabotto, collegate, verso l'Adriatico, con Spina, mediatrice degli influssi del mondo greco, e propizianti da nord il ricco commercio dell'ambra e dello stagno; a S la supremazia nel Lazio e la forte presenza in Campania; sul mare la gara serrata con le marinerie cartaginesi e greche. Anche se Roma non fu mai in stabile dominio etrusco, tuttavia la dinastia dei Tarquini, re di provenienza etrusca, riflette il prestigio e l'importanza delle città etrusche merid., con tante tracce incancellabili lasciate nella religione, negli usi, istituti, edifici di Roma, largamente confermate anche dall'archeologia. Il massimo di prosperità e di espansione fu raggiunto dagli Etruschi verso la metà del sec. VI a. C., tanto che, nel 535, alleati dei Cartaginesi, sconfissero, nella battaglia di Alalia, davanti la Corsica, i Focesi di Marsiglia, potentissimi sul mare. Il loro arresto cominciò invece sul finire del secolo e fu seguito da declino nel sec. V a. C. Prima fu Roma a liberarsi dalla loro supremazia con la cacciata, verso il 510, dei Tarquini; poi se ne liberarono i Latini, che, sostenuti da Aristodemo di Cuma, ad Aricia, nel 506, li sconfissero in battaglia. Gli avamposti degli Etruschi in Campania rimasero così isolati e si indebolirono dopo la sconfitta navale che essi subirono a Cuma nel 474, andando del tutto perduti nel 423 con la conquista di Capua da parte dei Sanniti. Al nord la discesa dei Galli travolse i centri etruschi della Valle Padana all'inizio del sec. V a. C. Nel 396 Roma conquistava Veio estendendo la sua influenza su tutta l'Etruria meridionale. Per più di due secoli gli E., su iniziativa dell'una e dell'altra città, ostacolarono l'ulteriore espansione romana. Nel 295, coalizzati con gli Umbri, i Galli e i Sanniti, furono sconfitti dai Romani in una grande battaglia a Sentino: nel giro di qualche decennio furono completamente assoggettati da Roma che li incluse, mediante trattati particolari, nella serie dei suoi alleati nella penisola, finché non concesse loro la cittadinanza romana con la guerra sociale del 90 a. C.

Nonostante la perdita dell'autonomia politica, gli Etruschi continuarono però a esercitare anche in seguito una grande influenza in Italia, sul piano culturale, religioso, artistico. Roma, che sotto Augusto aveva fatto dell'Etruria la settima regione d'Italia, assorbì molto da essi nelle istituzioni, nei modi di vita, nella lingua, nei gusti, l'amore per il lusso, i banchetti, le danze, la musica, come si trova attestato nelle pitture tombali. Lo spirito creativo del popolo etrusco (l'abile artigianato, la tecnica approfondita) riemergerà dopo molti secoli nella Toscana dell'età rinascimentale.

Religione etrusca: Reperti epigrafico-archeologici e fonti latine forniscono un buon numero di nozioni sulla religione degli Etruschi, e tuttavia non è possibile darne un quadro organico, data la frammentarietà della documentazione: era certamente una religione di tipo politeistico, però di gran parte degli dei si conosce soltanto il nome, e spesso non si sa neppure se si tratti effettivamente di nomi divini. L'identificazione approssimativa, e in qualche caso soltanto ipotetica, di alcune divinità si fonda sulla loro raffigurazione mediante modelli iconografici greci: Tinia appare così assimilato a Zeus, Turan ad Afrodite, Fufluns a Dioniso, Turms a Ermete, Sethlans a Efesto, Thesan a Eos (Aurora); Cautha o Usil potrebbe essere Elio (Sole) e Tiv Selene (Luna); Mantus e Mania sembrano corrispondere alla coppia infernale Ade e Persefone, che però si trova indicata anche con i nomi etruschizzati Aite e Persipnei. Altre divinità hanno chiaramente nomi latini: Menrva (Minerva), Uni (Iuno, Giunone), Maris (Marte), Nethuns (Nettuno), Ani (Ianus, Giano); o nomi greci: Latva (Latona), Aplu (Apollo), Artume o Aritimi (Artemide), Hercle (Eracle). § Tinia, identificato col romano Giove e col greco Zeus, era il dio supremo, che governava il mondo affiancato da due consessi divini: gli dei consentes, in numero di 12 (numero canonico, probabilmente importato dalla Grecia), e gli dei detti involuti (segreti) dagli autori latini, in quanto non se ne conosceva né il numero né il nome. Varrone indica in Vertumno (identificabile con il Voltumna delle iscrizioni etrusche) il dio supremo, ma o si tratta di un epiteto di Tinia, o Vertumno ebbe una supremazia di tipo politico e limitata alle città dell'Etruria merid. che, riunite in lega, tributavano a questo dio un culto comune. Tinia manifestava la volontà degli dei soprattutto per mezzo delle folgori, che venivano interpretate da speciali indovini detti probabilmente trutnvt. La scienza di questi indovini era raccolta in libri detti dai latini “folgorali” ispirati, secondo il mito, dalla ninfa Vegoe. La volontà degli dei veniva letta anche nelle viscere degli animali sacrificati, da indovini chiamati probabilmente netsvis. La scienza degli aruspici era raccolta nei Libri haruspicini che un mito attribuiva a Tagete, eroe culturale etrusco. Tra i visceri osservati aveva un'importanza particolare il fegato, la cui osservazione veniva insegnata anche mediante modelli (p. es. il Fegato di Piacenza, un modello in bronzo che riproduce schematicamente il fegato di una pecora, suddiviso in zone assegnate alle varie divinità). La sapienza sacerdotale etrusca era tramandata anche a mezzo di altri libri, chiamati dai Romani Libri rituales. Essi contenevano la descrizione di riti purificatori, espiatori e di fondazione. Inoltre vi si raccoglievano predizioni sul destino degli uomini e delle città (i cosiddetti Libri fatales), nonché sul destino ultimo dopo la morte (Libri Acheruntici). Complesse erano le nozioni sull'oltretomba dominato dalla coppia Mantus-Mania e dalla loro corte di demoni, tra cui si ricorda Charun (il greco Caronte) raffigurato come un genio alato, dal naso adunco e armato di un maglio, e Tuchulcha dai piedi e dal becco di uccello rapace e dalle chiome serpentiformi. I morti, a mezzo di sacrifici offerti dai superstiti alle divinità infere, ottenevano da queste la sopravvivenza e diventavano dii animales (traduzione latina di un'espressione etrusca a noi ignota; forse dei fatti di “anima”, o derivati dalle “anime” dei morti); i Romani li equiparavano ai loro dei Penati. In funzione della sopravvivenza del morto va considerata la dovizia con cui si costruivano e si arredavano le tombe, che costituiscono la principale, se non l'unica, fonte di nuove informazioni sulla cultura etrusca.

