Piemonte
Valle_di_Aosta
Liguria
Lombardia
Trentino_Südtirol
Friuli_Venezia_Giulia
Veneto
Emilia_Romagna
Toscana
Marche
Umbria
Lazio
Abruzzo
Molise
Campania
Puglia
Basilicata
Calabria
Sicilia
Sardegna
|
Regione (22.992
km2; 3 milioni 510.000 ab.) dell'Italia centr., estesa sul versante
occid. dell'Appennino e comprendente le isole dell'Arcipelago
Toscano: si affaccia al mare a W e a SW e confina con la Liguria a
NW, l'Emilia-Romagna a N, le Marche e l'Umbria a E, il Lazio a SE .
Capoluogo regionale è Firenze. Amministrativamente è divisa nelle
province di
Arezzo,
Firenze,
Grosseto,
Livorno,
Lucca,
Massa-Carrara,
Pisa,
Pistoia,
Prato e
Siena.
La regione fu chiamata Etruria in età classica, Tuscia a partire
dal sec. III, Toscana dal sec. X. La Toscana ha forma triangolare e,
pur non avendo unità geografica, ha una sua particolare fisionomia,
dovuta anche all'eterogeneità e alla complementarità delle sue parti
costitutive. I suoi confini sono naturali solo nel settore
nord-occid.; a NE travalicano in vari punti lo spartiacque
dell'Appennino Tosco-Emiliano inglobando le alte valli del Reno, del
Santerno e del Lamone, tributarie del Mar Adriatico; a E si stendono
sulle valli superiori della Marecchia e del Foglia, pure tributarie
del Mar Adriatico, e sull'alta valle del Tevere; mentre a SE e a S
sono del tutto convenzionali, dovuti a un complesso di fattori
storico-culturali.
Geomorfologia
Il territorio presenta una conformazione
morfologica varia e complessa per l'alternanza di allineamenti
montuosi e collinari, bacini intermontani e lembi di pianura
disposti in modo apparentemente assai inorganico. Prevalgono le
rocce argillose, arenacee e marnose, facilmente erodibili, che
conferiscono al paesaggio toscano le sue caratteristiche forme molli
e ondulate; dove affiorano i calcari, le forme si fanno più aspre e
dirupate. Si possono distinguere i rilievi dell'Appennino
Tosco-Emiliano vero e proprio dai raggruppamenti montuosi e
collinari dell'Antiappennino (o Preappennino), separati
dall'Appennino da una linea immaginaria che collega Montecatini
Terme con Chiusi; dell'Appennino fanno parte le catene più elevate
lungo la fascia spartiacque, il gruppo del Pratomagno, tra il
Casentino e il Valdarno Superiore, i Monti del Chianti, a SW del
Valdarno Superiore, e la catena meridiana che si allunga da N a S,
delimitata a W dal Casentino e dalla Val di Chiana e a E dalla Val
Tiberina; sul versante interno si dipartono dalla dorsale le Alpi
Apuane. All'Antiappennino Toscano appartengono il massiccio
trachitico del m.Amiata e le Colline Metallifere. Di notevole
interesse specialmente per l'insediamento umano sono i bacini
intermontani, che conservano lo stesso orientamento, in prevalenza
NW-SE e N-S, degli allineamenti montuosi; i più vasti e meglio
definiti sono, dai confini con la Liguria a quelli con l'Umbria: la
Lunigiana, corrispondente alla valle superiore della Magra; la
Garfagnana, tra le Alpi Apuane e la catena spartiacque appenninica,
che corrisponde al bacino superiore del Serchio; il bacino di
Firenze; il Mugello, cioè l'alta valle della Sieve; il Valdarno
Superiore, tra il Pratomagno e i Monti del Chianti; il Casentino,
anch'esso percorso dall'Arno e posto tra il Pratomagno e l'Alpe di
Catenaia; la Val di Chiana, che si estende tra la conca d'Arezzo e i
laghi di Chiusi e di Montepulciano; e infine il settore superiore
della Val Tiberina, che si apre tra l'Alpe di Catenaia e l'Alpe
della Luna. Le pianure più estese sono il Valdarno Inferiore, la
Versilia ai piedi delle Alpi Apuane e le piane costiere della
Maremma. La costa presenta ampie falcature sabbiose tese tra
promontori rocciosi, i più tipici dei quali sono quelli di Piombino,
di Punta Ala e di Monte Argentario.
Il clima
Il clima è temperato ma con notevoli variazioni da zona a zona,
dovute alla distanza dal mare, all'altitudine e alla disposizione
dei rilievi. In genere le temperature diminuiscono dalle regioni
costiere della Maremma, a SW, alla fascia montuosa appenninica, a
NE. Le precipitazioni tendono a concentrarsi nei mesi primaverili e
autunnali; le aree più piovose sono quelle appenniniche e preappenniniche nord-occid., cioè la catena principale
dell'Appennino a SE della Lunigiana e le Alpi Apuane, nonché il
Pratomagno, l'Alpe di Catenaia, i Monti del Chianti, il gruppo del
m. Amiata e le parti più elevate delle Colline Metallifere; quelle
più asciutte sono la fascia costiera, le pianure e i bacini
intermontani. I fiumi toscani hanno portate irregolari, regime
torrentizio e percorsi tortuosi per la necessità di adattare il loro
corso alla frammentarietà morfologica della regione. Se si escludono
gli alti corsi del Reno, del Santerno, del Lamone, della Marecchia e
del Foglia, tributari del Mar Adriatico, tutti i corsi d'acqua
toscani mandano le loro acque al Mar Tirreno. I principali sono il
Tevere, che però interessa la regione solo con un tratto del suo
corso superiore; l'Arno, che percorre il Casentino e il Valdarno; la
Sieve (Mugello), il Bisenzio, la Greve, la Pesa, l'Elsa e l'Era,
suoi affluenti; la Magra e il Serchio, che percorrono
rispettivamente la Lunigiana e la Garfagnana; la Cecina, l'Ombrone e
l'Albegna, che si aprono il corso tra i rilievi dell'Antiappennino.
Geografia umana
Negli ultimi decenni il ritmo d'incremento
della popolazione è andato diminuendo, a causa soprattutto del forte
calo della natalità: l'indice relativo è, infatti, uno dei più bassi
d'Italia (7,3‰ contro il 9,7‰ della media nazionale). La densità
demografica (153 ab./km2) è inferiore a quella media nazionale; la
popolazione è distribuita in modo assai ineguale. Le aree dove
maggiore è la concentrazione demografica sono il Valdarno Inferiore,
il bacino di Firenze, la fascia pedemontana della Lucchesia e del
Pistoiese, la Versilia con il versante esterno delle Alpi Apuane;
zone di media densità sono alcuni bacini intermontani, quali la
Garfagnana, il Mugello, il Casentino e la Val di Chiana; scarsamente
abitate sono le zone montuose più elevate dell'Appennino, quasi
tutta la regione collinare preappenninica e la Maremma.
Economia: agricoltura
L'agricoltura conserva una posizione
ragguardevole nel quadro dell'economia toscana, che ha nel turismo
un altro punto di forza. I principali prodotti agricoli sonoi
cereali, le olive, l'uva da vino, gli ortaggi (specialmente
carciofi, asparagi, cavolfiori e pomodori) e la frutta; rilevante è
pure la produzione di funghi e di castagne. Importanza minore hanno
la pesca e l'allevamento del bestiame. Dal sottosuolo si estraggono
lignite (Valdarno), marmi (Alpi Apuane), marne da cemento, salgemma,
piriti, minerali ferrosi (isola d'Elba) e vapore d'acqua, utilizzato
per la produzione di energia elettrica; inattive le miniere di
mercurio del m. Amiata. L'industria di trasformazione, ubicata in
prevalenza nella valle dell'Arno tra Pisa e Montevarchi, nella
fascia pedemontana tra Lucca e Firenze e in alcune zone costiere,
annovera numerose imprese dalle dimensioni per lo più medie e
piccole, operanti nei settori metallurgico, meccanico, alimentare,
tessile, chimico, conciario, calzaturiero, grafico-editoriale,
dell'abbigliamento, del mobilio e dei materiali da costruzione. In
continua espansione è il turismo, che ha i suoi maggiori centri
d'interesse in alcune fra le più importanti città storico-artistiche
d'Italia, quali Firenze, Siena, Pisa, Lucca, San Gimignano,
Volterra, Montepulciano e Pienza, nelle stazioni idrominerali di
Montecatini Terme, Chianciano Terme e Monsummano Terme e in quelle
balneari, fra le quali emergono Viareggio e Forte dei Marmi.
Storia antica: gli Etruschi
Popolo dell'Italia antica
affermatosi, nell'area corrispondente alla Toscana e al Lazio sett.,
a partire dal sec. VIII a. C. Nella loro lingua si chiamavano Rasena
o Rasne, in greco Tyrrenoi. Sulla loro origine e provenienza non ci
sono notizie sicure. Secondo la tradizione, rappresentata da Erodoto,
sarebbero emigrati in Toscana dall'Asia Minore (Lidia); secondo
altra tradizione, adombrata in Livio, vi sarebbero invece arrivati
dal nord; secondo una terza tradizione, appoggiata dallo storico
Dionigi d'Alicarnasso, sarebbero invece autoctoni. Gli studiosi
moderni hanno valorizzato l'una o l'altra tradizione. Probabilmente
c'è del vero in ognuna nel senso che dall'Asia Minore si effettuò
un'immigrazione in Toscana di gruppi isolati, apportatori di una
civiltà evoluta, attratti dalle ricche miniere della regione, e
questo spiegherebbe l'improvviso esplodere della civiltà etrusca tra
il sec. VIII e il VII a. C. e le molte affinità che si rilevano nei
costumi, nella lingua, nell'arte e nella religione degli Etruschi
con il mondo egeo-anatolico. Fa contrasto il costume nei rapporti
col mondo femminile. Si sa infatti che presso gli Etruschi le donne
assistevano alle feste con gli uomini.
In Toscana tali gruppi si
sovrapposero, sfruttandone, valorizzandone, stimolandone le energie
latenti, sugli elementi villanoviani, che, conoscitori del ferro, vi
erano giunti dal nord, o dall'opposta sponda adriatica, all'alba del
1000 ca. a. C., sovrapponendosi a loro volta agli abitanti insediati
nella regione fin dall'età neolitica. In altre parole, gli Etruschi
possono essere risultati dalla fusione di tre componenti etniche,
quella orientale, quella nordica, quella autoctona, cioè
costituirono un popolo del tutto nuovo. Un popolo che però non
arrivò mai a formare un'unità politica compatta, che non agì mai
come nazione. Era invece costituito da numerose città tra le quali
erano importanti, a S della Toscana, Cere, Tarquinia, Vulci, Veio,
Volsini; al centro Chiusi, Cortona, Arezzo, Perugia, Roselle,
Vetulonia, Populonia; a N Pisa, Fiesole, Volterra, governate prima
da re (lucumoni), poi da oligarchie. Tali città si raggruppavano
talora in confederazioni o leghe di natura religiosa. Fattesi col
tempo opulente per i prodotti delle terre circostanti, coltivate
specialmente a frumento e con fiorenti allevamenti animali, e grazie
alle miniere e ai traffici, riuscirono ad affermarsi rapidamente,
creando grande prosperità dappertutto, così da condizionare, tra il
sec. VII e il V a. C.: a N l'espansione nella valle Padana, dove si
affermarono specialmente le città di Felsina (Bologna) e Marzabotto,
collegate, verso l'Adriatico, con Spina, mediatrice degli influssi
del mondo greco, e propizianti da nord il ricco commercio dell'ambra
e dello stagno; a S la supremazia nel Lazio e la forte presenza in
Campania; sul mare la gara serrata con le marinerie cartaginesi e
greche. Anche se Roma non fu mai in stabile dominio etrusco,
tuttavia la dinastia dei Tarquini, re di provenienza etrusca,
riflette il prestigio e l'importanza delle città etrusche merid.,
con tante tracce incancellabili lasciate nella religione, negli usi,
istituti, edifici di Roma, largamente confermate anche
dall'archeologia. Il massimo di prosperità e di espansione fu
raggiunto dagli Etruschi verso la metà del sec. VI a. C., tanto che,
nel 535, alleati dei Cartaginesi, sconfissero, nella battaglia di
Alalia, davanti la Corsica, i Focesi di Marsiglia, potentissimi sul
mare. Il loro arresto cominciò invece sul finire del secolo e fu
seguito da declino nel sec. V a. C. Prima fu Roma a liberarsi dalla
loro supremazia con la cacciata, verso il 510, dei Tarquini; poi se
ne liberarono i Latini, che, sostenuti da Aristodemo di Cuma, ad
Aricia, nel 506, li sconfissero in battaglia. Gli avamposti degli
Etruschi in Campania rimasero così isolati e si indebolirono dopo la
sconfitta navale che essi subirono a Cuma nel 474, andando del tutto
perduti nel 423 con la conquista di Capua da parte dei Sanniti. Al
nord la discesa dei Galli travolse i centri etruschi della Valle
Padana all'inizio del sec. V a. C. Nel 396 Roma conquistava Veio
estendendo la sua influenza su tutta l'Etruria meridionale. Per più
di due secoli gli E., su iniziativa dell'una e dell'altra città,
ostacolarono l'ulteriore espansione romana. Nel 295, coalizzati con
gli Umbri, i Galli e i Sanniti, furono sconfitti dai Romani in una
grande battaglia a Sentino: nel giro di qualche decennio furono
completamente assoggettati da Roma che li incluse, mediante trattati
particolari, nella serie dei suoi alleati nella penisola, finché non
concesse loro la cittadinanza romana con la guerra sociale del 90 a.
C.
Nonostante la perdita dell'autonomia politica, gli Etruschi
continuarono però a esercitare anche in seguito una grande influenza
in Italia, sul piano culturale, religioso, artistico. Roma, che
sotto Augusto aveva fatto dell'Etruria la settima regione d'Italia,
assorbì molto da essi nelle istituzioni, nei modi di vita, nella
lingua, nei gusti, l'amore per il lusso, i banchetti, le danze, la
musica, come si trova attestato nelle pitture tombali. Lo spirito
creativo del popolo etrusco (l'abile artigianato, la tecnica
approfondita) riemergerà dopo molti secoli nella Toscana dell'età
rinascimentale.