Arte etrusca: Molto esaltata nel 1700, al tempo delle prime importanti scoperte archeologiche, e considerata in seguito soltanto un fenomeno provinciale dell'arte greca, l'arte etrusca è stata rivalutata in questo secolo soprattutto per la sua “aclassicità” (cui non è certo estraneo il substrato italico della popolazione), testimoniata da un realismo espressionistico, a volte drammatico, dal quale emerge il carattere più tipico della visione d'arte degli Etruschi. L'arte etrusca, il cui corso, in base agli influssi provenienti prima dall'Oriente e poi dalla Grecia, si suole dividere in varie fasi (periodo delle origini o età villanoviana, periodo orientalizzante, periodo ionico e attico, periodo di mezzo, periodo ellenistico), ebbe la sua maggior fioritura nei sec. VII e VI a. C., con una ripresa dopo il sec. IV anche in coincidenza con la conquista romana. Essa presenta varie caratterizzazioni sia nelle sue diverse fasi, sia nelle diverse località (Chiusi è famosa per i suoi canopi arcaici e, nel periodo ellenistico, per le urne policrome; Tarquinia per le tombe dipinte scavate nella roccia; Cerveteri per i tumuli arcaici e le necropoli monumentali tarde ; Palestrina per le ricche tombe orientalizzanti, ecc.). Le manifestazioni più importanti si ebbero nell'ambito del culto per l'aldilà, e architettura, pittura e scultura si associarono sovente nella realizzazione delle dimore funebri. Secondo la tradizione, i Romani appresero dagli E. la costruzione di strade e fognature, l'uso dell'arco e della volta, l'architettura del tempio a tre celle, la forma dell'atrio detto tuscanico e di altri ambienti della casa patrizia, lo stesso impianto urbano e la divisione dei terreni (agrimensura). Ma le conoscenze delle città etrusche e dei loro monumenti sono piuttosto scarse. L'abitato di Acquarossa presso Ferento (sec. VI a. C.) presenta pianta in parte regolare, in parte irregolare, con ampi spazi liberi fra le case, dei cui interni si ha un'idea dalle tombe ipogee a più ambienti. Di impianto irregolare sembrano Vetulonia e Roselle, regolare e di tipo ippodameo è invece la più tarda città presso Marzabotto, forse Misa e, a quanto sembra, anche Spina, città di tipo lagunare impostata su palafitte. I templi erano sia del tipo descritto da Vitruvio, a tre celle e a largo impianto, sia a una sola cella. Caratteristico dei templi etruschi è il rivestimento in terracotta policroma, che nella fase ionica, intorno alla metà del sec. VI a. C., presenta fregi continui a rilievo di ispirazione greco-orient. e grandi tegole terminali (Vignanello, Velletri); nella fase successiva ha, come a Veio nel tempio dell'Apollo (nonché a Falerii Veteres, Cerveteri, Satrico, Tarquinia, Pyrgi), grandi acroteri figurati e antefisse a conchiglia; nella fase ellenistica è caratterizzato da grandi rilievi frontonali (Talamone, Luni, Civitalba). Le cinte murarie sono databili, in genere, tra il sec. VI e il IV a. C. Di età ellenistica sono le porte delle città, aperte ad arco (Volterra, Perugia), più volte riprodotte, insieme alle mura merlate, nelle contemporanee urnette funerarie. Ma, come si è detto, sono soprattutto le tombe, con le loro ricche suppellettili, con i sarcofagi scolpiti, con le pitture murali, a consentire di seguire l'evoluzione dell'arte etrusca, di individuarne i rapporti prima con l'Oriente e poi con la Grecia, di comprenderne le motivazioni e il significato. Le origini sono connesse (metà del sec. VIII a. C.) all'evoluzione dell'arte villanoviana, nota soprattutto dalle necropoli dell'Emilia, con lo sviluppo della lavorazione del bronzo e le prime importazioni dall'Oriente di scarabei egiziani, di figurine fenicie di terracotta invetriata, di paste vitree, di ornamenti d'oro a sbalzo e filigrana. Nel periodo orientalizzante (sec. VII a. C.), accanto a semplici tombe a fossa compaiono le tombe a corridoio o a camera (talora con copertura a falsa volta o a falsa cupola) e i grandi tumuli circolari. Ricchi i corredi funerari, tra cui eccezionali quelli delle tombe Regolini-Galassi di Cerveteri (Roma, Museo di Villa Giulia), Bernardini e Barberini di Palestrina (Roma, Museo Pigorini; Villa Giulia; Vaticano), del Circolo degli Avori alla Marsiliana d'Albegna (Museo di Firenze): grandi pettorali, fibule, armille auree, pettini e scatolette di avorio per uso