Religione etrusca: Reperti epigrafico-archeologici e fonti latine forniscono
un buon numero di nozioni sulla religione degli Etruschi, e tuttavia
non è possibile darne un quadro organico, data la frammentarietà
della documentazione: era certamente una religione di tipo
politeistico, però di gran parte degli dei si conosce soltanto il
nome, e spesso non si sa neppure se si tratti effettivamente di nomi
divini. L'identificazione approssimativa, e in qualche caso soltanto
ipotetica, di alcune divinità si fonda sulla loro raffigurazione
mediante modelli iconografici greci: Tinia appare così assimilato a
Zeus, Turan ad Afrodite, Fufluns a Dioniso, Turms a Ermete, Sethlans
a Efesto, Thesan a Eos (Aurora); Cautha o Usil potrebbe essere Elio
(Sole) e Tiv Selene (Luna); Mantus e Mania sembrano corrispondere
alla coppia infernale Ade e Persefone, che però si trova indicata
anche con i nomi etruschizzati Aite e Persipnei. Altre divinità
hanno chiaramente nomi latini: Menrva (Minerva), Uni (Iuno,
Giunone), Maris (Marte), Nethuns (Nettuno), Ani (Ianus, Giano); o
nomi greci: Latva (Latona), Aplu (Apollo), Artume o Aritimi (Artemide),
Hercle (Eracle). § Tinia, identificato col romano Giove e col greco
Zeus, era il dio supremo, che governava il mondo affiancato da due
consessi divini: gli dei consentes, in numero di 12 (numero
canonico, probabilmente importato dalla Grecia), e gli dei detti
involuti (segreti) dagli autori latini, in quanto non se ne
conosceva né il numero né il nome. Varrone indica in Vertumno
(identificabile con il Voltumna delle iscrizioni etrusche) il dio
supremo, ma o si tratta di un epiteto di Tinia, o Vertumno ebbe una
supremazia di tipo politico e limitata alle città dell'Etruria
merid. che, riunite in lega, tributavano a questo dio un culto
comune. Tinia manifestava la volontà degli dei soprattutto per mezzo
delle folgori, che venivano interpretate da speciali indovini detti
probabilmente trutnvt. La scienza di questi indovini era raccolta in
libri detti dai latini “folgorali” ispirati, secondo il mito, dalla
ninfa Vegoe. La volontà degli dei veniva letta anche nelle viscere
degli animali sacrificati, da indovini chiamati probabilmente
netsvis. La scienza degli aruspici era raccolta nei Libri
haruspicini che un mito attribuiva a Tagete, eroe culturale etrusco.
Tra i visceri osservati aveva un'importanza particolare il fegato,
la cui osservazione veniva insegnata anche mediante modelli (p. es.
il Fegato di Piacenza, un modello in bronzo che riproduce
schematicamente il fegato di una pecora, suddiviso in zone assegnate
alle varie divinità). La sapienza sacerdotale etrusca era tramandata
anche a mezzo di altri libri, chiamati dai Romani Libri rituales.
Essi contenevano la descrizione di riti purificatori, espiatori e di
fondazione. Inoltre vi si raccoglievano predizioni sul destino degli
uomini e delle città (i cosiddetti Libri fatales), nonché sul
destino ultimo dopo la morte (Libri Acheruntici). Complesse erano le
nozioni sull'oltretomba dominato dalla coppia Mantus-Mania e dalla
loro corte di demoni, tra cui si ricorda Charun (il greco Caronte)
raffigurato come un genio alato, dal naso adunco e armato di un
maglio, e Tuchulcha dai piedi e dal becco di uccello rapace e dalle
chiome serpentiformi. I morti, a mezzo di sacrifici offerti dai
superstiti alle divinità infere, ottenevano da queste la
sopravvivenza e diventavano dii animales (traduzione latina di
un'espressione etrusca a noi ignota; forse dei fatti di “anima”, o
derivati dalle “anime” dei morti); i Romani li equiparavano ai loro
dei Penati. In funzione della sopravvivenza del morto va considerata
la dovizia con cui si costruivano e si arredavano le tombe, che
costituiscono la principale, se non l'unica, fonte di nuove
informazioni sulla cultura etrusca.
Arte etrusca: Molto esaltata nel 1700, al tempo delle prime
importanti scoperte archeologiche, e considerata in seguito soltanto
un fenomeno provinciale dell'arte greca, l'arte etrusca è stata
rivalutata in questo secolo soprattutto per la sua “aclassicità”
(cui non è certo estraneo il substrato italico della popolazione),
testimoniata da un realismo espressionistico, a volte drammatico,
dal quale emerge il carattere più tipico della visione d'arte degli
Etruschi. L'arte etrusca, il cui corso, in base agli influssi
provenienti prima dall'Oriente e poi dalla Grecia, si suole dividere
in varie fasi (periodo delle origini o età villanoviana, periodo
orientalizzante, periodo ionico e attico, periodo di mezzo, periodo
ellenistico), ebbe la sua maggior fioritura nei sec. VII e VI a. C.,
con una ripresa dopo il sec. IV anche in coincidenza con la
conquista romana. Essa presenta varie caratterizzazioni sia nelle
sue diverse fasi, sia nelle diverse località (Chiusi è famosa per i
suoi canopi arcaici e, nel periodo ellenistico, per le urne
policrome; Tarquinia per le tombe dipinte scavate nella roccia;
Cerveteri per i tumuli arcaici e le necropoli monumentali tarde ;
Palestrina per le ricche tombe orientalizzanti, ecc.). Le
manifestazioni più importanti si ebbero nell'ambito del culto per
l'aldilà, e architettura, pittura e scultura si associarono sovente
nella realizzazione delle dimore funebri. Secondo la tradizione, i
Romani appresero dagli E. la costruzione di strade e fognature,
l'uso dell'arco e della volta, l'architettura del tempio a tre
celle, la forma dell'atrio detto tuscanico e di altri ambienti della
casa patrizia, lo stesso impianto urbano e la divisione dei terreni
(agrimensura). Ma le conoscenze delle città etrusche e dei loro
monumenti sono piuttosto scarse. L'abitato di Acquarossa presso
Ferento (sec. VI a. C.) presenta pianta in parte regolare, in parte
irregolare, con ampi spazi liberi fra le case, dei cui interni si ha
un'idea dalle tombe ipogee a più ambienti. Di impianto irregolare
sembrano Vetulonia e Roselle, regolare e di tipo ippodameo è invece
la più tarda città presso Marzabotto, forse Misa e, a quanto sembra,
anche Spina, città di tipo lagunare impostata su palafitte. I templi
erano sia del tipo descritto da Vitruvio, a tre celle e a largo
impianto, sia a una sola cella. Caratteristico dei templi etruschi è
il rivestimento in terracotta policroma, che nella fase ionica,
intorno alla metà del sec. VI a. C., presenta fregi continui a
rilievo di ispirazione greco-orient. e grandi tegole terminali (Vignanello,
Velletri); nella fase successiva ha, come a Veio nel tempio
dell'Apollo (nonché a Falerii Veteres, Cerveteri, Satrico,
Tarquinia, Pyrgi), grandi acroteri figurati e antefisse a
conchiglia; nella fase ellenistica è caratterizzato da grandi
rilievi frontonali (Talamone, Luni, Civitalba). Le cinte murarie
sono databili, in genere, tra il sec. VI e il IV a. C. Di età
ellenistica sono le porte delle città, aperte ad arco (Volterra,
Perugia), più volte riprodotte, insieme alle mura merlate, nelle
contemporanee urnette funerarie. Ma, come si è detto, sono
soprattutto le tombe, con le loro ricche suppellettili, con i
sarcofagi scolpiti, con le pitture murali, a consentire di seguire
l'evoluzione dell'arte etrusca, di individuarne i rapporti prima con
l'Oriente e poi con la Grecia, di comprenderne le motivazioni e il
significato. Le origini sono connesse (metà del sec. VIII a. C.)
all'evoluzione dell'arte villanoviana, nota soprattutto dalle
necropoli dell'Emilia, con lo sviluppo della lavorazione del bronzo
e le prime importazioni dall'Oriente di scarabei egiziani, di
figurine fenicie di terracotta invetriata, di paste vitree, di
ornamenti d'oro a sbalzo e filigrana. Nel periodo orientalizzante
(sec. VII a. C.), accanto a semplici tombe a fossa compaiono le
tombe a corridoio o a camera (talora con copertura a falsa volta o a
falsa cupola) e i grandi tumuli circolari. Ricchi i corredi
funerari, tra cui eccezionali quelli delle tombe Regolini-Galassi di
Cerveteri (Roma, Museo di Villa Giulia), Bernardini e Barberini di
Palestrina (Roma, Museo Pigorini; Villa Giulia; Vaticano), del
Circolo degli Avori alla Marsiliana d'Albegna (Museo di Firenze):
grandi pettorali, fibule, armille auree, pettini e scatolette di
avorio per uso personale, e inoltre calderoni di bronzo laminato su
tripode e loro imitazioni in terracotta. Molto usate nell'oreficeria
le tecniche della filigrana, della granulazione, del pulviscolo.
Assieme a vasi importati da Rodi e Corinto si trovano vasi di
imitazione, italo-geometrici ed etrusco-corinzi. A Chiusi compaiono
i primi canopi e il bucchero, la caratteristica ceramica nera
etrusca. Il periodo seguente (600-474 a. C.) è di influenza greca,
prima ionica e poi attica. Direttamente dalla Grecia gli E.
importarono per le loro tombe vasi a figure nere e rosse dei più
noti maestri, mentre le anfore “pontiche” e le idrie ceretane sono
probabilmente opera di artisti ionici immigrati. Nella plastica
eccellono le grandi statue fittili del 500 a. C. ca. (Roma, Museo di
Villa Giulia) del Tempio del Portonaccio di Veio – il famoso Apollo
, l'Ermete, l'Eracle, la Dea con bambino – attribuite alla scuola di
Vulca, il solo grande artista etrusco a noi noto dalla tradizione
letteraria, chiamato a ornare il tempio di Giove Capitolino a Roma.
Contemporaneo è il Sarcofago degli sposi di Cerveteri, dalla linea
incisiva ed elegante, tra i più belli di un'ampia serie di opere
analoghe ; l'inquietante espressione dei volti dei coniugi, in cui
si rispecchia la consapevolezza di chi è ormai al di là del mistero
della morte, si ricollega all'enigmatico sorriso dell'Apollo di Veio,
che anche nella drammatica tensione interna evidenziata dalla voluta
stilizzazione dei panneggi mostra l'originalità della scultura
etrusca pur modellata sullo stile greco. Particolare importanza
hanno i metalli lavorati, tra cui i bronzi laminati e decorati a
rilievo di un carro da parata (musei di Perugia e Monaco), una
lamina con amazzoni di argento e oro pallido (Londra, British Museum),
i tripodi detti Loeb, forse ceretani (Museo di Monaco). Della zona
di Chiusi sono diverse statue in pietra fetida, nonché rilievi su
cippi, urne, sarcofagi. Degli ultimi decenni del sec. VI a. C. sono
anche le più antiche tombe dipinte, soprattutto a Tarquinia,
importanti per la conoscenza della vita e dei costumi etruschi. Alla
più antica tomba dei Tori (ca. 530 a. C.) seguono quella degli
Auguri, con crudeli scene di giochi funebri; della Caccia e della
Pesca, con ampio motivo paesistico; del Barone, di compostezza
pienamente greca. Il sec. V a. C. è caratterizzato in Etruria da un
arcaismo attardato. Oltre a numerose pitture tombali (a Tarquinia le
tombe delle Bighe, dei Leopardi, del Triclinio e la più tarda tomba
della Nave; a Chiusi le tombe della Scimmia e del Colle) sono
importanti le decorazioni fittili templari, tra cui quelle di Pyrgi
(ca. 480-470 a. C.). Tra le statue bronzee, che le fonti ricordano
numerose, famose la Lupa Capitolina e la Chimera di Arezzo (Firenze,
Museo Archeologico) . Nel sec. IV a. C., quando Roma inizia la
conquista dell'Etruria, l'arte etrusca ha nuovo sviluppo attingendo
in ritardo al classicismo greco; il filone popolare italico trova
espressione in alcune figure della decorazione del tempio del
Belvedere a Orvieto (350-330 a. C.). Di questo periodo sono i
sarcofagi di Tarquinia, con la figura del defunto a tutto tondo
distesa sul coperchio. Col sec. III a. C. inizia il lungo periodo
ellenistico in cui, anche sotto il dominio di Roma, le fabbriche
etrusche continuano a produrre, in forma quasi industrializzata e
stereotipata, le numerosissime urnette di pietra e alabastro che a
Perugia e a Volterra giungono fino all'età augustea, i sarcofagi di
Tuscania, le diffuse terrecotte votive a stampo. Di maggior impegno
sono gli altorilievi dei frontoni dei templi di Talamone, Luni e
Civitalba con scene mitologiche e storiche (lotta coi Galli). Del
sec. III a. C. è anche la famosa tomba dipinta François (Roma,
Collezione Torlonia), con episodi dell'epopea etrusca. Tra le altre
tombe ellenistiche si ricordano quelle tarquiniesi dell'Orco e degli
Scudi, quella dei Rilievi a Cerveteri , del sec. III a. C., quella
più tarda del Tifone a Tarquinia. Ellenistici sono infine alcuni
importanti ritratti bronzei, tra cui il famoso Arringatore (Firenze,
Museo Archeologico) , con il quale l'arte etrusca mostra di essersi
volta al potente realismo figurativo che sarà proprio dell'arte
romana (v. anche le voci relative alle singole località, , nonché
ceretano; falisco; pontico; villanoviano).