personale, e inoltre calderoni di bronzo laminato su tripode e loro imitazioni in terracotta. Molto usate nell'oreficeria le tecniche della filigrana, della granulazione, del pulviscolo. Assieme a vasi importati da Rodi e Corinto si trovano vasi di imitazione, italo-geometrici ed etrusco-corinzi. A Chiusi compaiono i primi canopi e il bucchero, la caratteristica ceramica nera etrusca. Il periodo seguente (600-474 a. C.) è di influenza greca, prima ionica e poi attica. Direttamente dalla Grecia gli E. importarono per le loro tombe vasi a figure nere e rosse dei più noti maestri, mentre le anfore “pontiche” e le idrie ceretane sono probabilmente opera di artisti ionici immigrati. Nella plastica eccellono le grandi statue fittili del 500 a. C. ca. (Roma, Museo di Villa Giulia) del Tempio del Portonaccio di Veio – il famoso Apollo , l'Ermete, l'Eracle, la Dea con bambino – attribuite alla scuola di Vulca, il solo grande artista etrusco a noi noto dalla tradizione letteraria, chiamato a ornare il tempio di Giove Capitolino a Roma. Contemporaneo è il Sarcofago degli sposi di Cerveteri, dalla linea incisiva ed elegante, tra i più belli di un'ampia serie di opere analoghe ; l'inquietante espressione dei volti dei coniugi, in cui si rispecchia la consapevolezza di chi è ormai al di là del mistero della morte, si ricollega all'enigmatico sorriso dell'Apollo di Veio, che anche nella drammatica tensione interna evidenziata dalla voluta stilizzazione dei panneggi mostra l'originalità della scultura etrusca pur modellata sullo stile greco. Particolare importanza hanno i metalli lavorati, tra cui i bronzi laminati e decorati a rilievo di un carro da parata (musei di Perugia e Monaco), una lamina con amazzoni di argento e oro pallido (Londra, British Museum), i tripodi detti Loeb, forse ceretani (Museo di Monaco). Della zona di Chiusi sono diverse statue in pietra fetida, nonché rilievi su cippi, urne, sarcofagi. Degli ultimi decenni del sec. VI a. C. sono anche le più antiche tombe dipinte, soprattutto a Tarquinia, importanti per la conoscenza della vita e dei costumi etruschi. Alla più antica tomba dei Tori (ca. 530 a. C.) seguono quella degli Auguri, con crudeli scene di giochi funebri; della Caccia e della Pesca, con ampio motivo paesistico; del Barone, di compostezza pienamente greca. Il sec. V a. C. è caratterizzato in Etruria da un arcaismo attardato. Oltre a numerose pitture tombali (a Tarquinia le tombe delle Bighe, dei Leopardi, del Triclinio e la più tarda tomba della Nave; a Chiusi le tombe della Scimmia e del Colle) sono importanti le decorazioni fittili templari, tra cui quelle di Pyrgi (ca. 480-470 a. C.). Tra le statue bronzee, che le fonti ricordano numerose, famose la Lupa Capitolina e la Chimera di Arezzo (Firenze, Museo Archeologico) . Nel sec. IV a. C., quando Roma inizia la conquista dell'Etruria, l'arte etrusca ha nuovo sviluppo attingendo in ritardo al classicismo greco; il filone popolare italico trova espressione in alcune figure della decorazione del tempio del Belvedere a Orvieto (350-330 a. C.). Di questo periodo sono i sarcofagi di Tarquinia, con la figura del defunto a tutto tondo distesa sul coperchio. Col sec. III a. C. inizia il lungo periodo ellenistico in cui, anche sotto il dominio di Roma, le fabbriche etrusche continuano a produrre, in forma quasi industrializzata e stereotipata, le numerosissime urnette di pietra e alabastro che a Perugia e a Volterra giungono fino all'età augustea, i sarcofagi di Tuscania, le diffuse terrecotte votive a stampo. Di maggior impegno sono gli altorilievi dei frontoni dei templi di Talamone, Luni e Civitalba con scene mitologiche e storiche (lotta coi Galli). Del sec. III a. C. è anche la famosa tomba dipinta François (Roma, Collezione Torlonia), con episodi dell'epopea etrusca. Tra le altre tombe ellenistiche si ricordano quelle tarquiniesi dell'Orco e degli Scudi, quella dei Rilievi a Cerveteri , del sec. III a. C., quella più tarda del Tifone a Tarquinia. Ellenistici sono infine alcuni importanti ritratti bronzei, tra cui il famoso Arringatore (Firenze, Museo Archeologico) , con il quale l'arte etrusca mostra di essersi volta al potente realismo figurativo che sarà proprio dell'arte romana (v. anche le voci relative alle singole località, , nonché ceretano; falisco; pontico; villanoviano).

Storia della Toscana

Caduto l'Impero romano la Toscana passò sotto il dominio di Odoacre, di Teodorico, dei Bizantini, dei Longobardi (570) e poi dei Franchi (774). Costituita in marchesato dapprima personale poi (1027) ereditario, il primo marchese fu Bonifacio I (812). Morto l'ultimo dei Carolingi (888), la regione fu contesa dai pretendenti alla corona d'Italia. Sotto gli Ottoni (sec. X), incorporati alcuni comitati toscani, dilatò i suoi confini a N oltre gli Appennini e in Liguria. Ugo di Toscana trasferì la sede da Lucca a Firenze (fine del sec. X). Quando passò agli Attoni venne a far parte di un potente complesso feudale che, a cavallo della zona centro-sett. dell'Italia, dominava le comunicazioni tra la Valle Padana e la penisola ed entrava come intermediaria nelle lotte tra Chiesa e Impero, all'epoca di Matilde, che, morendo (1115), lasciò i suoi possessi alla Chiesa. L'invio di margravi e vicari imperiali impedì però che il papato potesse effettivamente esercitarvi il proprio dominio. Dalle lotte trassero grandi vantaggi le autonomie delle città toscane che, appoggiandosi ora all'uno ora all'altro dei contendenti, poterono conquistare l'indipendenza di fatto e reggersi con propri statuti. Mentre una profonda trasformazione dell'agricoltura e la rinascita mercantile e industriale delle città segnavano un profondo rinnovamento della regione, si sviluppavano le fortune di alcuni centri (Pisa, Lucca, Pistoia, Arezzo, Siena, Firenze, ecc.), turbati però da incessanti lotte intestine e dai tentativi di espansionismo di alcune città: dopo un periodo di supremazia pisana (sec. XII e XIII), la battaglia della Meloria (1284) segnò l'inizio del predominio di Firenze, che sottomise successivamente Pistoia (1301), Arezzo (1348), Volterra (1361) e Pisa (1406), mentre Lucca e Siena riuscivano a mantenere la loro indipendenza, ma passavano a un ruolo secondario. Negli anni successivi la storia toscana si confuse con quella della Firenze dei Medici. Fallito infatti l'ultimo tentativo repubblicano (1530), Alessandro de' Medici pose le basi per la costituzione di un vero e proprio Stato regionale che venne completato da Cosimo I, aggiungendo ai domini toscani Lucca e Siena e rafforzando l'apparato giuridico e amministrativo in senso assolutistico. Francesco I (1574-87) continuò la politica di consolidamento dello Stato e attuò qualche opportuna misura di carattere economico. Ferdinando I (1587-1609) si accostò alla Francia per controbilanciare la soggezione del ducato alla Spagna e ostacolare le velleità espansionistiche dei Savoia; lo sviluppo della marina da guerra favorì l'ampliamento dei traffici commerciali, mentre, dall'altra parte, la bonifica della Val di Chiana e della Maremma confermava il primato agricolo della Toscana tra le regioni italiane del tempo. Sotto Cosimo II (1609-21) e Ferdinando II (1621-70) si ebbe un declino e la Spagna prese di nuovo il sopravvento a tutto danno dell'economia. Cosimo III (1670-1723), debole e bigotto, e Gian Gastone (1723-37), principe di debolissimo carattere, accelerarono la decadenza politica ed economica e la dinastia dei Medici malamente si estinse. La Toscana fu allora assegnata (guerra di successione polacca) a Francesco Stefano III di Lorena, perdendo molto della sua indipendenza, ma in compenso beneficiò dell'atmosfera riformatrice favorita dai nuovi sovrani. Esemplare l'opera di Pietro Leopoldo (1765-90) che, assistito da un valente gruppo di ministri e di tecnici, come P. Neri, F. Gianni e G. Rucellai, rinnovò in modo incisivo ogni ramo della vita e delle istituzioni toscane (abolizione della tortura e della pena di morte, annullamento delle servitù feudali, emanazione di un nuovo codice civile, pubblicizzazione del bilancio statale, tentativo di riforma religiosa, ecc.). Suo figlio Ferdinando III (1790-1801; 1814-24) fu assai più cauto e di minore vigore intellettuale, ma il moto avviato dalla dinastia lorenese continuò a portare i suoi benefici. Occupato dai Francesi nel 1799 e ripreso nel 1800, il granducato fu assegnato dal Trattato di Lunéville (1801) ai successori dell'ultimo re di Parma col nome di regno di Etruria. Incorporato quindi(1807) nell'Impero insieme allo Stato dei Presidi, fu nuovamente costituito in granducato per Elisa Bonaparte Baciocchi che vi governò dal 1809 al 1814. Ritornato infine ai Lorena (1814), s'ingrandì del ducato di Lucca (1847) e godette di un regime tollerante e bonario che permise la formazione di un importante gruppo di liberali moderati (Capponi, Ridolfi, Ricasoli, Lambruschini, ecc.). Essi spinsero dapprima Leopoldo II (1824-59) a riforme e alla concessione dello statuto (1848), ma dopo le vicende del 1849 (governo democratico, proclamazione della Repubblica, fuga del granduca a Gaeta e sua restaurazione con l'aiuto austriaco) si volsero con sempre maggiore simpatia al Piemonte. Allo scoppio della II guerra d'Indipendenza (1859) l'agitazione rivoluzionaria costrinse Leopoldo II, ormai privo di appoggi interni, ad abbandonare Firenze e a rifugiarsi a Vienna. La Toscana, datasi allora un governo provvisorio sotto la direzione di Peruzzi e poi di Ricasoli, offrì la dittatura a Vittorio Emanuele II e proclamò quindi con un plebiscito (11-12 marzo 1860) la sua annessione al Piemonte.