Storia della Toscana
Caduto l'Impero romano la Toscana passò
sotto il dominio di Odoacre, di Teodorico, dei Bizantini, dei
Longobardi (570) e poi dei Franchi (774). Costituita in marchesato
dapprima personale poi (1027) ereditario, il primo marchese fu Bonifacio I (812). Morto l'ultimo dei Carolingi (888), la regione fu
contesa dai pretendenti alla corona d'Italia. Sotto gli Ottoni (sec.
X), incorporati alcuni comitati toscani, dilatò i suoi confini a N
oltre gli Appennini e in Liguria. Ugo di Toscana trasferì la sede da
Lucca a Firenze (fine del sec. X). Quando passò agli Attoni venne a
far parte di un potente complesso feudale che, a cavallo della zona
centro-sett. dell'Italia, dominava le comunicazioni tra la Valle
Padana e la penisola ed entrava come intermediaria nelle lotte tra
Chiesa e Impero, all'epoca di Matilde, che, morendo (1115), lasciò i
suoi possessi alla Chiesa. L'invio di margravi e vicari imperiali
impedì però che il papato potesse effettivamente esercitarvi il
proprio dominio. Dalle lotte trassero grandi vantaggi le autonomie
delle città toscane che, appoggiandosi ora all'uno ora all'altro dei
contendenti, poterono conquistare l'indipendenza di fatto e reggersi
con propri statuti. Mentre una profonda trasformazione
dell'agricoltura e la rinascita mercantile e industriale delle città
segnavano un profondo rinnovamento della regione, si sviluppavano le
fortune di alcuni centri (Pisa, Lucca, Pistoia, Arezzo, Siena,
Firenze, ecc.), turbati però da incessanti lotte intestine e dai
tentativi di espansionismo di alcune città: dopo un periodo di
supremazia pisana (sec. XII e XIII), la battaglia della Meloria
(1284) segnò l'inizio del predominio di Firenze, che sottomise
successivamente Pistoia (1301), Arezzo (1348), Volterra (1361) e
Pisa (1406), mentre Lucca e Siena riuscivano a mantenere la loro
indipendenza, ma passavano a un ruolo secondario. Negli anni
successivi la storia toscana si confuse con quella della Firenze dei
Medici. Fallito infatti l'ultimo tentativo repubblicano (1530),
Alessandro de' Medici pose le basi per la costituzione di un vero e
proprio Stato regionale che venne completato da Cosimo I,
aggiungendo ai domini toscani Lucca e Siena e rafforzando l'apparato
giuridico e amministrativo in senso assolutistico. Francesco I
(1574-87) continuò la politica di consolidamento dello Stato e attuò
qualche opportuna misura di carattere economico. Ferdinando I
(1587-1609) si accostò alla Francia per controbilanciare la
soggezione del ducato alla Spagna e ostacolare le velleità
espansionistiche dei Savoia; lo sviluppo della marina da guerra
favorì l'ampliamento dei traffici commerciali, mentre, dall'altra
parte, la bonifica della Val di Chiana e della Maremma confermava il
primato agricolo della Toscana tra le regioni italiane del tempo.
Sotto Cosimo II (1609-21) e Ferdinando II (1621-70) si ebbe un
declino e la Spagna prese di nuovo il sopravvento a tutto danno
dell'economia. Cosimo III (1670-1723), debole e bigotto, e Gian
Gastone (1723-37), principe di debolissimo carattere, accelerarono
la decadenza politica ed economica e la dinastia dei Medici
malamente si estinse. La Toscana fu allora assegnata (guerra di
successione polacca) a Francesco Stefano III di Lorena, perdendo
molto della sua indipendenza, ma in compenso beneficiò
dell'atmosfera riformatrice favorita dai nuovi sovrani. Esemplare
l'opera di Pietro Leopoldo (1765-90) che, assistito da un valente
gruppo di ministri e di tecnici, come P. Neri, F. Gianni e G.
Rucellai, rinnovò in modo incisivo ogni ramo della vita e delle
istituzioni toscane (abolizione della tortura e della pena di morte,
annullamento delle servitù feudali, emanazione di un nuovo codice
civile, pubblicizzazione del bilancio statale, tentativo di riforma
religiosa, ecc.). Suo figlio Ferdinando III (1790-1801; 1814-24) fu
assai più cauto e di minore vigore intellettuale, ma il moto avviato
dalla dinastia lorenese continuò a portare i suoi benefici. Occupato
dai Francesi nel 1799 e ripreso nel 1800, il granducato fu assegnato
dal Trattato di Lunéville (1801) ai successori dell'ultimo re di
Parma col nome di regno di Etruria. Incorporato quindi(1807)
nell'Impero insieme allo Stato dei Presidi, fu nuovamente costituito
in granducato per Elisa Bonaparte Baciocchi che vi governò dal 1809
al 1814. Ritornato infine ai Lorena (1814), s'ingrandì del ducato di
Lucca (1847) e godette di un regime tollerante e bonario che permise
la formazione di un importante gruppo di liberali moderati (Capponi,
Ridolfi, Ricasoli, Lambruschini, ecc.). Essi spinsero dapprima
Leopoldo II (1824-59) a riforme e alla concessione dello statuto
(1848), ma dopo le vicende del 1849 (governo democratico,
proclamazione della Repubblica, fuga del granduca a Gaeta e sua
restaurazione con l'aiuto austriaco) si volsero con sempre maggiore
simpatia al Piemonte. Allo scoppio della II guerra d'Indipendenza
(1859) l'agitazione rivoluzionaria costrinse Leopoldo II, ormai
privo di appoggi interni, ad abbandonare Firenze e a rifugiarsi a
Vienna. La Toscana, datasi allora un governo provvisorio sotto la
direzione di Peruzzi e poi di Ricasoli, offrì la dittatura a
Vittorio Emanuele II e proclamò quindi con un plebiscito (11-12
marzo 1860) la sua annessione al Piemonte.
Archeologia
Con la prima Età del Ferro fu diffusa in Toscana,
dal sec. XI all'VIII a. C., la civiltà villanoviana, le cui
necropoli più importanti (Vetulonia, Populonia, Poggio della
Guerruccia presso Volterra, Poggio Renzo presso Chiusi)
corrispondono ai centri della seguente civiltà etrusca (v.
Etruschi). Le località etrusche archeologicamente più notevoli sono
Populonia, che ha dato necropoli con tombe a camera ricche di
bronzi; Vetulonia, con tombe a tumulo e con circoli di pietra,
materiali di importazione orientale, sculture arcaiche di pietra;
Chiusi, coi suoi caratteristici canopi arcaici e i suoi buccheri e,
più tardi, tombe a camera dipinte e infine sarcofagi e urne a
rilievo; Volterra, con le sue mura, le necropoli, le caratteristiche
urnette di alabastro che continuarono anche in età romana sino al
sec. II-I a. C. Grandi tombe a tholos dei sec. VII-VI sono anche
nell'Etruria interna (Cortona, Quinto Fiorentino, Castellina in
Chianti); a Marsiliana d'Albegna sono state trovate tombe a circolo
con eccezionali avori e oreficerie orientalizzanti; a Poggio
Civitate presso Murlo (Siena) si è scavato un santuario del sec. VI
a. C. con terrecotte figurate. Da Arezzo vengono i due grandi bronzi
della Chimera e di Minerva, da Cortona il ricco lampadario, altri
bronzi minori, di varia epoca, da altre località (Brolio, Monte
Falterona, ecc.). Meno importanti ma numerosi sono i resti di arte
romana, la cui manifestazione più originale è quella della ceramica
aretina. Notevoli sono i resti di Cosa (mura poligonali, foro coi
suoi monumenti) e Roselle (foro con basilica e altri edifici, gruppo
di ritratti imperiali); inoltre il teatro e il tempio di Fiesole, il
bel teatro di Volterra, le mura sillane di Chiusi, gli anfiteatri di
Lucca e di Arezzo. Numerose erano le ville lussuose di cui restano
avanzi lungo le coste tirreniche (dintorni di Cosa, Talamone,
Populonia, Cecina, Massaciuccoli) e sulle isole (Elba, Pianosa,
Giannutri, Giglio).