Archeologia

Con la prima Età del Ferro fu diffusa in Toscana, dal sec. XI all'VIII a. C., la civiltà villanoviana, le cui necropoli più importanti (Vetulonia, Populonia, Poggio della Guerruccia presso Volterra, Poggio Renzo presso Chiusi) corrispondono ai centri della seguente civiltà etrusca (v. Etruschi). Le località etrusche archeologicamente più notevoli sono Populonia, che ha dato necropoli con tombe a camera ricche di bronzi; Vetulonia, con tombe a tumulo e con circoli di pietra, materiali di importazione orientale, sculture arcaiche di pietra; Chiusi, coi suoi caratteristici canopi arcaici e i suoi buccheri e, più tardi, tombe a camera dipinte e infine sarcofagi e urne a rilievo; Volterra, con le sue mura, le necropoli, le caratteristiche urnette di alabastro che continuarono anche in età romana sino al sec. II-I a. C. Grandi tombe a tholos dei sec. VII-VI sono anche nell'Etruria interna (Cortona, Quinto Fiorentino, Castellina in Chianti); a Marsiliana d'Albegna sono state trovate tombe a circolo con eccezionali avori e oreficerie orientalizzanti; a Poggio Civitate presso Murlo (Siena) si è scavato un santuario del sec. VI a. C. con terrecotte figurate. Da Arezzo vengono i due grandi bronzi della Chimera e di Minerva, da Cortona il ricco lampadario, altri bronzi minori, di varia epoca, da altre località (Brolio, Monte Falterona, ecc.). Meno importanti ma numerosi sono i resti di arte romana, la cui manifestazione più originale è quella della ceramica aretina. Notevoli sono i resti di Cosa (mura poligonali, foro coi suoi monumenti) e Roselle (foro con basilica e altri edifici, gruppo di ritratti imperiali); inoltre il teatro e il tempio di Fiesole, il bel teatro di Volterra, le mura sillane di Chiusi, gli anfiteatri di Lucca e di Arezzo. Numerose erano le ville lussuose di cui restano avanzi lungo le coste tirreniche (dintorni di Cosa, Talamone, Populonia, Cecina, Massaciuccoli) e sulle isole (Elba, Pianosa, Giannutri, Giglio).

Arte

Scarse sono le testimonianze architettoniche paleocristiane e in genere altomedievali (cripta di S. Antimo, duomo di Chiusi). La grande fioritura artistica della regione ebbe inizio nel sec. XI, con lo sviluppo dell'architettura romanica, nel cui ambito si distinguono varie caratterizzazioni locali. Tra le architetture fiorentine del sec. XI, i maggiori esempi sono il Battistero, consacrato nel 1059, le cui strutture geometrizzanti rimandano alla tradizione paleocristiana, e la chiesa di S. Miniato al Monte, anch'essa ricca di derivazioni tardoantiche. A questa tendenza si contrapposero l'architettura lombardeggiante di Lucca (S. Alessandro, S. Frediano) e quella originalissima di Pisa, il cui celebre complesso della Piazza dei Miracoli (cattedrale, campanile, battistero) mostra chiaramente la fusione di elementi romanico-lombardi con altri di derivazione orientale, con una spiccata attenzione agli elementi coloristici e decorativi. Il romanico pisano trovò larga diffusione anche in altre città toscane, come Pistoia (S. Giovanni in Pantano), Lucca (S. Martino), Arezzo (pieve di S. Maria). I maggiori centri della scultura romanica furono Pisa (Guglielmo, Bonanno), Lucca (Biduino) e Pistoia (Gruamonte), città nelle quali dominò l'influsso lombardo-emiliano. La pittura fu legata a lungo alla tradizione bizantina (Berlinghieri), sia pure arricchita da una nuova drammaticità (Giunta Pisano), mentre un'impronta innovatrice fu data dallo stile vigoroso di Coppo di Marcovaldo, attivo a Firenze (mosaici nell'abside del Battistero). L'arte gotica toscana ebbe i suoi principali centri a Firenze, dove fu caratterizzata da un'interpretazione severa del nuovo gusto, e a Siena, nelle cui manifestazioni si nota un maggior colorismo e pittoricismo. I maggiori monumenti gotici sono, in Firenze, S. Maria Novella, S. Croce (iniziata 1295), S. Maria del Fiore (iniziata nel 1296 da Arnolfo di Cambio) e, nel sec. XIV, Orsanmichele. A Siena sono da citare il duomo e il Palazzo Pubblico; altri notevoli monumenti gotici sono a Volterra, Lucca, Pisa, ecc. A iniziare dalla seconda metà del sec. XIII si sviluppò nella regione l'attività di un'eccezionale serie di maestri che definirono i caratteri dell'arte toscana e ne estesero grandemente l'influenza. Nicola Pisano, formatosi quasi certamente nelle Puglie, introdusse nella scultura moduli classicheggianti che Arnolfo di Cambio sviluppò e fuse col nuovo linearismo gotico di derivazione francese, mentre Giovanni Pisano elaborò uno stile drammatico, nervoso e sintetico, continuato da Tino di Camaino, Lorenzo Maitani, Andrea e Nino Pisano. Innovatore della pittura, attardata sui moduli bizantini, fu Cimabue, con la sua maestosa, “classica” interpretazione del sentimento drammatico, ma una vera rivoluzione pittorica, per concezione sintetica, spaziale, plastica e drammatica, fu compiuta da Giotto, la cui influenza andò ben oltre i limiti regionali e quelli dell'arte gotica. Della ricca scuola iniziata da Giotto si ricordano T. Gaddi, B. Daddi, Maso di Banco, Andrea Orcagna, Nardo di Cione e A. Gaddi (influenzato anche dalla pittura lombarda e francese). Differenti furono invece i caratteri dell'arte senese, il cui grande iniziatore fu Duccio di Buoninsegna; questi seppe rinnovare la tradizione pittorica bizantina sciogliendone gli schemi stereotipati in una linea fluida ed esaltandone la raffinatezza cromatica; sulla sua scia si possono collocare A. e P. Lorenzetti, che arricchirono di drammaticità e plasticismo lo stile di Duccio, mentre Simone Martini ne accentuò i caratteri di raffinato linearismo e prezioso gusto cromatico. Nelle altre città toscane si può citare la scuola pisana, influenzata dall'arte emiliana e che in F. Traini ebbe il suo maggior rappresentante. Va infine ricordato il grande sviluppo della miniatura, soprattutto a Siena (Maestro del Codice S. Giorgio, Niccolò di ser Sozzo Tegliacci), della vetreria, del ricamo, dell'oreficeria, vivace soprattutto a Pisa e Siena (Ugolino di Vieri), della scultura lignea, ecc. Il sec. XV, con lo sviluppo dell'Umanesimo, segnò il periodo di maggiore splendore artistico per la Toscana e particolarmente per Firenze, divenuta in ogni campo città egemone. L'opera straordinaria di artisti quali F. Brunelleschi, Donatello e Masaccio diede inizio, rispettivamente nell'architettura, scultura e pittura, al Rinascimento italiano, raggiungendo importanza europea per gli influssi che a lungo esercitò sull'arte successiva. In architettura si sviluppò in particolare il tipico palazzo fiorentino, mentre numerose sorsero anche le ville suburbane, grazie all'attività di notevoli architetti, seguaci del Brunelleschi: Michelozzo, Giuliano da Maiano, Benedetto da Maiano, Giuliano da Sangallo. Fondamentale per la definizione dei caratteri dell'architettura toscana fu la personalità di L. B. Alberti, di cui fu allievo B. Rossellino, l'autore del palazzo Piccolomini a Siena e soprattutto della progettazione di Pienza, uno dei più eccezionali esempi di architettura rinascimentale. Altro geniale architetto fu il senese Francesco di Giorgio Martini, mentre a Pistoia va ricordata l'attività di Ventura Vitoni. Anche la produzione scultorea del sec. XV fu assai vasta. Primi grandi maestri del secolo furono a Firenze L. Ghiberti e a Siena Iacopo della Quercia, entrambi, in certa misura, ancora legati a modi gotici. Con Iacopo della Quercia la scultura senese conobbe la sua ultima grande fioritura: dei successivi artisti, infatti, i maggiori (il Vecchietta, Francesco di Giorgio Martini) rientrano sostanzialmente nell'ambito fiorentino. A Firenze, ai modi di Donatello si rifecero Michelozzo, Agostino di Duccio, Desiderio da Settignano. Numerosi gli scultori della seconda metà del secolo, portatori di un'arte meno drammatica di quella donatelliana: A. Rossellino, vigoroso ritrattista; Mino da Fiesole; Benedetto da Maiano; il lucchese Matteo Civitali; Luca della Robbia, elegante e delicato scultore in terracotta, la cui opera fu continuata, con minore abilità, dai nipoti Andrea e Giovanni; e infine i due massimi scultori del periodo, Andrea Pollaiolo, dal segno vigoroso e scattante, e il drammatico Andrea Verrocchio. Anche in pittura Firenze divenne il centro dominante, mentre la scuola senese, dopo il goticheggiante Sassetta, in breve declinò. A Firenze, contemporaneamente a Masaccio, operarono Masolino e il Beato Angelico, ancora legati alla tradizione tardogotica, ben presto però superata, come dimostrano le opere di Filippo Lippi, di A. del Castagno, di Paolo Uccello, originale interprete della nuova scienza della prospettiva introdotta da Brunelleschi, e soprattutto di Piero della Francesca, uno dei massimi artisti del Rinascimento, che tuttavia lasciò scarsa influenza a Firenze; qui, sul finire del secolo, furono operosi pittori quali B. Gozzoli, il Pollaiolo, il Ghirlandaio, Piero di Cosimo, Filippino Lippi, S. Botticelli, nelle cui raffinate espressioni già si riflettono il travaglio della società fiorentina e la crisi della cultura umanistica. Toscano, ma attivo quasi esclusivamente in Umbria, fu il grande L. Signorelli. Sul finire del secolo iniziarono la loro attività a Firenze maestri insigni, quali Leonardo e Michelangelo, che influenzarono profondamente l'arte del sec. XVI; tuttavia l'importanza culturale della città incominciò a diminuire a vantaggio di Roma. In architettura, al principio del