Arte
Scarse sono le testimonianze architettoniche
paleocristiane e in genere altomedievali (cripta di S. Antimo, duomo
di Chiusi). La grande fioritura artistica della regione ebbe inizio
nel sec. XI, con lo sviluppo dell'architettura romanica, nel cui
ambito si distinguono varie caratterizzazioni locali. Tra le
architetture fiorentine del sec. XI, i maggiori esempi sono il
Battistero, consacrato nel 1059, le cui strutture geometrizzanti
rimandano alla tradizione paleocristiana, e la chiesa di S. Miniato
al Monte, anch'essa ricca di derivazioni tardoantiche. A questa
tendenza si contrapposero l'architettura lombardeggiante di Lucca
(S. Alessandro, S. Frediano) e quella originalissima di Pisa, il cui
celebre complesso della Piazza dei Miracoli (cattedrale, campanile,
battistero) mostra chiaramente la fusione di elementi
romanico-lombardi con altri di derivazione orientale, con una
spiccata attenzione agli elementi coloristici e decorativi. Il
romanico pisano trovò larga diffusione anche in altre città toscane,
come Pistoia (S. Giovanni in Pantano), Lucca (S. Martino), Arezzo
(pieve di S. Maria). I maggiori centri della scultura romanica
furono Pisa (Guglielmo, Bonanno), Lucca (Biduino) e Pistoia (Gruamonte),
città nelle quali dominò l'influsso lombardo-emiliano. La pittura fu
legata a lungo alla tradizione bizantina (Berlinghieri), sia pure
arricchita da una nuova drammaticità (Giunta Pisano), mentre
un'impronta innovatrice fu data dallo stile vigoroso di Coppo di
Marcovaldo, attivo a Firenze (mosaici nell'abside del Battistero).
L'arte gotica toscana ebbe i suoi principali centri a Firenze, dove
fu caratterizzata da un'interpretazione severa del nuovo gusto, e a
Siena, nelle cui manifestazioni si nota un maggior colorismo e
pittoricismo. I maggiori monumenti gotici sono, in Firenze, S. Maria
Novella, S. Croce (iniziata 1295), S. Maria del Fiore (iniziata nel
1296 da Arnolfo di Cambio) e, nel sec. XIV, Orsanmichele. A Siena
sono da citare il duomo e il Palazzo Pubblico; altri notevoli
monumenti gotici sono a Volterra, Lucca, Pisa, ecc. A iniziare dalla
seconda metà del sec. XIII si sviluppò nella regione l'attività di
un'eccezionale serie di maestri che definirono i caratteri dell'arte
toscana e ne estesero grandemente l'influenza. Nicola Pisano,
formatosi quasi certamente nelle Puglie, introdusse nella scultura
moduli classicheggianti che Arnolfo di Cambio sviluppò e fuse col
nuovo linearismo gotico di derivazione francese, mentre Giovanni
Pisano elaborò uno stile drammatico, nervoso e sintetico, continuato
da Tino di Camaino, Lorenzo Maitani, Andrea e Nino Pisano.
Innovatore della pittura, attardata sui moduli bizantini, fu Cimabue,
con la sua maestosa, “classica” interpretazione del sentimento
drammatico, ma una vera rivoluzione pittorica, per concezione
sintetica, spaziale, plastica e drammatica, fu compiuta da Giotto,
la cui influenza andò ben oltre i limiti regionali e quelli
dell'arte gotica. Della ricca scuola iniziata da Giotto si ricordano
T. Gaddi, B. Daddi, Maso di Banco, Andrea Orcagna, Nardo di Cione e
A. Gaddi (influenzato anche dalla pittura lombarda e francese).
Differenti furono invece i caratteri dell'arte senese, il cui grande
iniziatore fu Duccio di Buoninsegna; questi seppe rinnovare la
tradizione pittorica bizantina sciogliendone gli schemi stereotipati
in una linea fluida ed esaltandone la raffinatezza cromatica; sulla
sua scia si possono collocare A. e P. Lorenzetti, che arricchirono
di drammaticità e plasticismo lo stile di Duccio, mentre Simone
Martini ne accentuò i caratteri di raffinato linearismo e prezioso
gusto cromatico. Nelle altre città toscane si può citare la scuola
pisana, influenzata dall'arte emiliana e che in F. Traini ebbe il
suo maggior rappresentante. Va infine ricordato il grande sviluppo
della miniatura, soprattutto a Siena (Maestro del Codice S. Giorgio,
Niccolò di ser Sozzo Tegliacci), della vetreria, del ricamo,
dell'oreficeria, vivace soprattutto a Pisa e Siena (Ugolino di
Vieri), della scultura lignea, ecc. Il sec. XV, con lo sviluppo
dell'Umanesimo, segnò il periodo di maggiore splendore artistico per
la Toscana e particolarmente per Firenze, divenuta in ogni campo
città egemone. L'opera straordinaria di artisti quali F.
Brunelleschi, Donatello e Masaccio diede inizio, rispettivamente
nell'architettura, scultura e pittura, al Rinascimento italiano,
raggiungendo importanza europea per gli influssi che a lungo
esercitò sull'arte successiva. In architettura si sviluppò in
particolare il tipico palazzo fiorentino, mentre numerose sorsero
anche le ville suburbane, grazie all'attività di notevoli
architetti, seguaci del Brunelleschi: Michelozzo, Giuliano da Maiano,
Benedetto da Maiano, Giuliano da Sangallo. Fondamentale per la
definizione dei caratteri dell'architettura toscana fu la
personalità di L. B. Alberti, di cui fu allievo B. Rossellino,
l'autore del palazzo Piccolomini a Siena e soprattutto della
progettazione di Pienza, uno dei più eccezionali esempi di
architettura rinascimentale. Altro geniale architetto fu il senese
Francesco di Giorgio Martini, mentre a Pistoia va ricordata
l'attività di Ventura Vitoni. Anche la produzione scultorea del sec.