Cinquecento, sono da segnalare le opere del senese B. Peruzzi (legato peraltro all'ambiente romano), di A. da Sangallo il Vecchio e del nipote omonimo, detto il Giovane, collaboratore di Michelangelo. Quest'ultimo del resto fu il vero dominatore dell'arte fiorentina e toscana del sec. XVI e diede avvio a una foltissima schiera di seguaci nel campo dell'architettura, della scultura e della pittura. Proprio come continuazione ed esasperazione dell'arte michelangiolesca (e di quella rinascimentale in genere) si configura il manierismo toscano, che ebbe a Firenze la sua prima inquieta stagione, annoverando artisti, per lo più legati alla corte medicea, le cui opere raffinate sono dominate dal culto dello stile e dalla ricerca dell'eleganza formale (B. Ammannati, G. Vasari, B. Buontalenti, Bronzino, Giambologna, B. Cellini) che perviene, in alcuni artisti, alla drammaticità e all'esasperazione stilistica (Rosso Fiorentino, Pontormo). Va ricordata inoltre la tardiva rinascita della scuola pittorica senese, che nel Sodoma e nel Beccafumi ebbe due interpreti che tentarono la conciliazione dei modi michelangioleschi con altri derivati dallo sfumato leonardesco. È necessario infine menzionare lo sviluppo di “arti minori”, come il commesso, o mosaico fiorentino, che nell'opificio delle pietre dure raggiunse livelli di splendida qualità; la bronzistica, l'oreficeria, la ceramica (con centri a Cafaggiolo e a Doccia), l'arazzeria, la cui manifattura, fondata dai Medici nel 1546, fu la prima in Italia. Il barocco fu in Toscana più sobrio che in altre regioni italiane. L'arte toscana restò legata al classicismo di età rinascimentale, accogliendo tardivamente e limitatamente le novità del barocco. Massimo architetto toscano del sec. XVII fu Gherardo Silvani, autore di vari palazzi e chiese in Firenze; degni di menzione anche G. Parigi, M. Nigetti, G. B. Foggini. Nel Settecento emerse la personalità di F. Ruggeri, operoso nella chiesa di S. Firenze, una fra le migliori costruzioni barocche in Toscana. Il maggiore contributo dell'architettura sei-settecentesca toscana fu comunque dato dalle numerose e sfarzose ville sparse nelle campagne, specie dei dintorni di Firenze. Anche la scultura risentì debolmente degli influssi romani. Vicini allo stile del Giambologna furono P. Tacca e G. B. Caccini, mentre G. B. Foggini interpretò sobriamente i modi berniniani. Fra gli scultori del Settecento degni di menzione G. Baratta e I. Spinazzi. I maggiori pittori del sec. XVII, di ambito sostanzialmente regionale, furono D. Passignano, il Cigoli (vicino al Barocci), F. Furini, il Volterrano, ecc. Di elevata qualità l'arte dei due caravaggisti pisani, Orazio e Artemisia Gentileschi. Complessivamente modesta la pittura del sec. XVIII. Sul finire del sec. XVIII si diffusero anche in Toscana i modi neoclassici, che in architettura trovarono i migliori interpreti in G. Paoletti, G. Cacialli e P. Poccianti. Pittori quali P. Benvenuti e L. Sabatelli alternarono pesanti complessi decorativi a più equilibrate composizioni. Nell'Ottocento andò scomparendo un'architettura di specifica caratterizzazione toscana. Le maggiori personalità si ebbero nel campo della scultura (L. Bartolini, A. Cecioni, G. Dupré), mentre l'attività dei “macchiaioli” (G. Fattori, S. Lega, T. Signorini) conferì nuovamente alla regione un ruolo di prestigio nell'ambito della cultura artistica europea. Nel sec. XX si può ancora parlare di arte “toscana”, a proposito di artisti come O. Rosai e A. Soffici, la cui opera tuttavia rientra tra le più aggiornate espressioni della cultura internazionale. Notevoli esempi di architettura moderna si trovano soprattutto a Firenze (stadio comunale di P. L. Nervi, Stazione di S. Maria Novella, Cassa di Risparmio di G. Michelucci).TeatroEsempi di teatro in vernacolo si ebbero a Pisa, Siena e Livorno, ma rimasero nell'ambito provinciale. Un certo rilievo ebbe invece il teatro fiorentino e dalla fine del Settecento dominò la maschera di Stenterello, messa al centro di sgangherati canovacci tratti dal repertorio arlecchinesco o rabberciati da copioni di tutt'altra origine. L'idea di un teatro in vernacolo era oggetto di polemiche e fieramente avversata. Modificò la situazione, nel 1908, la prima rappresentazione dell'Acqua cheta di Augusto Novelli, recitata da una compagnia imperniata su Andrea Niccoli e sulla moglie Garibalda Landini. Si devono a questa formazione i fortunati allestimenti degli altri numerosi testi di Novelli (Gallina vecchia, L'ascensione, La cupola, ecc.). In seguito non fu più raggiunto il livello più che dignitoso dei primi spettacoli. Le compagnie fiorentine superstiti svolgono un'attività d'interesse locale.