XV fu assai vasta. Primi grandi maestri del secolo furono a Firenze
L. Ghiberti e a Siena Iacopo della Quercia, entrambi, in certa
misura, ancora legati a modi gotici. Con Iacopo della Quercia la
scultura senese conobbe la sua ultima grande fioritura: dei
successivi artisti, infatti, i maggiori (il Vecchietta, Francesco di
Giorgio Martini) rientrano sostanzialmente nell'ambito fiorentino. A
Firenze, ai modi di Donatello si rifecero Michelozzo, Agostino di
Duccio, Desiderio da Settignano. Numerosi gli scultori della seconda
metà del secolo, portatori di un'arte meno drammatica di quella
donatelliana: A. Rossellino, vigoroso ritrattista; Mino da Fiesole;
Benedetto da Maiano; il lucchese Matteo Civitali; Luca della Robbia,
elegante e delicato scultore in terracotta, la cui opera fu
continuata, con minore abilità, dai nipoti Andrea e Giovanni; e
infine i due massimi scultori del periodo, Andrea Pollaiolo, dal
segno vigoroso e scattante, e il drammatico Andrea Verrocchio. Anche
in pittura Firenze divenne il centro dominante, mentre la scuola
senese, dopo il goticheggiante Sassetta, in breve declinò. A
Firenze, contemporaneamente a Masaccio, operarono Masolino e il
Beato Angelico, ancora legati alla tradizione tardogotica, ben
presto però superata, come dimostrano le opere di Filippo Lippi, di
A. del Castagno, di Paolo Uccello, originale interprete della nuova
scienza della prospettiva introdotta da Brunelleschi, e soprattutto
di Piero della Francesca, uno dei massimi artisti del Rinascimento,
che tuttavia lasciò scarsa influenza a Firenze; qui, sul finire del
secolo, furono operosi pittori quali B. Gozzoli, il Pollaiolo, il
Ghirlandaio, Piero di Cosimo, Filippino Lippi, S. Botticelli, nelle
cui raffinate espressioni già si riflettono il travaglio della
società fiorentina e la crisi della cultura umanistica. Toscano, ma
attivo quasi esclusivamente in Umbria, fu il grande L. Signorelli.
Sul finire del secolo iniziarono la loro attività a Firenze maestri
insigni, quali Leonardo e Michelangelo, che influenzarono
profondamente l'arte del sec. XVI; tuttavia l'importanza culturale
della città incominciò a diminuire a vantaggio di Roma. In
architettura, al principio del Cinquecento, sono da segnalare le
opere del senese B. Peruzzi (legato peraltro all'ambiente romano),
di A. da Sangallo il Vecchio e del nipote omonimo, detto il Giovane,
collaboratore di Michelangelo. Quest'ultimo del resto fu il vero
dominatore dell'arte fiorentina e toscana del sec. XVI e diede avvio
a una foltissima schiera di seguaci nel campo dell'architettura,
della scultura e della pittura. Proprio come continuazione ed
esasperazione dell'arte michelangiolesca (e di quella rinascimentale
in genere) si configura il manierismo toscano, che ebbe a Firenze la
sua prima inquieta stagione, annoverando artisti, per lo più legati
alla corte medicea, le cui opere raffinate sono dominate dal culto
dello stile e dalla ricerca dell'eleganza formale (B. Ammannati, G.
Vasari, B. Buontalenti, Bronzino, Giambologna, B. Cellini) che
perviene, in alcuni artisti, alla drammaticità e all'esasperazione
stilistica (Rosso Fiorentino, Pontormo). Va ricordata inoltre la
tardiva rinascita della scuola pittorica senese, che nel Sodoma e
nel Beccafumi ebbe due interpreti che tentarono la conciliazione dei
modi michelangioleschi con altri derivati dallo sfumato leonardesco.
È necessario infine menzionare lo sviluppo di “arti minori”, come il
commesso, o mosaico fiorentino, che nell'opificio delle pietre dure
raggiunse livelli di splendida qualità; la bronzistica,
l'oreficeria, la ceramica (con centri a Cafaggiolo e a Doccia),
l'arazzeria, la cui manifattura, fondata dai Medici nel 1546, fu la
prima in Italia. Il barocco fu in Toscana più sobrio che in altre
regioni italiane. L'arte toscana restò legata al classicismo di età
rinascimentale, accogliendo tardivamente e limitatamente le novità
del barocco. Massimo architetto toscano del sec. XVII fu Gherardo
Silvani, autore di vari palazzi e chiese in Firenze; degni di
menzione anche G. Parigi, M. Nigetti, G. B. Foggini. Nel Settecento
emerse la personalità di F. Ruggeri, operoso nella chiesa di S.
Firenze, una fra le migliori costruzioni barocche in Toscana. Il
maggiore contributo dell'architettura sei-settecentesca toscana fu
comunque dato dalle numerose e sfarzose ville sparse nelle campagne,
specie dei dintorni di Firenze. Anche la scultura risentì debolmente
degli influssi romani. Vicini allo stile del Giambologna furono P.
Tacca e G. B. Caccini, mentre G. B. Foggini interpretò sobriamente i
modi berniniani. Fra gli scultori del Settecento degni di menzione
G. Baratta e I. Spinazzi. I maggiori pittori del sec. XVII, di
ambito sostanzialmente regionale, furono D. Passignano, il Cigoli
(vicino al Barocci), F. Furini, il Volterrano, ecc. Di elevata
qualità l'arte dei due caravaggisti pisani, Orazio e Artemisia
Gentileschi. Complessivamente modesta la pittura del sec. XVIII. Sul
finire del sec. XVIII si diffusero anche in Toscana i modi
neoclassici, che in architettura trovarono i migliori interpreti in
G. Paoletti, G. Cacialli e P. Poccianti. Pittori quali P. Benvenuti
e L. Sabatelli alternarono pesanti complessi decorativi a più
equilibrate composizioni. Nell'Ottocento andò scomparendo
un'architettura di specifica caratterizzazione toscana. Le maggiori
personalità si ebbero nel campo della scultura (L. Bartolini, A.
Cecioni, G. Dupré), mentre l'attività dei “macchiaioli” (G. Fattori,
S. Lega, T. Signorini) conferì nuovamente alla regione un ruolo di
prestigio nell'ambito della cultura artistica europea. Nel sec. XX
si può ancora parlare di arte “toscana”, a proposito di artisti come
O. Rosai e A. Soffici, la cui opera tuttavia rientra tra le più
aggiornate espressioni della cultura internazionale. Notevoli esempi
di architettura moderna si trovano soprattutto a Firenze (stadio
comunale di P. L. Nervi, Stazione di S. Maria Novella, Cassa di
Risparmio di G. Michelucci).TeatroEsempi di teatro in vernacolo si
ebbero a Pisa, Siena e Livorno, ma rimasero nell'ambito provinciale.
Un certo rilievo ebbe invece il teatro fiorentino e dalla fine del
Settecento dominò la maschera di Stenterello, messa al centro di
sgangherati canovacci tratti dal repertorio arlecchinesco o
rabberciati da copioni di tutt'altra origine. L'idea di un teatro in
vernacolo era oggetto di polemiche e fieramente avversata. Modificò
la situazione, nel 1908, la prima rappresentazione dell'Acqua cheta
di Augusto Novelli, recitata da una compagnia imperniata su Andrea
Niccoli e sulla moglie Garibalda Landini. Si devono a questa
formazione i fortunati allestimenti degli altri numerosi testi di
Novelli (Gallina vecchia, L'ascensione, La cupola, ecc.). In seguito
non fu più raggiunto il livello più che dignitoso dei primi
spettacoli. Le compagnie fiorentine superstiti svolgono un'attività
d'interesse locale.
Folclore
Un complesso di credenze e superstizioni sopravvivono
nella regione, testimoniate, p. es., da numerosi proverbi che
prevedono la buona o la cattiva sorte pronosticata attraverso
l'interpretazione, secondo schemi tradizionali, di fatti naturali o
addirittura banali, o dalla sporadica sopravvivenza di riti atti a
scoprire e a esorcizzare il malocchio. La letteratura popolare è
ricca di fiabe e leggende che, a partire dal sec. XIX, hanno trovato
in studiosi come G. Pitré, V. Imbriani, I. Nieri e G. Nerucci
attenti raccoglitori e illustratori. Tra le feste legate al ciclo
dell'anno diffusissime erano a Calendimaggio le celebrazioni
ispirate alla primavera: la sera della vigilia brigate di ragazzi e
ragazze (maggiaiuoli) andavano nelle case delle ragazze fidanzate e
ricevevano doni: maggi erano chiamate le canzoni intonate dalla
comitiva, maio il ramo fresco infiocchettato recato da un giovane
che precedeva gli altri, mentre rami più piccoli venivano offerti
alle ragazze più belle. Esistevano anche maggi lirici che hanno dato
origine a rappresentazionidrammatiche, a loro volta chiamate maggi,
che vennero col tempo spostate ad altre stagioni e che costituirono
e costituiscono tuttora la rappresentazione drammatica più
importante della regione. Altri tipi di rappresentazione, come
contrasto, testamento, zingaresca e bruscello, un tempo assai
diffusi, sopravvivono ora sporadicamente: il primo è una semplice
disputa che si conclude con un duello al bastone; il secondo è la
parodia di un testamento o di un contratto di nozze; protagonista
del terzo è una zingara che cerca di rimuovere gli ostacoli che si
frappongono a un matrimonio. Assai diffusi erano i canti che
accompagnavano il lavoro dei campi la cui più antica testimonianza
risale al 1536. Canzoni epico-liriche, canzoni enumerative e
iterative, canzoni alla rovescia (filastrocche il cui contenuto è in
contrasto con qualsiasi regola del buon senso), ninne nanne,
rispetti e stornelli fanno parte del patrimonio culturale toscano.
Rispetto e stornello sono solitamente seguiti da un ritornello di
due o quattro versi detto anche rifiorito. Diffusissime le
celebrazioni legate al ciclo dell'anno o alle feste patronali: tra
le più importanti il Palio di Siena o quello marinaro di Livorno, la
giostra del Saracino ad Arezzo, la regata tra le quattro città
marinare a Pisa e infine a Firenze lo scoppio del carro il Sabato
Santo (una colomba scorre su un filo teso tra l'altar maggiore del
duomo e il carro esposto davanti alla facciata e innesca una miccia
che fa scoppiare petardi e mortaretti), la partita di calcio in
abiti rinascimentali, rievocazione di quelle giocate in piazza Santa
Croce nel periodo mediceo, la festa del Grillo per l'Ascensione
(alle cascine vengono venduti grilli in piccole gabbie); tutte
legate in prevalenza alla stagione primaverile con qualche appendice
in estate e in autunno.
Gastronomia La cucina toscana è innanzitutto una cucina
rustica, di campagna, fatta di sapori genuini mantenuti il più
possibile inalterati, ed è una cucina sobria. Pochi elementi ma
scelti ne sono la base: un pane dalla mollica compatta e dalla
crosta dura, insipido, che entra dappertutto, fresco, abbrustolito,
raffermo; una carne cotta sulla brace senza condimento, le verdure e
i legumi, gli odori più saporosi, il tutto accompagnato da un olio
d'oliva poco raffinato dall'aroma intenso. Nell'alimentazione
tradizionale predominano minestroni e zuppe a base di fagioli e
verdure, appoggiati in genere sulle fette di pane raffermo (acquacotta,
ribollita, bordatino, pappa col pomodoro); pane che può anche
diventare l'elemento fondamentale di piatti come la panzanella, i
crostini con i fegatini, ecc. Specialità asciutte sono gli gnocchi
del Casentino (di spinaci e ricotta), le pappardelle al sugo di
lepre o d'anatra dell'Aretino, i pici del Senese. Come carne
dominano le parti pregiate, dalla gigantesca bistecca alla
fiorentina all'arista di maiale, arrostite sulla graticola o allo
spiedo. Si consumano in discreta quantità anche il pollame (pollo
alla diavola, al mattone), l'agnello e la selvaggina (lepre in
dolceforte, fagiano tartufato, rincartato, cinghiale, ecc.),
l'anatra all'arancia, nata proprio qui e portata in Francia dai
cuochi di Caterina de' Medici. In tutta la regione è molto praticato
l'allevamento dei suini, che fornisce eccellenti salumi; tra i più
tipici la finocchiona, la soppressata, il biroldo o mallegato, le
salsicce allo zenzero, il prosciutto di cinghiale. Essenziale è
l'apporto delle verdure fresche, asparagi, carciofi, zucchine, fiori
di zucca, spesso approntati nei fritti misti, e dei legumi, di cui i
Toscani sono grandi consumatori: piselli, fave (dette baccelli, e
spesso mangiate fresche col pecorino) e soprattutto fagioli
(all'uccelletto, al fiasco, ecc.). Le specialità marine sono
contributo soprattutto di Livorno: il cacciucco, le triglie, lo
stoccafisso, le telline e il tonno, ecc. Diffuse in varie province
(Arezzo, Grosseto, Pisa) le anguille (in zimino, sfumate, ecc.)
anche sotto forma di cieche o “cee” (neonate). La casearia toscana
si basa soprattutto sul latte ovino, producendo tipi più o meno
dolci di pecorino da consumare fresco o stagionato, il ravviggiolo,
le crete senesi o aretine (formaggelle prodotte col latte delle
pecore che pascolano in terreni cretosi); vi sono inoltre il
brancolino di latte vaccino e i latticini di bufala della Maremma.
La caratteristica della pasticceria toscana è di essere piuttosto
asciutta, con varie specialità regionali a base di farina di
castagne: il castagnaccio e i necci della Lucchesia, la pattona, il
baldino del Cortonese. Molti anche i fritti (bomboloni, cenci,
tortelli, migliaccio), mentre rinomati anche al di fuori della
Toscana sono lo zuccotto, il panforte e i ricciarelli senesi, i
brigidini di Pistoia, il buccellato di Lucca. Vino in Toscana
equivale a chianti, noto in Italia e all'estero già alla fine
dell'Ottocento. Altri ottimi rossi sono il montecarlo, il brunello
di Montalcino, il carmignano, il nobile di Montepulciano, e tra i
bianchi l'ansonica, l'elba bianco, l'aleatico, il montecarlo bianco,
i bianchi vergini della Val di Chiana, ecc. Pregiati i tipici vini
da fine pasto: vin santo, vernaccia, malvasia e i liquori di antica
produzione conventuale come il certosino, la gemma d'abete,
l'alchermes. |