Folclore

Un complesso di credenze e superstizioni sopravvivono nella regione, testimoniate, p. es., da numerosi proverbi che prevedono la buona o la cattiva sorte pronosticata attraverso l'interpretazione, secondo schemi tradizionali, di fatti naturali o addirittura banali, o dalla sporadica sopravvivenza di riti atti a scoprire e a esorcizzare il malocchio. La letteratura popolare è ricca di fiabe e leggende che, a partire dal sec. XIX, hanno trovato in studiosi come G. Pitré, V. Imbriani, I. Nieri e G. Nerucci attenti raccoglitori e illustratori. Tra le feste legate al ciclo dell'anno diffusissime erano a Calendimaggio le celebrazioni ispirate alla primavera: la sera della vigilia brigate di ragazzi e ragazze (maggiaiuoli) andavano nelle case delle ragazze fidanzate e ricevevano doni: maggi erano chiamate le canzoni intonate dalla comitiva, maio il ramo fresco infiocchettato recato da un giovane che precedeva gli altri, mentre rami più piccoli venivano offerti alle ragazze più belle. Esistevano anche maggi lirici che hanno dato origine a rappresentazionidrammatiche, a loro volta chiamate maggi, che vennero col tempo spostate ad altre stagioni e che costituirono e costituiscono tuttora la rappresentazione drammatica più importante della regione. Altri tipi di rappresentazione, come contrasto, testamento, zingaresca e bruscello, un tempo assai diffusi, sopravvivono ora sporadicamente: il primo è una semplice disputa che si conclude con un duello al bastone; il secondo è la parodia di un testamento o di un contratto di nozze; protagonista del terzo è una zingara che cerca di rimuovere gli ostacoli che si frappongono a un matrimonio. Assai diffusi erano i canti che accompagnavano il lavoro dei campi la cui più antica testimonianza risale al 1536. Canzoni epico-liriche, canzoni enumerative e iterative, canzoni alla rovescia (filastrocche il cui contenuto è in contrasto con qualsiasi regola del buon senso), ninne nanne, rispetti e stornelli fanno parte del patrimonio culturale toscano. Rispetto e stornello sono solitamente seguiti da un ritornello di due o quattro versi detto anche rifiorito. Diffusissime le celebrazioni legate al ciclo dell'anno o alle feste patronali: tra le più importanti il Palio di Siena o quello marinaro di Livorno, la giostra del Saracino ad Arezzo, la regata tra le quattro città marinare a Pisa e infine a Firenze lo scoppio del carro il Sabato Santo (una colomba scorre su un filo teso tra l'altar maggiore del duomo e il carro esposto davanti alla facciata e innesca una miccia che fa scoppiare petardi e mortaretti), la partita di calcio in abiti rinascimentali, rievocazione di quelle giocate in piazza Santa Croce nel periodo mediceo, la festa del Grillo per l'Ascensione (alle cascine vengono venduti grilli in piccole gabbie); tutte legate in prevalenza alla stagione primaverile con qualche appendice in estate e in autunno.

Gastronomia

La cucina toscana è innanzitutto una cucina rustica, di campagna, fatta di sapori genuini mantenuti il più possibile inalterati, ed è una cucina sobria. Pochi elementi ma scelti ne sono la base: un pane dalla mollica compatta e dalla crosta dura, insipido, che entra dappertutto, fresco, abbrustolito, raffermo; una carne cotta sulla brace senza condimento, le verdure e i legumi, gli odori più saporosi, il tutto accompagnato da un olio d'oliva poco raffinato dall'aroma intenso. Nell'alimentazione tradizionale predominano minestroni e zuppe a base di fagioli e verdure, appoggiati in genere sulle fette di pane raffermo (acquacotta, ribollita, bordatino, pappa col pomodoro); pane che può anche diventare l'elemento fondamentale di piatti come la panzanella, i crostini con i fegatini, ecc. Specialità asciutte sono gli gnocchi del Casentino (di spinaci e ricotta), le pappardelle al sugo di lepre o d'anatra dell'Aretino, i pici del Senese. Come carne dominano le parti pregiate, dalla gigantesca bistecca alla fiorentina all'arista di maiale, arrostite sulla graticola o allo spiedo. Si consumano in discreta quantità anche il pollame (pollo alla diavola, al mattone), l'agnello e la selvaggina (lepre in dolceforte, fagiano tartufato, rincartato, cinghiale, ecc.), l'anatra all'arancia, nata proprio qui e portata in Francia dai cuochi di Caterina de' Medici. In tutta la regione è molto praticato l'allevamento dei suini, che fornisce eccellenti salumi; tra i più tipici la finocchiona, la soppressata, il biroldo o mallegato, le salsicce allo zenzero, il prosciutto di cinghiale. Essenziale è l'apporto delle verdure fresche, asparagi, carciofi, zucchine, fiori di zucca, spesso approntati nei fritti misti, e dei legumi, di cui i Toscani sono grandi consumatori: piselli, fave (dette baccelli, e spesso mangiate fresche col pecorino) e soprattutto fagioli (all'uccelletto, al fiasco, ecc.). Le specialità marine sono contributo soprattutto di Livorno: il cacciucco, le triglie, lo stoccafisso, le telline e il tonno, ecc. Diffuse in varie province (Arezzo, Grosseto, Pisa) le anguille (in zimino, sfumate, ecc.) anche sotto forma di cieche o “cee” (neonate). La casearia toscana si basa soprattutto sul latte ovino, producendo tipi più o meno dolci di pecorino da consumare fresco o stagionato, il ravviggiolo, le crete senesi o aretine (formaggelle prodotte col latte delle pecore che pascolano in terreni cretosi); vi sono inoltre il brancolino di latte vaccino e i latticini di bufala della Maremma. La caratteristica della pasticceria toscana è di essere piuttosto asciutta, con varie specialità regionali a base di farina di castagne: il castagnaccio e i necci della Lucchesia, la pattona, il baldino del Cortonese. Molti anche i fritti (bomboloni, cenci, tortelli, migliaccio), mentre rinomati anche al di fuori della Toscana sono lo zuccotto, il panforte e i ricciarelli senesi, i brigidini di Pistoia, il buccellato di Lucca. Vino in Toscana equivale a chianti, noto in Italia e all'estero già alla fine dell'Ottocento. Altri ottimi rossi sono il montecarlo, il brunello di Montalcino, il carmignano, il nobile di Montepulciano, e tra i bianchi l'ansonica, l'elba bianco, l'aleatico, il montecarlo bianco, i bianchi vergini della Val di Chiana, ecc. Pregiati i tipici vini da fine pasto: vin santo, vernaccia, malvasia e i liquori di antica produzione conventuale come il certosino, la gemma d'abete, l'alchermes.